Si parla di una possibile visita a Taiwan del nuovo Speaker della Camera statunitense, McCarthy. Al di là dei rumors, la visita prima o poi arriverà, e dalle reazioni si capirà se Washington e Pechino vogliono continuare a comunicare

L’esercito americano starebbe elaborando piani per garantire la sicurezza del presidente della Camera Kevin McCarthy in vista di un suo viaggio a Taiwan nel corso dell’anno. L’ufficio di McCarthy non ha risposto alla richiesta di confermare i piani di visita, riportati per la prima volta da Punchbowl News. Punchbowl — che prende il nome da quello che il Secrer Service usa per chiamare Capitol Hill — è una pubblicazione nata a gennaio 2021 dall’impulso di tre ex giornalisti di Politico con l’obiettivo diffondere i più concreti rumor che circolano tra i corridoi del Congresso.

Quanto tutto questo sia una voce di corridoio e quanto siano concrete le pianificazioni non è chiaro al momento. Ma la diffusione dell’informazione — rapidamente ripresa dal mondo dei media conservatori, da Fox a Zero Hedge — rende la situazione interessante. Innanzitutto perché McCarthy è uscito da un processo di nomina tutt’altro che lineare, e certe attività — con le narrazioni collegate — servono come fattore per consolidarne la leadership.

La consolidazione passerebbe in questo caso dall’inserimento rapido di McCarthy sul solco della diplomazia congressuale statunitense (e non solo, basta guardare alla recente visita taiwanese dei legislatori tedeschi), che bazzica Taipei in segno di amicizia con l’Isola — e di avvertimento e disturbo al pensiero strategico cinese, che vorrebbe l’annessione di quella che considera una provincia ribelle. La Cina sostiene che le visite dei legislatori statunitensi sono una violazione della One China policy, quella con cui Washington non riconosce formalmente l’esistenza di Taiwan. In generale Pechino detesta i viaggi di parlamentari stranieri a Taipei perché diventano parte di un processo di riconoscimento de facto della Repubblica di Cina (i cinesi temono che in futuro un riconoscimento possa anche diventare de iure).

D’altronde, in questo il nuovo Speaker deve rincorrere chi l’ha preceduto: la democratica Nancy Pelosi, era stata protagonista di una visita simbolica a Taiwan nell’agosto scorso. Un messaggio, un’eredità prima di lasciare lo storico ruolo, che aveva ricevuto qualche critica formale dalla Casa Bianca (e dal Pentagono) e soprattutto aveva scatenato l’ira cinese. Pechino aveva risposto avviando  esercitazioni militari durate settimane, sfruttando l’occasione per modificare lo status quo attorno all’isola — una condizione che dura ancora, come dimostrano le continue attività cinesi anche a cavallo della linea di demarcazione territoriale sullo stretto e attorno a Taiwan.

Considerato l’ambiente incandescente, il dipartimento della Difesa deve fare di tutto per garantire la sicurezza dell’oratore, e per questo già con la visita di Pelosi il Pentagono aveva storto il naso. I militari americani non temono un attacco diretto, che equivarrebbe a una improbabile dichiarazione di guerra. Piuttosto sono preoccupati per il potenziale verificarsi di un incidente. Situazione che poi sarebbe estremamente complicato gestire. Da tenere in considerazione che dopo il viaggio della democratica, la Cina ha deciso — per ritorsione — di interrompere le comunicazioni di sicurezza military-to-military. Le stesse stanno lentamente riprendendo, anche se per ora solo a livelli intermedi.

La comunicazione Usa-Cina potrebbe essere uno dei temi dietro le informazioni diffuse sul viaggio di McCarthy. L’attività di opposizione che i Repubblicani intendono svolgere al Congresso, controllando la Camera, è piuttosto evidente. In questo caso, annunciare la visita a Taiwan dello Speaker potrebbe servire per complicare il percorso di contatto con Pechino che l’amministrazione Biden ha provato a mettere in piedi — anche vista la reazione durissima che Pechino aveva avuto in precedenza.

Per il Partito/Stato era inconcepibile che il presidente Joe Biden non avesse bloccato il viaggio di Pelosi, membro del suo stesso partito e parte delle istituzioni statunitensi. Un’incomprensione forzata, usata più come una scusa, utile però per spingere la narrazione nazionalista, su Taiwan e contro le interferenze esterne, tra i propri cittadini — che conoscono meno della leadership cinese gli elementi di separazione dei poterei di una democrazia.

La questione di scenario interessante sta proprio nel valutare la reazione cinese. Nel breve termine, Pechino — pur consapevole che il viaggio di McCarthy prima o poi potrebbe arrivare — potrebbe ignorare la notizia, tra smentite o assenze di conferme. Per ora, alcuni propagandisti attivi sui social network in lingua inglese hanno lanciato qualche sparata, ma non troppo di più. Sarebbe nell’interesse cinese evitare escalation retoriche con gli americani, visto che la riapertura delle comunicazioni è considerato un interesse dal Partito/Stato.

Questo non significa che una qualche reazione non possa riguardare l’aumento di attività attorno a Taiwan. Sul lungo termine, andrà valutato tutto in funzione del procedere di quelle comunicazioni. Esiti in qualche modo positivi dovrebbero portare l’amministrazione Biden a congelare le pretese di McCarthy per evitare di guastare il mood eventualmente innescato. Ma a quel punto il repubblicano potrebbe essere comunque portato all’azione come disturbo politico interno: oppure prevarrà l’interesse strategico?

Come spesso accade, le questioni interne diventano parte delle dinamiche internazionali. A Pechino, ignorare la questione potrebbe essere problematico per la narrazione che il Partito ha creato attorno al destino taiwanese. Sarà anche da valutare se la Cina deciderà di degradare eventualmente l’eventuale visita, comprendendo quelle situazioni interne a Washington. Pechino potrebbe usare la linea più controllata dimostrata nel 1997 in occasione della visita a Taiwan dell’allora Speaker Newt Gingrich — repubblicano, con amministrazione democratica.

In quel caso le differenze di colore politico furono usate per evitare eccessive tensioni. Ma era una fase differente: il confronto Usa-Cina era meno agguerrito e Pechino aveva davanti a sé tutto da guadagnare dal rapporto con gli americani — ora Xi Jinping ha chiuso la Cina attorno a uno spirito nazionale, che però incontra le difficoltà della crescita rallentata. Le reazioni racconteranno dunque della sincerità nella ricerca di dialogo in corso.

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