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L’arrivo degli F-22 Usa e la centralità delle Filippine nell’Indo Pacifico

L’arrivo dei caccia di ultima generazione statunitensi in una base filippina testimonia come tra Washington e Manila non stia crescendo solo la cooperazione, ma anche la fiducia. Le Filippine diventano centrali per la deterrenza integrata Usa, anche guardando a Taiwan

Due F-22 Raptor del 525° Squadrone da combattimento dell’Air Force statunitense (basati in Alaska) si sono uniti la scorsa settimana agli aviatori del 5° Stormo da combattimento dell’Aeronautica militare filippina per effettuare sorvoli a bassa quota, manovre di combattimento aereo, addestramento in formazione e, con l’aiuto di un KC-135 Stratotanker, rifornimento aria-aria sopra il Mar Cinese Meridionale. Successivamente, per la prima volta da quando sono entrati in attività, i due caccia di ultima generazione americani sono atterrati nella base aerea di Clark, nelle Filippine.

Gli F-22 vengono dispiegati soltanto in teatri importanti e fatti atterrare in basi di alleati super fidati, perché sono una delle migliori tecnologie miliari di cui dispongono gli Usaa. Quanto accaduto è una testimonianza dell’aumento degli sforzi di difesa tra i due Paesi e della centralità geo-strategica che Manila sta acquisendo nell’Indo Pacifico. Basta pensare che la base aerea da cui i Raptor hanno operato si trova nell’isola di Lukon — la più grande e popolosa dell’arcipelago — immersa nel bacino iper-conteso del Mar Cinese, e direttamente proiettata verso Taiwan.

Narrazioni e interessi 

“Questa pietra miliare con un alleato regionale contribuisce a fornire stabilità e sicurezza all’Indo-Pacifico”, ha dichiarato in un comunicato il capitano Karl Schroeder, uno dei piloti dei Raptor. Parole pesate, progettate per essere dette da un operativo con un significato molto più ampio del suo ruolo. La stabilità regionale è diventata un obiettivo sempre più evidente per Stati Uniti e Filippine, dato che entrambi percepiscono le attività della Cina come una minaccia, e Schroeder di questo ha parlato.

Tanto che, sebbene la Costituzione filippina proibisca il dispiegamento permanente di truppe straniere, recentemente è stato firmato un accordo sartoriale per rafforzare la cooperazione in materia di difesa tra Washington e Manila. L’intesa consente una maggiore presenza di forze americane sul territorio filippino attraverso rotazioni in una manciata di località prestabilite: questo sostanzialmente diventa nei fatti un dispiegamento permanente americano nell’isola, ma senza eccessivi pesi politico-costituzionali.

L’accordo Usa-Filippine

“L’espansione dell’Enhanced Defense Cooperation Agreement  (Edca) renderà la nostra alleanza più forte e più resistente e accelererà la modernizzazione delle nostre capacità militari combinate”, spiegava il Pentagono quando l’accordo è stato firmato , a febbraio. L’Edca – che perfeziona un’intesa pre-esistente del 2014, basato a sua volta sull’accordo di mutua difesa del 1951 – prevede la concessione alle forze statunitensi dell’accesso a una serie di campi militari, uno dei quali (la base aerea di Pampanga, sull’isola di Luzon) ha appena avviato una ristrutturazione da 25 milioni di dollari della sua pista di atterraggio, in vista dell’utilizzo come centro per le task force congiunte.

Altri quattro siti identificati per ospitare le rotazioni statunitensi sono la base aerea di Mactan-Benito Ebuen (Cebu), la base aerea di Antonio Bautista (Palawan), Fort Magsaysay (Nueva Ecija) e la base aerea di Lumbia (Cagayan de Oro). Altre località non ancora identificate dovrebbero essere svelate nel prossimo futuro. Le quattro nuove basi, a cui gli Usa possono accedere dal mese scorso, portano a nove il numero totale delle infrastrutture che Washington può utilizzare. Mai gli americani avevano avuto tutto questo spazio. Da aggiungere che le Filippine fanno da elemento in un quadro in cui inserire una serie di rafforzamenti regionali, come per esempio l’apertura di Camp Blaz sull’isola di Guam: la prima nuova base dei Marines in sette decenni.

Le mosse anti-Cina di Manila

L’accordo ha un contesto molto ampio quindi. In un altro passo per contrastare l’aggressione e la propaganda cinese, l’8 marzo la Guardia costiera filippina ha per esempio annunciato che inizierà a rivelare pubblicamente le azioni aggressive intraprese dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale. Un recente filmato ha mostrato uno di questi incidenti, avvenuto il 6 febbraio, durante il quale una nave della Guardia costiera cinese ha puntato un laser militare contro un’imbarcazione filippina, accecando brevemente alcuni membri dell’equipaggio.

Queste forme di denuncia pubblica che Manila sta avviando sono piuttosto importanti per gli americani, sia perché testimoniano di come la Cina sia impegnata nell’aumentare la propria presenza nella regione in modo aggressivo e tendenzialmente egemonico; sia perché permettono all’America di giustificare la propria presenza sotto l’obiettivo di mantenere l’Indo Pacifico libero ed evitare violazioni dell’ordine dettato dalle regole. È in quest’ottica che la US Navy compie abitualmente passaggio tra le rotte del Mar Cinese, come quello recente del cacciatorpediniere lanciamissili Milius – che Pechino dice di aver “scacciato” da quelle acque contese e che secondo Washington sta continuando a compiere, anche in questi giorni, “attività di routine” secondo le leggi internazionali.

Washigton e gli alleati

A gennaio, il governo del presidente Ferdinand Marcos Jr. ha annunciato che 16 mila truppe locali e statunitensi prenderanno parte all’esercitazione militare congiunta annuale “Balikatan”, prevista per il 24-27 aprile nella provincia settentrionale di Ilocos Norte (isola di Luzon). Attività che continua nell’integrazione americano-filippina. Questa serie di annunci degli ultimi mesi segue un periodo di tensione tra gli Stati Uniti e le Filippine, quando l’ex presidente filippino Rodrigo Duterte aveva minacciato di interrompere le relazioni militari con Washington e di avvicinarsi a Cina e Russia. L’attuale successore di Duterte ha lavorato da subito per scongelare le relazioni, ospitando anche la vicepresidente Kamala Harris a novembre scorso. Per Washington questo riallineamento e rimodellamento delle relazioni è essenziale.

Le capacità operative militari americane all’interno dell’Indo Pacifico – dunque la capacità di esercitare deterrenza – dipendono profondamente dal sistema di alleanze. Con la necessità per altro di gestire equilibri anche delicati: per esempio, l’accordo per il potenziamento della flotta (nucleare) australiana, l’Aukus, sta facendo indispettire l’Indonesia. Differentemente, le Filippine hanno incrementato le relazioni con Washington, dimostrandosi aperti a esercitazioni congiunte con Canberra (a cui è storicamente legata) e creando un asse a tre con Tokyo. Per molti versi, Marcos Jr ha reso apertamente e coraggiosamente le Filippine un elemento centrale della cosiddetta strategia di “deterrenza integrata” del Pentagono statunitense contro la Cina. Anche per questo si sta mobilitando un movimento che ritiene le Filippine pronte per costruire il nucleo di un “nuovo Quad”, composto dagli Stati Uniti e dai suoi tre principali alleati nell’Indo-Pacifico,

Gli Stati Uniti hanno bisogno di capacità di supremazia aerea e di attacco contro le navi per esercitare capacità di difesa e deterrenza su Taiwan, ha spiegato il generale Kenneth Wilsbach, capo delle forze area del Comando Indo Pacifico del Pentagono, parlando durante un incontro del Mitchell Institute dell’Air Force Association. L’amministrazione Marcos sta anche valutando la possibilità di aprire agli Stati Uniti le basi navali nelle isole Mavulis e Fuga, che distano poco più di 100 miglia nautiche dalle coste di Taiwan.

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