Non solo satelliti, palloni aerostatici e TikTok: Washington teme i mezzi “made in China” presenti nei porti, anche in quelli usati dal Pentagono. Nel mirino la multinazionale Zpmc presente anche in Italia (con sede a Savona). Lo è anche Logink, piattaforma di raccolta dati nelle mani di Pechino

Non solo satelliti, palloni aerostatici e TikTok: a preoccupare le autorità statunitensi delle presunte o possibili attività di spionaggio cinesi ci sono adesso anche le gigantesche gru “made in China” presenti nei porti del Paese, inclusi quelli usati dal Pentagono. È quanto emerge da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui i funzionari statunitensi sono sempre più preoccupati del fatto che queste gru per container da nave a terra – prodotte dalla multinazionale statale cinese Zpmc, di proprietà del colosso China Communications Construction Company, contractor di numerosi progetti della Via della Seta – possano fornire a Pechino uno strumento di spionaggio nascosto alla luce del sole.

UNA NUOVA HUAWEI?

Il giornale cita alcuni anonimi funzionari della sicurezza nazionale e del Pentagono, che hanno paragonato le gru a un cavallo di Troia in virtù dei sofisticati sensori di cui sono equipaggiate per monitorare i movimenti dei container. “Le gru possono essere la nuova Huawei”, ha spiegato Bill Evanina, già a capo del National Counterintelligence and Security Center, riferendosi al colosso delle telecomunicazioni le cui apparecchiature sono state vietate dai funzionari statunitensi per ragioni di sicurezza nazionale. “È la combinazione perfetta di un’attività commerciale legittima che può anche essere mascherata da raccolta clandestina di informazioni”.

LA RISPOSTA CINESE

Un rappresentante dell’ambasciata cinese a Washington ha definito le preoccupazioni degli Stati Uniti sulle gru un tentativo “paranoico” di ostacolare il commercio e la cooperazione economica con la Cina. “Giocare la ‘carta Cina’ e far circolare la teoria della ‘minaccia cinese’ è irresponsabile e danneggia gli interessi degli Stati Uniti stessi”, ha aggiunto.

I DATI, IL NUOVO ORO NERO

Nell’epoca del capitalismo della sorveglianza anche quando si parla di porti, il vero obiettivo sono i dati. La Cina li considera un fattore di produzione e ha interesse a mappare un quadro completo del traffico portuale. Secondo la società di consulenza Drewry, nel 2021 oltre il 27% del commercio globale di container sarebbe passato attraverso porti di proprietà, almeno in parte, di aziende cinesi e/o di Hong Kong. Inoltre, la Cina produce inoltre quasi l’intera fornitura globale di container marittimi e controlla anche un importante servizio di raccolta dati sulle spedizioni chiamato Logink.

CHE COS’È LOGINK

In un documento della U.S.-China Economic and Security Review Commission si legge: “Il governo cinese sta incoraggiando i porti internazionali, i trasportori e gli spedizionieri e altri Paesi ed enti ad adottare Logink fornendolo gratuitamente” e “sta promuovendo standard di dati logistici che supportino l’uso diffuso della piattaforma”. Secondo il rapporto l’utilizzo di Logink “potrebbe creare rischi economici e strategici per gli Stati Uniti e altri Paesi”. Infatti, “come per altre entità cinesi sponsorizzate o sovvenzionate dal governo, Logink potrebbe essere sottocosto rispetto alle aziende statunitensi che forniscono prodotti più innovativi a costi più elevati senza il sostegno dello Stato” e la piattaforma “potrebbe anche consentire al governo cinese di identificare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento degli Stati Uniti e di tracciare le spedizioni di carichi militari statunitensi su navi commerciali”. E ancora: “Sebbene Logink affermi che gli utenti possono condividere solo i dati che desiderano, la sicurezza della piattaforma non è chiara. Il Partito comunista cinese potrebbe potenzialmente ottenere l’accesso e il controllo di enormi quantità di dati sensibili di aziende e governi stranieri attraverso Logink”.

LOGINK IN ITALIA

Grazie a una partnership strategica con l’International Port Community Systems Association, Logink è presente anche in Italia, nei porti di La Spezia e Marina di Carrara.

LA PRESENZA DI ZPMC IN ITALIA

Zpmc è presente in Europa tramite la sussidiaria Zpmc Europe. In Italia opera Zpmc Italia s.r.l. dal 2017, con sede a Vado Ligure (Savona). La società ha 35 dipendenti e nel 2020 ha presentato un fatturato pari a 4.897.696 euro con un utile di 1.046.347 euro. Nei giorni scorsi sono giunte nello scalo calabrese di Gioia Tauro altre tre grandi gru di banchina Zpmc provenienti dalla Cina, precisamente dal porto di Yangshan da dove erano salpate lo scorso 14 dicembre.

LE PAROLE DEL MANAGER

In occasione di un accordo con Apm Terminals nel 2019, Elio Crovetto, direttore – allora come oggi – di Zpmc Italia spiegava: “L’importante aggiornamento tecnologico degli impianti e la presenza massiva dell’automazione in campo portuale hanno determinano infatti la necessità di servizi tecnici sempre più complessi: oggi questi ultimi difficilmente possono essere autoprodotti dai terminalisti, impegnati nell’approfondimento del core business logistico e quindi lontani dalle competenze specifiche che sono invece proprie dei costruttori degli impianti Da questi presupposti è nata Zpmc Italia, prima tra le 36 subsidiaries di Zpmc ad avere questo focus specifico, ed i cui obiettivi di mercato non sono limitati al territorio nazionale ma, in prospettiva, allargati al bacino Mediterraneo”.

LE MIRE DI COSCO

Con specifico riferimento a Vado, aveva aggiunto Crovetto, “Zpmc Italia è stata scelta da Apm Terminals quale partner strategico per i servizi di assistenza continuata del nuovo Vado Gateway”. Questo è il terminal container deep-sea del porto di Vado Ligure, gestito da Apm Terminals Vado Ligure Spa, società italiana composta da: Apm Terminals (50,1%); dal colosso statale cinese Cosco Shipping Ports, altra azienda cruciale per la Via della Seta, (40%); Qingdao Port International (9,9%).

GLI AFFARI CINESI NEI PORTI ITALIANI

Nei giorni scorsi su Formiche.net abbiamo raccontato che la società italo-cinese Progetto Internazionale 39 si è aggiudicata l’area di 132.171 metri quadrati della piattaforma logistica del porto di Taranto, uno snodo cruciale per le attività Nato, finito sotto i riflettori del Copasir negli anni passati. Tra gli azionisti della società c’è Sergio Gao Shuai, fondatore del Dragon Business Forum e soprattutto delegato del governo di Pechino. E ancora: Ferretti Group, gruppo del made in Italy controllato dal colosso pubblico cinese Weichai, costruirà nell’area portuale di Taranto (ex Yard Belleli) uno stabilimento che produrrà scafi per gli yacht. L’area si trova ad appena dieci miglia da quella in cui si trovano le Standing Naval Forces della Nato e le navi della missione Onu Irini. Recentemente il progetto è stato approvato, dopo il parere positivo del Comune e della Regione Puglia, dall’adunanza della Seconda sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici con alcune prescrizioni tecniche che dovranno essere recepite in fase di progetto esecutivo. Sempre Ferretti Group sembra pronto a comprare il cantiere San Vitale di Marina di Ravenna dall’azienda ravennate Rosetti Marino.

LE DIFFERENZE TRA USA E UE

Anche alla luce degli sconvolgimenti internazionali portato dall’invasione russa dell’Ucraina, gli Stati Uniti e l’Unione europea condividono le preoccupazioni per l’assertività cinese. Ma affrontano la questione in modi diversi. Negli Stati Uniti si parla di sicurezza nazionale. In Europa di economia, catene di approvvigionamento e politiche industriali. Queste nuove rilevazioni sembrano suggerire all’Unione europea maggiore attenzione. In particolare a un Paese come l’Italia, l’unico membro del G7 ad aver aderito alla Via della Seta con un memorandum firmato nel 2019 che, a meno di passi indietro, sarà automaticamente rinnovato tra un anno.

TRA PALLONI SPIA E GRU

Nei giorni scorsi Richard Fontaine, a capo del think tank statunitense Center for a New American Security, aveva commentato l’episodio del pallone e la grande attenzione mediatica durata giorni definendolo un possibile “risveglio dell’America”, per allargare oltre Washington il timore per l’ascesa cinese. La pressione alzata sull’amministrazione Biden dai media e dai Partito repubblicano ha reso inevitabile per la Casa Bianca reagire con altrettanto clamore. Ma la storia della gru potrebbe essere ancora più importante, anche perché riguarda un settore ampiamente gestito dalla Cina, in cui le alternative sono inesistenti o molto più costose.

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