Gli ultimi dati disponibili del terzo trimestre 2022 indicano che la Germania è il principale creditore estero, secondo solo al Giappone. Il 68 per cento del credito concesso ai Paesi dell’Eurozona proviene dall’economia tedesca. Un primato che non è stato solo economico-finanziario, ma soprattutto politico. E che ora sarebbe opportuno ridimensionare in una prospettiva di carattere più democratico. L’analisi di Gianfranco Polillo

Dall’entrata in vigore dell’euro il rapporto debito pubblico/Pil è peggiorato in tutte le parti del Globo. In un ventennio, vissuto pericolosamente, l’incremento non è stato uniforme, ma la ricorsa (57 per cento in più nell’Ue, 158 per cento nella Gran Bretagna, 131 per cento negli Stati Uniti, 68 per cento in Giappone) ha assunto, in ogni caso, un andamento preoccupante. Non sono quindi bastate le regole europee, né i richiami del Fondo monetario. Tanto meno le prediche di più di un economista, pronto a giurare che l’umanità stava allegramente ballando sull’orlo di un precipizio.

Alla fine i vari sistemi economici sono rimasti in piede. Peggio per le nuove generazioni, che ne pagheranno lo scotto: si è subito aggiunto. Ma anche questo è relativo. In molti Paesi occidentali, l’Italia tra questi, si parla di portare la settimana lavorativa a soli 4 giorni, ad invarianza di salario. Molti già gli esperimenti avviati, in grandi banche o società di servizi. Il grande sviluppo tecnologico degli ultimi tempi ha cambiato radicalmente il modo di produrre, creando spazi di libertà che solo qualche hanno fa sembravano inimmaginabili. La crescita del debito, in qualche misura, vi ha contribuito.

Sono questi i presupposti che giustificano ampiamente l’iniziativa della Commissione europea di giungere, nel 2014, ad una modifica delle regole del “Patto di stabilità e crescita”. Regole ancora sospese a seguito della pandemia di Covid 19. Le cui proposte di modifiche sono state indicate in un documento sottoposto all’attenzione del Parlamento europeo, del Consiglio, della Banca centrale europea, del Comitato economico e sociale europeo e del Comitato delle Regioni. Sul quale la discussione è stata già avviata nei due rami del Parlamento italiano, con un’audizione del Ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, giovedì scorso, preceduta qualche giorno prima da quella del Presidente dell’Ufficio parlamentare del bilancio, Lilia Cavallari.

Nell’intervento del Ministro un aspetto delle sue conclusioni ci ha particolarmente colpito. Il tema è quello del rapporto intercorso tra le procedure relativa agli squilibri macroeconomici e le regole di carattere fiscale. Due mondi – a nostro avviso – finora non sono distanti, ma troppo spesso non comunicanti. Il ministro ha parlato di “sovrapposizione tra sorveglianza fiscale e macroeconomica (con particolare riferimento al monitoraggio del rapporto debito pubblico/PIL); alle possibili interazioni tra la sorveglianza macroeconomica e quella fiscale (ad esempio nel caso in cui la sorveglianza macroeconomica spingesse verso un aumento della spesa, mentre quella fiscale verso un suo contenimento); oppure alla necessità di un approccio maggiormente simmetrico nel trattamento di alcuni squilibri, come nell’analisi degli squilibri relativi alle partite correnti della bilancia dei pagamenti [le cui soglie critiche sono pari, in termini di PIL, a – 4 per cento e +6 per cento] o nel caso della posizione netta sull’estero [che ha solo una soglia inferiore pari a -35 per cento del PIL].”

Perché queste relazioni sono così importanti? Perché esse sono indispensabili per la comprensione della grande crisi che, nel 2011, ha sconvolto l’Eurozona spingendola sull’orlo del fallimento. Scongiurato solo grazie a Mario Draghi ed il suo “Whatever it takes”. Che, tuttavia, non è stato senza conseguenze per gli anni successivi. L’eccesso, seppur necessario, di liquidità che da quelle politiche monetarie ne è derivato, non è stato senza conseguenza ai fini della crescita del debito e dell’inflazione.

Da un punto di vista sistemico, le procedure sugli squilibri macroeconomici sono in grado di registrare con un certo anticipo l’insorgere di quella crisi che, solo negli anni seguenti, si manifesterà nella disarticolazione (deficit e debito) dei conti pubblici. L’esame specifico della realtà dei singoli Paesi ne è, al tempo stesso, dimostrazione e controprova. Si può partire tranquillamente dalla Grecia, come pure dalla Spagna, il Portogallo o Cipro: tutti Paesi che furono costretti a richiedere l’intervento del Fondo salva Stati. Unica eccezione, forse, l’Irlanda a causa della particolarità di un economia segnata dal predominio delle grandi multinazionali.

La Grecia entrò nell’euro con un anno di ritardo. Fin dall’inizio, non rispettava i parametri di Maastricht, ma era in buona compagnia : Italia, Francia, Spagna, Austria e via dicendo. I suoi squilibri macroeconomici erano, tuttavia, relativamente contenuti, grazie allo scudo della moneta nazionale. Sennonché l’euro, com’era avvenuto in tutte le altre piazze dei Paesi che vi avevano aderito, aveva rapidamente spazzato via i precedenti presidi non concorrenziali. Determinando un piccolo cataclisma. In particolare, nel 2001 lo squilibrio delle partite correnti era stato pari al 6,9 per cento del Pil. Per raggiungere nel 2011 il 10,1 per cento.

Non era quindi necessario attendere la denuncia di Giorgos Papandreou sui conti pubblici “taroccati”. Sarebbe stato sufficiente interrogarsi, a tempo debito, su quel crescente squilibrio delle partite correnti, per cogliere, con tempestività, il decorso della crisi. Ed intervenire prima che l’incendio divorasse ogni cosa. Si preferì invece consentire alla banche – soprattutto tedesche, inglesi e francesi – di finanziare quel deficit ad un tasso d’interesse più che conveniente. Indifferenti di fronte al pericolo di un possibile collasso. Che si manifestò nel 2011, quando il debito estero aveva ormai raggiunto il 107,5 per cento (59,6 per cento nel 2003) del Pil. E non c’era più nessuno disposto a correre il rischio di un suo ulteriore finanziamento

Che cosa stavano ad indicare queste cifre? Che il Paese non riusciva a seguire il ritmo produttivo, imposto dalla maggiore spinta concorrenziale, che traeva origine dal “mercato unico”. I consumi interni rimanevano ben più alti dell’offerta nazionale necessaria alla loro soddisfazione. Si creava, pertanto, uno squilibrio nei conti con l’estero che veniva finanziato, fin quando era economicamente vantaggioso, dalle grandi banche internazionali. Un caso tutt’altro, che isolato. Lo stesso schema lo si ritroverà, infatti, in Spagna (debito estero, conseguente lo squilibrio delle partite correnti, pari al 94 per cento del Pil nel 2011). Nel Portogallo (debito estero oltre il 100 per cento del Pil) e a Cipro (debito estero pari a 134 per cento del Pil).

Il contagio verso l’Italia avverrà solo qualche mese dopo, in concomitanza con una crisi di governo ormai conclamata, anche se non del tutto consumata. Ancora una volta il deterioramento del quadro macro economico, che risaliva dalla nascita dell’euro, era risultato inarrestabile. Nel 2002 le partite correnti della bilancia dei pagamenti erano quasi in equilibrio. Nel 2011 il deficit aveva raggiunto, invece, il 2,5 per cento del Pil. Il debito estero, a sua volta, era passato dal 4,9 al 22 per cento del Pil. Dando luogo a quella slavina che avrebbe portato gli spread a toccare i 570 punti base. I titoli del debito pubblico italiani potevano essere ancora sottoscritti, ma ad un tasso di interesse che scontava il premio per il rischio particolarmente elevato di un possibile default.

Solo nel 2011 la Commissione europea, con il six e two pack, sarà in grado di cogliere i limiti della sua azione politica ed impostare le prime timide norme sulla sorveglianza macroeconomica, destinate, in qualche modo, a rompere la vecchia egemonia culturale di stampo tedesco. Quella fiducia incontrastata nei semplici meccanismi dell’austerità finanziaria, interamente calibrata su un modello di sviluppo – quello renano – che si basava principalmente su due componenti: la disponibilità d’energia a basso prezzo, grazie al rapporto preferenziale con la Russia, e la grande forza della propria industria, capace di imporsi sui principali mercati internazionali.

Assets in grado di garantire, nel tempo, la solidità delle proprie finanze pubbliche e la sua crescente presenza finanziaria nei grandi equilibri europei. Gli ultimi dati disponibili (terzo trimestre 2022) indicano che la Germania è il principale creditore estero, secondo solo al Giappone. Il 68 per cento del credito concesso ai Paesi dell’Eurozona (principali debitori: Irlanda, Francia, Spagna e Grecia) proviene dall’economia tedesca. Un primato che non è stato solo economico-finanziario, ma soprattutto politico. E che ora sarebbe opportuno ridimensionare in una prospettiva di carattere più democratico.

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