A poche ore dall’audizione al Congresso degli Stati Uniti, l’amministratore delegato dell’app cinese ha inviato un messaggio alla community che sembra una chiamata alle armi. Il politologo, fondatore di Eurasia Group, ragiona su come affrontare il dossier e conclude che…

Nelle ultime ore Shou Zi Chew, amministratore delegato delegato di TikTok, ha scelto di presentare alla community di TikTok la sua audizione odierna al Congresso degli Stati Uniti. “Ciao a tutti, sono Shou, amministratore delegato di TikTok. Sono qui a Washington oggi, e ho alcune notizie e aggiornamenti sugli Stati Uniti da condividere con tutti”, inizia così il video di poco più di un minuto pubblicato dal manager. Lui appare sorridente, vestito con una felpa blu in stile college e sotto una maglietta bianca. Non sono dettagli. Sono elementi fondamentali di quella che sembra una chiamata alle armi: voi – metà della popolazione americana – amate questo social, il governo vuole togliervelo.

Da anni ormai la società cinese ByteDance, proprietaria di TikTok, è al centro delle tensioni tra Stati Uniti e Cina. Secondo l’intelligence e il Congresso, a livello bipartisan, l’app rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale tramite la quale il governo cinese, per via di alcune leggi sulla sicurezza nazionale, può chiedere l’accesso ai dati – accuse che sia TikTok sia Pechino hanno sempre respinto.

TikTok è sul banco degli imputati da quando l’ex presidente Donald Trump ha tentato, senza riuscirci, di vietarlo nel 2020. A dicembre, dopo mesi di audizioni al Congresso, il governo ne ha vietato l’uso sui dispositivi federali e molti Stati e università hanno subito fatto lo stesso. Tuttavia, l’applicazione può ancora essere utilizzata sui dispositivi personali e il suo bacino di utenti continua a crescere. Ma le cose potrebbero presto cambiare.

Nonostante TikTok sostenga di essere innocua e “too big to ban” (“troppo grande per essere vietata”), le richieste di limitare l’applicazione si stanno facendo sempre più pressanti. Il presidente Joe Biden sta valutando un bando a livello nazionale. A meno che ByteDance non si liberi di TikTok – e il Congresso sta lavorando in maniera bipartisan su una legge per far sì che ciò accada.

Nell’ultima edizione della sua newsletter GZERO Daily, il politologo Ian Bremmer elenca pro e contro di un bando.

Il fondatore e presidente di Eurasia Group inserisce tra i primi: il fatto che TikTok (tra l’altro, vietato in Cina) risponda al Partito comunista cinese (“Le aziende private cinesi possono essere ufficialmente autonome dal governo, ma quando si tratta di sicurezza nazionale, sono semplici braccia del Partito comunista cinese”); ciò significa che “Pechino potrebbe utilizzare la quantità smodata di dati degli utenti raccolti da TikTok (compresi i dati di localizzazione e di navigazione) per spiare i cittadini americani”, timore rafforzato da diversi episodi che hanno rivelato che i dipendenti di ByteDance hanno avuto accesso a dati non pubblici degli utenti statunitensi e potrebbero persino aver utilizzato l’applicazione per sorvegliare i giornalisti statunitensi; “Pechino potrebbe anche comandare l’algoritmo di TikTok per spingere la disinformazione, bannare i contenuti anti Cina e pro Stati Uniti, seminare divisioni e influenzare l’opinione pubblica americana”; nonostante le rassicurazioni e i rimedi (Project Texas) di TikTok, solo “un vero e proprio divieto può mitigare i rischi dell’influenza malevola”; “Basterebbe una sola violazione – che si tratti di una cessione di dati personali di utenti americani o di una campagna di influenza in un momento di crisi – per causare un danno significativo alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti; “La Cina vieta già tutte le piattaforme di social media statunitensi con il pretesto della sicurezza nazionale, quindi perché gli Stati Uniti non dovrebbero rispondere allo stesso modo?”.

Ecco i contro: “Un bando sarebbe anti-americano” minacciando ogni futura critica statunitense allo statalismo cinese; “un bando potrebbe essere illegale” in quanto violazione del Primo emendamento e potrebbe dare origine a lunghi processi; un bando “sarebbe dannoso e impopolare per i giovani americani”; “avrebbe solo effetti simbolici sulla privacy dei dati e sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”; “renderebbe più pericolose le relazioni tra Stati Uniti e Cina”.

Nel suo mondo ideale, di Bremmer, ci sarebbe una concorrenza, non una competizione, su questo tema. Ma ciò richiederebbe che Pechino permettesse alle piattaforme di social media statunitensi di operare in Cina. “Questo è l’approccio americano: creare condizioni uguali per tutti, eliminare le barriere all’ingresso e lasciare che il prodotto migliore vinca”, osserva. Ma il Partito comunista cinese non abbatterà il suo cosiddetto Great Firewall a breve. Ecco perché, scrive, “proponendo per il divieto di TikTok”, una scelta che può essere “necessaria, semplice e opportuna, ma sicuramente non è sufficiente, né priva di costi o rischi”. Perché Washington deve fare i conti con la mancanza di una legge sulla privacy che “permette ai soggetti malintenzionati – sia stranieri che nazionali (sì, sto guardando voi, Twitter e Facebook) – di sfruttare i dati personali degli americani per guadagni monetari, politici o geopolitici”, conclude.

La decisione statunitense riguarderà inevitabilmente anche l’Italia, dove il Copasir è già al lavoro sul dossier. Enrico Borghi, senatore del Partito democratico e membro del Copasir, aveva poi spiegato a Formiche.net che “le azioni che il Comitato compie fanno parte di un percorso di riservatezza che non intendo violare. Posso solo assicurare che sul tema si è adeguatamente vigili e operativi”. Il dibattito è in corso anche nel nostro Paese, e riguarda il divieto solo per i funzionari pubblici, non i cittadini qualunque. Ma “il fatto che gli Stati Uniti e l’Unione europea abbiano aperto un’istruttoria formale nei confronti di TikTok non può essere ignorato, né si può tacere circa il rischio da un lato della profilazione, schedatura e cessione dei nostri dati e della nostra popolazione più giovane in particolare e, dall’altro, del rischio di ingerenza e di influenza su milioni di nostri concittadini. Insomma”, concludeva il senatore, “non possiamo diventare fornitori ufficiali e inconsapevoli di informazioni per un’autocrazia che ritorce poi questi big data contro di noi”.

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