È in arrivo la proposta della Commissione per far competere le industrie europee strategiche per la transizione ecologica e digitale, che dovrebbe dare risposte alle aziende in attesa. Al Net Zero Industry Act Bruxelles vuole affiancare un piano per i materiali critici, dove la sponda con gli alleati sarà imperativa per far fronte al dominio cinese

Con la duplice pressione della transizione ecologica e della competizione strategica in materia di tecnologie verdi, l’Unione europea sta cercando un modo per proteggere, e dare un nuovo impulso, alle proprie industrie. Quella risposta dovrebbe arrivare il 14 marzo con la presentazione del Net Zero Industry Act, la risposta europea all’Inflation Reduction Act statunitense (e ai massicci sussidi cinesi) che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva anticipato a gennaio.

L’ATTENDISMO DI VOLKSWAGEN

È una corsa contro il tempo. Dopo il gigante della chimica Basf, Volkswagen è diventata l’ultima azienda di rilievo a mettere in pausa i piani per espandersi in Europa orientale – costruendo una nuova giga-fabbrica di batterie per auto – nell’attesa di vedere quali soluzioni arriveranno da Bruxelles per rispondere ai sussidi statunitensi. “Manteniamo il nostro piano di costruire fabbriche di celle per circa 240 GWh in Europa entro il 2030, ma per questo abbiamo bisogno delle giuste condizioni-quadro. Per questo motivo aspettiamo di vedere cosa porterà il cosiddetto Green Deal dell’Ue”, ha dichiarato l’automaker tedesco.

Nel mentre, però, Volkswagen sta accelerando i piani di espansione oltreoceano, dove la aspettano fino a 10 miliardi di euro in sussidi. “Di fatto è vero che stiamo andando avanti molto più velocemente in Nord America”, ha dichiarato a Reuters una fonte interna. E Thomas Schmall, membro del consiglio di amministrazione, ha recentemente scritto su LinkedIn che l’Europa rischia di perdere “la corsa per miliardi di investimenti che si decideranno nei prossimi mesi e anni” a causa delle condizioni vantaggiose offerte da Washington.

INDUSTRIA E MATERIE PRIME: GLI ATTI UE IN ARRIVO

Appuntamento rimandato, dunque, a martedì 14 marzo, quando assieme alla proposta per il Net Zero Industry Act – che definirà la politica industriale europea in tema greentech, dai sussidi statali alle provvigioni per l’energia rinnovabile – la Commissione dovrebbe presentare anche il Critical Raw Materials Act, che dovrebbe delineare la strategia europea sul versante delle materie prime strategiche. Secondo Politico, che ha ottenuto una bozza, quest’ultimo pacchetto-legge vuole garantire che l’Ue possa coprire con estrazione interna almeno il 10% del proprio consumo annuale di materie prime critiche entro il 2030.

L’obiettivo ultimo del Crma è la diversificazione dell’approvvigionamento di queste materie (quelle necessarie per la transizione verde e digitale e per le applicazioni nei campi dello spazio e della difesa). Serve ridurre la dipendenza dai Paesi come la Cina – che controlla praticamente tutte le catene di produzione cleantech, specie a livello di raffinazione, e potrebbe usare le esportazioni come leva geopolitica contro l’Occidente. In quest’ottica, la Commissione vorrebbe potenziare la raffinazione domestica  (almeno il 40% del consumo annuale, con un buon 15% di riciclaggio). Al 2030, secondo la bozza, “non più del 70% del consumo annuale europeo di ciascuna materia prima strategica, in qualsiasi fase di lavorazione pertinente, deve provenire da un singolo Paese terzo”.

PAROLA D’ORDINE: COOPERAZIONE

Stando alla bozza vista da Politico, la proposta europea definisce un quadro per selezionare e attuare progetti strategici, sia all’interno che all’esterno dell’Ue, che beneficerebbero di autorizzazioni più rapide e di finanziamenti aggiuntivi. Dopodiché si propone di istituire un comitato europeo per le materie prime critiche che fornisca consulenza alla Commissione e ai Paesi membri, nonché un quadro per discutere di partenariati strategici con Paesi terzi.

È qui che si può giocare di sponda con gli alleati: come ci spiegava Giacomo Vigna, co-direttore del tavolo di lavoro sulle materie prime critiche del governo italiano, “si sta già cristallizzando un polo di Paesi che non hanno rapido accesso alle materie prime critiche, ma che sono intenzionati a rinsaldare le catene di produzione. Ora serve rafforzare una visione comunitaria”. Per questo “si dovrà trovare un punto di incontro tra Ue e Usa, anche nel contesto della Minerals Security Partnership a cui l’Italia ha appena aderito”.

La stessa von der Leyen, sul palco di Davos, ha minimizzato le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico e parlato di pareggiare il campo da gioco, pesantemente inclinato da un ventennio di sussidi mirati e trasferimento di know how occidentale, con la Cina. E poche settimane dopo la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen ha detto che un accordo nel campo delle materie prime potrebbe essere la via giusta per estendere la portata dell’Ira verso le aziende europee. Del resto, già da novembre la rappresentante al Commercio Katherine Tai esortava l’Ue a sviluppare una strategia di sussidi parallela – ancor meglio: complementare – rispetto a quella statunitense: in Occidente serve fare squadra per proteggere la transizione dalla minaccia cinese.

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