Un bullo di venti anni soggioga, terrorizza e infligge la revenge porn ai danni di una indifesa adolescente. “Mia” (2023), di Ivano De Matteo, in un asciutto stile neorealista, porta sullo schermo un tema socio-psicologico purtroppo frequente. Ottima la performance di tutti gli attori

Immagini di una bambina di pochi anni che si muove con grazia davanti ai primi cellulari mentre l’amorevole mamma la riprende. Chiude gli occhi, accenna a un passo di danza, con la vanità innocente dell’infanzia. Poi chiede: “Hai fatto? Fammi vedere”. Taglio. Ora Mia è una adolescente che si trucca con un forte rossetto rosso cupo. È mattino, davanti allo specchio dello stretto corridoio si sta filmando in un video TikTok, in un appartamento popolare, prima di andare a scuola. Siamo in un normale gruppo di un interno. Padre, madre e figlia. Scherza con suo padre, Sergio, “dai vieni!”, intende, nel filmato.

Mia (Greta Gasbarri, perfetta la sua prova di esordio: tra gioia contenuta, riservatezza, crisi, diretta sapientemente) è magra, con la maglietta sopra l’ombelico, come da moda, truccata come tante ragazze della sua età, felice della sua vita di adolescente. Gioca con abilità a volley, e la sua squadra va bene. Frequenta un liceo classico (vita scolastica che non vedremo mai: l’unico limite della sceneggiatura) che deduciamo dalla battuta della madre, “recupera il greco!”.

Un giorno, mentre accompagna la sua amica Anna (Alessia Manicastri: sicura nel suo ruolo secondario, ma drammaturgicamente centrale) per i nose holes (buchi al naso), incontra un giovane di vent’anni, Marco (Riccardo Mandolini: ineccepibile la sua performance, mimica e linguistica, da perfetto bullo imbottito di soldi, suo padre ha una concessionaria di auto). Un ex allievo che ha lasciato la scuola statale perché bocciato (e avrà poi preso un diploma alla parificata a pagamento, come si usa fare).

Mia al suo primo amore perde la testa. Marco è interessato solo al rapporto fisico. Forse vuole, la sceneggiatura non lo dice, ma lo si evince, allungare la sua collezione di vergini. Sta di fatto che “l’amore” di Marco verso Mia si rivela solo un desiderio di possesso e di obbedienza cieca da parte di Mia. Trattata, gradualmente, prima con ordini perentori, limitazione di libertà personale, parole forti, contrabbandati per “amore”, Marco arriva alla sottomissione totale e passiva della ragazza. Sancita a casa sua, una notte, con la “prima volta” di Mia ottenuta facendola ubriacare: conquista di cui, cinque minuti dopo, si vanta per telefono, con un amico, bullo come lui.

Mia, dopo esser stata usata da Marco, non viene più cercata. Cade in depressione, è in preda alla delusione, con dentro un forte senso di colpa. Non lascia la sua cameretta, in pigiama tutto il giorno, non va a scuola, non si trucca più. Il padre, in un momento di disperazione, le grida di tornare come prima, che la vuole con “quel rossetto che odiavo”, che esca con le amiche, a giocare a palla a volo. La madre, più dolce e paziente nei modi (Michela Mancini, in consumato equilibrio, soprattutto nel finale: poteva cadere nel melodrammatico) fa di tutto per recuperare la figlia. Mia supera la crisi, inizia a vivere di nuovo. Un ragazzo acqua e sapone, della sua età, si interessa a lei. Mia sembra aver trovato il giusto amore adolescenziale.

Ma torna Marco, contrario a che la sua preda possa vivere senza di lui: adotta l’aggressione più estrema e violenta, la revenge porn. Invia foto e filmati del rapporto sessuale avuto con Mia al nuovo amico della ragazza, a lei, a tutte le sue amiche. Mia, disperata torna a casa e si getta dalla finestra. Il finale lascia un filo di speranza. Ma una vita, una famiglia, sono state distrutte.

Con Mia Ivano De Matteo veicola un forte messaggio psico-sociale: avverte tutte le adolescenti e le donne che se un uomo mostra sintomi di strana “gelosia”, bisogna saperli leggere, potrebbero essere i prodromi di qualcosa di più drammatico. Violenze, aggressioni, sfigurazioni del volto, femminicidi. Istigazione al suicidio, come nel caso di Mia. Sono sempre più frequenti nella cronaca quotidiana.

Peccato che la sceneggiatura tenga fuori il mondo della scuola: spesso i primi ad accorgersi del disagio degli adolescenti sono gli insegnanti. Una evidente, e più grave, caduta di stile dal punto di vista educativo, è quando l’amica del cuore, Anna, parla della sua perdita della verginità, come di una cosa normale, ridendone. “Poi ti abitui ad avere i ragazzi, io mi sono fatta tutta la scuola!”. In un film che vuole trasmettere valori etici questo passaggio è figlio del relativismo sociologico e decisamente antieducativo.

Il film arriva al pubblico non solo per la storia e per la armonica resa degli attori (su tutti Edoardo Leo: alcuni momenti riflessivi del personaggio sono da Marcello Mastroianni, alcune arrabbiature da Claudio Amendola), ma anche grazie allo stile minimalista, da cinema documentario, scelto da De Matteo. Gli interni sono spesso poco illuminati (la scenografia di Antonio Farina ci fa vivere il dramma anche fisicamente). Abbiamo una scena volutamente in controluce (complimenti a Giuseppe Maio, direttore della fotografia), che il cinema classico eviterebbe, con padre e madre contro la finestra della cucina. Sono fortemente angosciati della crisi di Mia (sono i giorni in cui non esce dalla cameretta). Sul davanzale De Matteo ha voluto che si veda, di là dal vetro, solo il rosso dei gerani di un vaso. Ecco il simbolo della speranza. Appena accennato. Assenti le scene di giornate assolate in esterni. L’unica è quella in cui Mia torna a vivere la sua vita normale con i compagni di scuola. Una breve primavera (sottolineata dalla musica solare e impressionista di Stefano Lentini). Prima del ritorno dell’orco.

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