Pur consapevole delle difficoltà che doveva fronteggiare, Alfredo Cattabiani non si lasciò intimidire e fu protagonista di una stagione culturale all’insegna dell’anticonformismo e della libertà di pensiero. Fu lui a portare “Il signore degli anelli” in Italia, e a pubblicare autori di grandissimo livello, prima che la Rusconi gli fosse strappata da chi tra i comunisti predicava democrazia e progresso mentre i gulag russi si riempivano di dissidenti. Il ricordo di Gennaro Malgieri

Sulle colline che dominano Sarajevo ero assorto, in un pomeriggio di maggio del 2003, nella contemplazione della città devastata. Incurante del pericolo, mi ero spinto laddove il terreno fino a pochi giorni prima nascondeva ancora insidie lasciate dalla guerra, almeno così dicevano i cartelli inchiodati agli alberi. Ma da nessun’altra altura si poteva avere una visione completa come da quella posizione dalla quale si tenevano lontani per prudenza i miei due o tre accompagnatori bosniaci. Ed io volevo spingermi con lo sguardo fin dove era possibile dentro l’ultimo tragico reperto del disfacimento dell’Europa. Lo scenario suscitava orrore e rabbia.

Avrei voluto distaccarmi dalla visione di quella città diventata un cimitero, ma ancora la morte mi raggiunse lasciandomi impietrito. Al telefono la voce commossa della cara amica, Simonetta Bartolini,  mi allontanò per un attimo dandomi una notizia, alla quale pure mi ero andato preparando, ma che lì, proprio lì, non avrei mai immaginato di ricevere: Alfredo Cattabiani si era appena spento nella sua casa di Santa Marinella. E alle rovine di Sarajevo volsi uno sguardo ancora più disperato ricordando la bellezza che il mio amico aveva ricercato nelle rare forme di un’Europa ormai inesistente. Il richiamo del muezzin, debolmente percepito, lo colsi come un’invito alla preghiera per chi se n’era appena  andato.

Lasciai quelle alture, lentamente. Mi voltai e tra gli edifici disfatti della città sottostante ebbi l’impressione, pensando intensamente ad Alfredo che non avevo fatto in tempo a salutare, che i suoi animali, i fiori, le piante, i mille simboli dei quali aveva popolato il suo misterioso universo di indagatore dei segni e dei misteri si affollassero da quelle parti, dove non era rimasto nient’altro che l’ombra della morte.

Riandai con la memoria ad altri mesi primaverili nel quale mi capitava di talvolta condividere qualche serata con Cattabiani, in compagnia di Stenio Solinas o di Marcello Veneziani, tra il Palatino ed il Celio, passeggiando intorno alla sua abitazione. Incline a riconoscere nei segni della Roma più nascosta, la perennità di una tradizione che benché rimossa era in grado di manifestarsi a chi vi si accostava con l’animo sgombro dalle incrostazioni della modernità, ci indicava pietre che prodigiosamente “cantavano”. E dai Fori Imperiali a San Clemente al Celio, dove nei suoi sotterranei è custodito il più suggestivo Mitreo, era in grado di individuare percorsi sacrali che, come avrei capito, erano il suo mondo più segreto rivelato nei libri che andava pubblicando con fatica che non appariva, eppure le ricerche erano ardue, dure, difficoltose.

Ma, sbocconcellando qualche fragola, mi dava l’impressione, nel raccontare il suo cammino tra gli arcani simboli di un’antichità che aveva in qualche modo interiorizzato, che nulla gli appariva più entusiasmante ed appagante dell’intrigarsi intorno al significato di an ancestrali iscrizioni sottostanti o sovrastanti animali simbolici, astri scolpiti, piante abbozzate in bassorilievi di pregevole fattura resistenti al tempo e alla umana barbarie. E a maggio la sua avventura ebbe termine, forse, a dispetto delle sofferenze del corpo, con il sorriso dello spirito che, per quanto ne so, mai lo aveva abbandonato, neppure negli anni più tormentati della sua esistenza.

Per quanto i “padroni” del pensiero e delle arti, lo avessero “esiliato” non riconoscendo dignità intellettuale e tantomeno accademica ai suoi studi, come sottolineato da Veneziani in un bel profilo, il lavoro culturale di Cattabiani, ad onta del tempo trascorso rimane solennemente integro, neppure un velo di polvere vi si è depositato. Aveva sessantasei anni Cattabiani quando, in seguito ad una lunga e dolorosa malattia, ci lasciò il 18 maggio 2003. Era nato a Torino il 26 maggio 1937. Un mese “fatale”. Ma mentre abbandonava questo mondo sì che la sua opera assumesse una connotazione ben più rilevante di quanto avevamo potuto apprezzarla nel momento che si dispiegava sotto i nostri occhi destando la meraviglia di un modo incantato che Cattabiani sapeva riprodurre come uno scrittore rinascimentale, coltissimo ed elegante. Come poteva immedesimarsi con l’intellettualità dominante, classe di servi priva di indipendenza di giudizio e incline a compiacere il potere, quale che esso fosse, pur di raccattare briciole di interessata carità?

Non ha elemosinato cariche e prebende. Viveva del suo lavoro. Scriveva, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, per giornali che pur lo apprezzavano senza mai chiedere un contratto, per poter vivere non sentendosi mai precario. Una volta mi disse: “Sai che non posso ammalarmi? Se salto una rubrica o un cero numero di scritti mensili, non mi paga nessuno”. La libertà ha prezzi che coloro che la svillaneggiano facendone un feticcio retorico neppure immaginano. L’uomo è lo stile, si diceva una volta a Parigi. Cattabiani poteva dare lezioni, gratuite naturalmente. Da aristocratico è morto povero.

Giovanissimo aveva scelto il “campo” nel quale sistemarsi; un campo scomodo, rischioso, insicuro, come ebbe modo di sperimentare in tutte le fasi della sua vita, mai facendosene un cruccio o rimproverandosi la “temerarietà” del cammino che aveva deciso di percorrere.

Il primo atto fu la discussione della tesi di laurea nella “rossissima” Università di Torino, dominata da Norberto Bobbio, su Joseph de Maistre. Una provocazione? Neppure per sogno: un atto riparatore, come mi confidò una volta, per il disamore che si era addensato, anche da parte dei suoi “connazionali” già sudditi dei sovrani piemontesi, sul grande savoiardo ritenuto poco meno di un dèmone dalle vestali della democrazia anche durante il regno sabaudo che aveva servito come meglio non avrebbe potuto. La commissione, vera e propria “giuria” appostata per giudicare il grado di apostasia dei candidati ed il livello della loro “coscienza democratica e comunista” (un ossimoro al quale nessuno faceva caso, naturalmente), non la prese molto bene, a parte il relatore, uomo di grande cultura e di straordinaria umanità, il professor Luigi Firpo, uno dei più valorosi studiosi  del pensiero politico cui non faceva impressione il radicalismo dei suoi colleghi.

Bobbio che era controrelatore si distinse per spirito di tolleranza, si fa per dire, interpretato alla sua maniera, da pontefice massimo dell’antifascismo militante: prese la copia della tesi che aveva davanti e la gettò in terra, motivando l’elegante gesto con la risibile scusa che non avrebbe mai discusso su un “teorico della schiavitù”. A quel punto, Alessandro Passerin d’Entreves, uno dei più importanti pensatori liberali, storico del diritto oppositore del fascismo e mai tentato dall’ossequio al regime come altri cattedratici che lo affiancavano in quell’occasione, osservò che si stava discutendo non di de Maistre, ma di una tesi su de Maistre e, dunque, il compito della commissione era quello di valutare il lavoro del laureando. Che a tutti – tranne che a Bobbio il quale, da quanto si riuscì a capire, non si pronunciò (la votazione avveniva senza la presenza del pubblico) – parve di ottimo livello.

Cattabiani, pur risultando brillante, comprese in quel momento che la sua vita intellettuale sarebbe stata segnata da quell’esordio “politicamente scorretto” e gli avrebbero fatto pagare l’affronto maistriano ai patetici custodi della Ragione illuminista. Il suo amore per de Maistre soltanto ai poveri di spirito, ai rigovernatori delle ideologie nei lavelli unti delle casematte partitiche, poteva apparire come uno sgarbo fatto di proposito, quasi uno schiaffo (che ci stava tutto, beninteso) a chi si atteggiava a chierico dell’azionismo o del comunismo con quell’albagia tipica dei plebei paghi degli avanzi che cadono dai tavoli dei potenti.

Nel 1971, nell’Introduzione alla sontuosa edizione delle Serate di  Pietroburgo , che pubblicò e curò per Rusconi, casa editrice da lui diretta, Cattabiani scrisse: “Non è senza motivo che Charles Baudelaire abbia scritto nei Journaux intimes: ‘De Maistre ed Edgar Poe mi hanno insegnato a ragionare’, o che Giacomo Noventa non esitasse a citare frequentemente lo scrittore savoiardo, infrangendo quella censura occulta che vieta di rammentare certi autori proibiti se non deformandoli in una maschera grottesca. La spruzzatura maistriana, che affiora dal suo stile colloquiale e paradossale, non può non attirare coloro che alla dialettica dell’illuminismo si sottraggono con disinvoltura aristocratica, divenendo agli occhi dei contemporanei esempi imperdonabili di una rara libertà di giudizio”.

E Cattabiani scelse di stare dalla parte degli “imperdonabili” con quel biglietto da visita stampato a Chambéry e recapitato alla “progressista” commissione di laurea torinese prima e ai clan ossequiosi di tutte le rivoluzioni più criminose poi, soggetti la cui malafede ormai è stata quasi rimossa ai quali, tuttavia, non vogliamo concedere nulla dopo averli visti agghindarsi con l’aureola dei  combattenti per le iniquità più riprovevoli, dal sovietismo al castrismo al maoismo, per rappresentarsi più su degli umani comuni.

Ci voleva ben altro per intimidire quel giovane temerario che fin nello stile godeva a sfidare il conformismo imperante negli anni Cinquanta sotto la Mole non meno che altrove. Un conformismo appiattito sull’uso strumentale della libertà e perciò avverso all’essenza stessa della libertà correttamente declinata, per quanto possa sembrare paradossale, proprio da pensatori come de Maistre o Edmund Burke.

Il savoiardo, non diversamente dall’affine “collega” conservatore britannico di origine irlandese, diffidava delle proclamazioni astratte di libertà perché convinto che “la sfera delle libertà dipende dalla struttura culturale di ogni popolo, dalla sua storia. Il problema, a parer suo, è semmai un altro: è di cercare continuamente di conciliare le esigenze di uno Stato ordinato e teso a perseguire il bene comune con le libertà dei sudditi”, chiosava Cattabiani che non mancava di ricordare come de Maistre sosteneva anche che “bisogna parlare ai popoli dei vantaggi dell’autorità, ai prìncipi dei vantaggi della libertà”. Tra questi due apparentemente opposti poli sorge la sovranità prima che come concetto politico, come norma di saggezza morale che sostiene la norma giuridica e statuale.

Se de Maistre è stato la stella polare di Cattabiani, molti altri autori lo hanno indirizzato e lui li ha amati a tal punto da “inventare” una casa editrice per pubblicarli nonostante il disprezzo ideologico che li circondava. Con la raffinatezza appresa in casa dal padre Leonildo, musicista e dalla madre Anna Maria Borletto, stilista di moda, imparò a coltivare la bellezza i cui risultati si videro presto nella cura dei maestri che si scelse e negli scrittori che immaginava di pubblicare in anni difficili soprattutto per un ragazzo di appena venticinque anni.

Formatosi leggendo avidamente Mircea Eliade, Augusto Del Noce, Simone Weil, René Guénon e naturalmente de Maistre, in una Torino egemonizzata «dalle contraddizioni totalitarie della cultura marxista-leninista» e dall’«intolleranza di quelle neo-illuminista e neo-positivista», come scrisse Cesare Medail sul Corriere della sera due giorni dopo la sua morte, Cattabiani intendeva reagire nel solo modo per lui possibile: fondando, insieme con amici che gravitavano attorno ad Augusto Del Noce, le Edizioni dell’Albero. Era il 1962 e l’ardimentoso proposito di Alfredo e dei suoi compagni di ventura, provenienti dalle file del cattolicesimo tradizionalista e da una destra non definita, oscillante tra rivendicazioni neofasciste e pulsioni reazionarie, tradizionaliste e conservatrici, era quello di opporsi al monopolio della cultura marxista dominante e a quel “cattocomunismo”che Del Noce avrebbe sezionato fin nelle fibre più nascoste.

Nel 1969, a soli trentadue anni, assunse la direzione editoriale della Rusconi Libri inventandola dal nulla e lanciandola temerariamente – è caso di dirlo, senza girarci intorno, con un atteggiamento apertamente “sovversivo”  contro il conformismo culturale dell’epoca –  in una battaglia delle idee che alla fine gli costò cara, quando il potere cattocomunista, appunto, costrinse l’editore a metterlo alla porta.

La sinistra arrivò ad invocare un “cordone sanitario” attorno alla Rusconi  a difesa del progresso e della democrazia: roba da far accapponare la pelle, mentre i “confortevoli gulag” del compagno Brezvev si affollavano di dissidenti che spesso vi trovavano la morte nell’indifferenza di intellettuali italiani fiancheggiatori chiamati ad importanti incarichi nelle istituzioni culturali: un clima orrendo nel quale il terrorismo cominciava a farsi sentire a compi di bombe e di omicidi.

Cattabiani, pur consapevole delle difficoltà che doveva fronteggiare, non si lasciò intimidire e fu protagonista, pur non volendolo, di una stagione culturale all’insegna dell’anticonformismo e della libertà di pensiero come poche ce ne sono state nel secondo Novecento italiano: una storia che andrebbe scritta dettagliatamente non tanto per onorare un grande e coraggioso intellettuale (non ne ebbe bisogno allora, poco se ne fa da morto), ma per testimoniare e documentare una “resistenza intellettuale” che neppure borghesi, conservatori, liberali, cattolici e “destristi” vari ebbero la sensibilità di sostenere, con l’eccezione di pochi intellettuali e politici, emarginati  nei loro stessi gruppi di appartenenza.

La Rusconi di Cattabiani si impose con un catalogo di tutto rispetto, poi “saccheggiato”  senza neppure l’eleganza di citarlo da editori snob  che non hanno avuto bisogno di essere “sdoganati”, né di pagare i propri pedaggi essendo nati  a sinistra, o nel plumbeo agnosticismo funzionale al potere, e portandosi poi leggermente altrove, fin nelle propaggini della Destra, depurando e manipolando,  o in quei luoghi dove non c’è nessuno, come avrebbe detto Drieu La Rochelle, uno degli autori più amati da Cattabiani.

Sul mercato editoriale, nonostante il boicottaggio dei recensori di professione, Cattabiani s’impose  proponendo gli “impresentabili”, da de Maistre a Donoso Cortés, da Simone Weil a Georges Bernanos, da Augusto Del Noce a Ugo Spirito, da Pavel Florenskij a Guido Ceronetti, da Cristina Campo – una delle luci più luminose del secolo scorso – a Ernst Jünger, dal “borbonico” Carlo Alianello al sulfureo Barbey d’Aurevilly, a collaudati conservatori come Giuseppe Prezzolini, e poi Amanda Coomaraswamy, Titus Burckhardt, Mircea Eliade, René Guénon, Giuseppe Sermonti, Fausto Gianfranceschi, fino a J.R.R. Tolkien che nessuno in Italia aveva avuto il coraggio di pubblicare, benché i suoi testi non fossero “politici”, ma fantastici e, se si vuole, “metapolitici”, allegorie di un mondo mitico nel quale i valori aristocratici, gerarchici, eroici erano i veri protagonisti.

La cosmogonia tolkieniana, riassunta (si fa per dire) nell’imponente Il Signore degli Anelli, diventò un riferimento di culto per giovani alla ricerca del mondo di domani: l’avvenire apparteneva a chi sapeva sottrarsi dalle imposture del realismo socialista e del progressismo straccione, con l’entusiasmo di chi nel “realismo fantastico” s’immergeva più che per sfuggire al mondo circostante, per guadagnare lidi sui quali costituire un’alternativa spirituale. Ed era questa l’unica rivoluzione possibile che in tanti, nelle alte sfere della cultura e della politica, non capirono. Fu Élemire Zolla a convincere Cattabiani a pubblicare quell’opera che si presentava come impegno editoriale gravosissimo: oltre millecinquecento pagine nell’edizione inglese: fu sorprendente il successo che  ottenne. Il mondo degli hobbit fece irruzione in Italia grazie ad un elfo piemontese, molto snob e immensamente coraggioso.

A Paolo Isotta e Piero Buscaroli affidò una raffinata e fortunata collana musicale, mentre un’altra di classici filosofici la mise nelle mani sicure di  Vittorio Mathieu, Giovanni Reale, Giovanni Sanginello, Adriano Bausola nella quale si trascorre da Platone a Plotino, da Filone d’Alessandria a Dionigi l’Areopagita a Meister Eckhart.

Nel 1979, dopo dieci anni intenso lavoro e ricchi di “scoperte”, oltre che di battaglie che non lo abbatterono, anzi, lo rafforzarono, Cattabiani fu costretto all’abbandono della sua creatura e si reinventò giornalista, sia pure di “taglio” culturale. Trasferitosi a Roma fu responsabile fino al 1981 la sezione culturale del Settimanale collaborando contemporaneamente alla terza pagina de Il Tempo, curata da Fausto Gianfranceschi.

Alfredo Cattabiani resterà nella nostra memoria come una sorta di hidalgo, al di là del tempo, consapevole di aver adempiuto al compito arduo e affascinante, al tempo stesso, di divenire ogni giorno se stesso, fedele al motto che  il suo “ispiratore”, sempre presente nella sua umana vicenda, il Conte Joseph de Maistre, volle far scrivere sul suo bianco sepolcro nella Chiesa dei Santi Martiri a Torino – dedicata ai più antichi patroni della città: Avventore, Ottavio, Solutore e voluta nel 1577 da Emanuele FilibertoFors l’honneur nul souci, oltre l’onore nessun’altra preoccupazione. Il defunto, raffigurato sul bassorilievo con un crocifisso nella mano destra, è immaginato nel momento in cui un angelo lo abbraccia per fargli spiccare il volo accompagnandolo in cielo. Nella parte bassa della lapide alcune figure evocano i geni alati dell’immaginario greco e romano. Un canone della bellezza che descrive il cristianesimo, intriso di motivi estetici paganeggianti, di de Maistre.

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