Il ruolo dei cattolici in questa terribile guerra di bombe, cibo ed energia potrebbe diventare determinante e trainante, affiancando la diplomazia internazionale

Continuano a restare inascoltati gli  appelli di Papa Francesco sulla pace, il quale però non perde occasione per battere tutte le strade possibili. E cosi ha incaricato il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi a “condurre una missione, in accordo con la Segreteria di Stato, che contribuisca ad allentare le tensioni nel conflitto in Ucraina, nella speranza, mai dimessa dal Santo Padre, che questo possa avviare percorsi di pace”. La scelta è caduta su uno degli esponenti della Chiesa che più ha maturato esperienze nei rapporti internazionali. Infatti Zuppi curò per la Comunità di Sant’Egidio, gli accordi di pace in Mozambico nel ’92, quelli per il Guatemala a metà anni Novanta, in Burundi, nel 2003 e poi la stessa Comunità è già impegnata negli aiuti umanitari in Ucraina.

Questa scelta, oltretutto, essendo Zuppi il presidente della Conferenza dei Vescovi italiani, potrebbe anche servire a mobilitare il mondo cattolico italiano che si mostra ancora troppo tiepido nel sostenere il Santo Padre nella sua opera di pace, nonostante egli resti equidistante non sulle responsabilità morali del conflitto in Ucraina, da attribuire alla Russia senza alcun equivoco o infingimento, ma sulle concause geopolitiche e militari che hanno contribuito a far accendere la scintilla, che lo portano a parlare per immagini figurate, che da sole fanno comprendere il suo pensiero: “L’abbaiare della Nato alle porte di Mosca” e “non cadiamo nella logica di Cappuccetto Rosso”.

Il ruolo dei cattolici in questa terribile guerra di bombe, cibo ed energia potrebbe perciò diventare determinante e trainante, affiancando la diplomazia internazionale. Lo diciamo da mesi.

Laddove la politica e le istituzioni internazionali appaiono ininfluenti, può arrivare il carisma del Pontefice, che, a dispetto di qualche interpretazione superficiale, non si è affatto sottratto al ruolo di mediazione e continua a lavorare assiduamente nell’ambito della diplomazia per provare a creare un canale di pace che consenta alle parti in causa di uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciate. Bergoglio continua ad indirizzare  il suo monito a non girarsi dall’altra parte. “Vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: cosa faccio io per il popolo ucraino? Prego, mi do da fare, cerco di capire? Ognuno si risponda nel proprio cuore…”, è il monito del Santo Padre, perfettamente consapevole che solo la mobilitazione delle coscienze del mondo cattolico può generare legna da far ardere sul fuoco delle trattative; solo la mobilitazione civile e una soglia altissima di indignazione per ogni vittima di questa sporca guerra può aiutare un’autorità morale e religiosa come il Pontefice a  non lasciarsi triturare dai bassi giochi di strategia geopolitica od economica dei blocchi contrapposti.

Proprio per questo non bastano i canali tradizionali della diplomazia, ma gli imprenditori, il “no profit”, il volontariato, i dirigenti cattolici, i fedeli, le parrocchie, devono sostenere le iniziative di pace del Papa con più forza e devono cercare di unire tutta la comunità cattolica nella mobilitazione contro la guerra, uscendo dalla logica paralizzante dei buoni e dei cattivi, come ha sottolineato lo stesso Pontefice. Purtroppo vediamo invece che la voce che arriva dal mondo cattolico è ancora troppo debole e flebile, pochi “urlano dai tetti”, come sarebbe opportuno, necessario e indispensabile, anche per rivendicare un ruolo che noi cattolici potremmo e dovremmo assumere in questo storico frangente della nostra storia, della storia dell’Europa e della storia del mondo occidentale.

Papa Bergoglio sta sfidando gli steccati ideologici, culturali e perfino religiosi che dividono le due fazioni attuali, si propone come mediatore di un processo di pace della quale la Chiesa nei secoli si è sempre impegnata sia a livello teorico che pratico. L’esempio di Papi che nella storia si sono mossi sul fronte della pace, senza se e senza ma, del resto, è illuminante e deve dare forza ai tentativi di questo Papa.

Analoghe iniziative, del resto, nel passato furono prese dal nostro mondo a seguito degli appelli contro tutte le guerre da parte dei vari pontefici: dalla definizione di “inutile strage” pronunciata da Benedetto XV sulla prima guerra mondiale all’appello di Pio XII da Castelgandolfo il 29/08/1939 alla vigilia del secondo conflitto mondiale, per arrivare ai moniti di Paolo VI a l’Onu il 04/10/1965, fino al grido di San. Giovanni Paolo II urlato all’Angelus del 16/03/2003. Per non parlare del ruolo di Benedetto XVI che nel corso del suo Pontificato illuminò il legame strettissimo tra ordine mondiale e felicità collettiva, indicando “le vie di attuazione del bene comune da percorrere per ottenere la pace”.

Gli appelli dell’ora presente di Papa Bergoglio a non  arrendersi “alla logica della violenza, alla perversa spirale delle armi” e a “imboccare la via del dialogo e della pace” è, dunque, nel solco della tradizione bimillenaria della Chiesa. Troppo tempo è già passato invano ed il Santo Padre è dovuto di nuovo intervenire nei giorni scorsi direttamente ricevendo il capo del governo ucraino, senza ottenere praticamente nessuna apertura o disponibilità da parte di  Volodymyr Zelens’kyj  fino a programmare addirittura un suo viaggio a Kiev.

Ecco perché oggi la comunità cristiana di tutto il mondo deve unirsi con orgoglio e a testa alta allo sforzo di questo Pontefice in grado di determinare le sorti del conflitto, ma anche la presa di coscienza collettiva sull’orrore delle armi e della guerra.

È l’ora dunque di una grande mobilitazione dei cattolici italiani intorno al Papa, che nasca dal basso. È l’ora che chiunque di noi, che ha Fede e crede nella pace degli uomini e tra gli uomini, non si giri dall’altra parte e non si arrenda a ciò a cui il Santo Padre ha chiesto di non rassegnarsi mai.

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