“La convivenza russo-cinese in Africa non implica che le agende politiche dei due attori siano perfettamente sovrapponibili e perciò lo spazio di manovra dell’Unione europea è proprio nel cercare un’intesa con il partner più affidabile per quelli che sono gli obiettivi europei di corto-medio periodo”. Conversazione con l’analista dello Iai

L’aggravarsi del caso Sudan, dopo le crisi in Libia e Tunisia, ci dice che la macro regione del Sahel, in una linea orizzontale che va dal Senegal all’Eritrea, è condannata alla crescente instabilità. Secondo Federico Castiglioni, analista dello Iai e docente di Politiche e istituzioni europee, il quadro che emerge è caratterizzato da una sorta di contaminazione di instabilità, data da un lato dalla presenza russo-cinese in Africa, che apre ad uno spazio di manovra europeo e, dall’altro, dalle riflessioni che Roma e Bruxelles dovranno fare sul dossier energetico.

È un processo irreversibile?

Questa ricostruzione è molto suggestiva ma indubbiamente in Libia, Tunisia, Sahel e ora Sudan ci troviamo di fronte a crisi molto diverse e che si sviluppano in un arco temporale diacronico. È vero che nelle regioni interconnesse – come il Nordafrica, l’Europa o il Medio Oriente – possiamo assistere ad una “contaminazione di instabilità” tesa a deteriorare gli equilibri politici interni, ma è altrettanto indubbio che per comprendere una crisi dobbiamo considerare in primis la sua specificità.

Ovvero?

Il recente caso del Sudan ne è un esempio. Questo paese è uno dei più sfortunati del continente africano, con una storia recente marcata da colpi di stato, guerre con i suoi vicini e crisi umanitarie anche quando la regione nel suo complesso non viveva eventi così drammatici. Ovviamente il conflitto in Tigray dello scorso anno e la conseguente tensione tra Sudan ed Etiopia ha contribuito in questa “contaminazione di instabilità” ad aggravare la tensione domestica latente, ma come spesso accade la vera causa della crisi va ricercata in equilibri politici interni precari che hanno lasciato vuoti di potere.

Quale il ruolo dell’occidente dopo il disimpegno francese e dopo la solida avanzata di Cina e Wagner?

Indubbiamente i mercenari del Gruppo Wagner sono molto attivi in Libia e Mali, e ci sono indizi di un loro intervento nell’attuale crisi in Sudan. Anche la Cina ha interessi commerciali proprio in Sudan e in Etiopia, mentre per Pechino è molto meno strategica l’Africa centro-occidentale. Questa convivenza di presenza russo-cinese in Africa però non implica che le agende politiche dei due attori siano perfettamente sovrapponibili e perciò, venendo alla sua domanda, lo spazio di manovra dell’Unione Europea è proprio nel cercare un’intesa con il partner più affidabile per quelli che sono gli obiettivi europei di corto-medio periodo (anche perché quelli di lungo sembrano evanescenti).

Guardando a Khartoum?

Nel caso sudanese, continuando con questo esempio, l’interesse europeo è che la crisi si risolva in fretta e non si traduca in un disastro umanitario. L’impressione è che anche la Cina, uno dei maggiori partner commerciali di Khartoum, condivida questa agenda. La visita di Macron del mese scorso a Pechino del resto ci ha ricordato come la Francia continui, con una certa coerenza, a sostenere la necessità di un mondo multipolare e flessibile e a respingere, con un certo retrogusto gollista, ogni divisione in blocchi che schiacci l’Europa sull’Atlantico. Il messaggio risuona a Bruxelles, ma trova scarso eco visto che alcuni stati membri sono di avviso totalmente diverso, con la Commissione nel mezzo che prova a conciliare queste due anime molto diverse.

Eppure l’Ue avrebbe l’interesse ad una maggiore relazione con l’Africa, per via del dossier energetico: perché non è stato tradotto in politiche?

L’ Ue ha dedicato all’Africa grande importanza e anzi forse questa è l’unica area geografica dove gli stati membri hanno provato a collaborare più attivamente tra loro e con il Servizio europeo per l’azione esterna (il servizio diplomatico dell’Unione europea). L’ Europa è il principale partner commerciale dei Paesi africani – molto più importante della Cina – nonché il principale fornitore al mondo di aiuti umanitari e il primo interlocutore della locale “Unione Africana”. Solo lo scorso anno, la Commissione europea ha annunciato un piano di 150 miliardi di investimenti in infrastrutture per l’Africa con il Global Gateway e altre iniziative bilaterali. Il problema europeo è che questa massiccia presenza economica non riesce a tradursi in influenza politica, e questo perché vediamo ancora interessi divergenti tra le diverse diplomazie del vecchio continente, ognuna gelosa del proprio rapporto privilegiato (o presunto tale – si pensi alla Francia) con i paesi africani che porta ad una delegittimazione di Bruxelles come leader del dialogo. Questo è anche il motivo per cui non si riesce a pensare a degli obiettivi concreti in Africa e quindi a disegnare un’agenda politica comune, oltre ad un generico interesse a contenere le spinte migratorie.

La guerra in Ucraina come ha impattato?

C’è da dire che neanche il conflitto in Ucraina ha aiutato, visto che i fondi destinati alla stabilizzazione politico-militare africana e veicolati dallo European Peace Facility sono stati utilizzati (su scala molto più larga) per aiutare Kiev, rendendosi quindi indisponibili per iniziative/missioni di sicurezza e difesa nel continente. E’ vero che la questione energetica può essere la nuova chiave di volta delle relazioni euro-africane ma la strada è molto più insidiosa di quanto sembri. Come è noto, l’Italia ha l’ambizione di creare questo hub europeo del gas e a tal fine il governo Draghi ha concluso un accordo per l’esportazione con l’Algeria, un paese che ha un rapporto complicato con il Marocco e la Spagna ed è molto legato alla Cina, tanto che l’anno scorso Pechino ed Algeri hanno firmato un accordo quinquennale nel quadro della “Belt and road initiative”. Ma ancora più insidiosa per le ambizioni italiane è la presenza turca nel mediterraneo.

In quale misura?

Nel caso del mediterraneo centro-orientale, è nota la facilità con cui Ankara ricorra alle minacce per tutelare i proprio interessi e limitare ogni ambizione italiana o europea: l’abbiamo visto con l’embargo Ue verso la Libia e con le esplorazioni dell’Eni a Cipro. Ma anche l’Algeria è stata corteggiata da Erdogan negli ultimi anni per creare un “fronte comune”, come dimostrato dagli accordi firmati dai due Paesi nel maggio scorso. Il sogno di Erdogan, in realtà, è che sia proprio la Turchia a diventare il futuro hub energetico per l’Europa e la posizione italiana, senza un convinto sostegno di Bruxelles, potrebbe non essere in grado di reggere la sfida.

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