A un decennio dal lancio, l’azienda leader del settore dell’informatica lancia l’ultima versione della sua piattaforma. Darà una mano alle aziende nella scelta dei modelli di apprendimento migliori per il loro campo. E il ceo Arvind Krishna frena sulla sostituzione dei posti di lavoro per via delle macchine

La battuta più scontata che balza in mente leggendo il nome della piattaforma dell’International Business Machine (Ibm), WatsonX, sarebbe “elementare”. Tutt’altro che banali sono invece le parole pronunciate dal Ceo dell’azienda statunitense leader del settore informatico, Arvind Krishna. “Quando qualcosa diventa cento volte più economico, le possibilità di successo sono elevate. Le condizioni sono diverse e, una volta creato il modello, adattarlo a cento o mille attività diverse è molto semplice e può essere fatto anche da un inesperto”. Una prima versione di Watson esisteva già da diverso tempo. È stata lanciata circa un decennio fa, quando sconvolse tutti battendo i due campioni del quiz televisivo Jeopardy, dimostrando di saper ragionare come un umano. Questa piattaforma, infatti, attraverso sistemi di natural language, è in grado di rispondere a delle domande che le vengono poste.

L’idea iniziale era dunque quella di sostenere le società nelle loro scelte, generando vantaggi per esse e, quindi, per l’intero comparto. Tuttavia, fin quando le spese per gli aggiornamenti tech non sono diventate accessibili, non poteva essere adottato così facilmente. L’obiettivo di integrare gli strumenti di IA nelle attività aziendali presentava delle falle nei suoi output che dovevano essere corretti con degli aggiornamenti. Molto esosi, appunto, che non hanno quindi permesso alla piattaforma di godere del successo di cui si pensava, visto che i suoi utilizzi sembravano potenzialmente illimitati.

Ora che i prezzi si sono abbassati e il momento è favorevole, Ibm ha deciso di riprovarci con un’ultima versione. In base a quanto scrive Axios, la collaborazione con la startup Hugging Face (valore: 2 miliardi di dollari) permetterà a WatsonX di incorporare modelli open source, utilizzare set di dati meno ampi e scelti con attenzione; fornire un insieme di strumenti di base alle aziende. Per dirla in altri termini, le tre funzioni saranno “addestrare, mettere a punto e distribuire” modelli di apprendimento automatico, in qualsiasi settore. Anche la multinazionale europea Sap ha dichiarato di voler integrare al suo interno la tecnologia Watson, per velocizzare lo sviluppo di nuovi strumenti e aumentare l’efficienza nell’esperienza dell’utente. Ma anche la Nasa, Wix e PyTorch lo hanno già introdotto.

Un ritorno di fiamma, dopo anni di mercato più incerto che, però, hanno permesso all’amministratore delegato di promuovere la piattaforma e farla conoscere ai suoi clienti. Intervenendo lunedì durante la sua presentazione, Krishna ha tuttavia allargato il discorso all’intero settore dell’IA, sottolineando l’aspetto responsabile che l’IA deve presentare. Ha innanzitutto rivendicato il ruolo che Ibm ha giocato nel contribuire a strutturare l’insieme di regole dell’Unione europea che dovrebbero porre un freno alle varie aziende, evidenziando come la sua miri a un futuro sano.

Tra le varie preoccupazioni, una delle più grandi – evidenziata anche nell’addio di Geoffrey Hinton a Google – riguarda la sostituzione dell’essere umano, non più indispensabile di fronte alle multifunzionalità delle macchine. “Questo non significa che l’occupazione totale diminuirà, perché l’Intelligenza Artificiale offrirà la possibilità di investire molto di più in attività che creano valore”. Come nel caso di WatsonX, che potrebbe essere assimilato a un consulente esterno, ma con capacità di reazione notevolmente superiori.

Sul tema era stato lo stesso Krishna ad annunciare come, nell’arco di cinque anni, avrebbe potuto sostituire dal 30% al 50% della sua forza lavoro, visto che l’IA è capace di svolgere in modo “pari o migliore” le loro funzioni. Un rimpiazzo che coinvolgerebbe 7.800 lavoratori.

 

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