Folli su “Repubblica” scrive che il leader del Carroccio ha usato “la consueta ambiguità” sul rinnovo del memorandum con la Cina mandando segnali sia a Meloni sia a Pechino. Il governatore del Friuli Venezia Giulia, invece, ha evidenziato la necessità politica di rapporti strategici con gli alleati, e non con chi “vuole decidere chi e che cosa può arrivare o non arrivare in Europa”

Nella linea di Matteo Salvini sulla Via della Seta “si percepisce la consueta ambiguità” del leader della Lega, scrive Stefano Folli sul quotidiano la Repubblica. Oggi Salvini è vicepresidente del Consiglio, come lo era nel 2019 quando il governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte firmò il memorandum d’intesa con la Cina che rese l’Italia la prima (e ancora unica) potenza del G7 ad aderire al programma infrastruttura lanciato un decennio fa dal leader Xi Jinping. Allora era ministro dell’Interno, oggi lo è delle Infrastrutture e dei trasporti, dicastero particolarmente ben più interessato al dossier viste, per esempio, le mire cinesi sui porti.

“Io ho una mia idea”, ha detto Salvini in videocollegamento con l’Adriatic Sea Summit di Trieste, ma “essendo vicepresidente di un consiglio che è una squadra, voglio creare armonia. Quindi conto e spero che la mia idea corrisponda a quelle di altri”. Non ha esplicitato la sua idea ma ha dato un’indizio spiegando che “il commercio deve svilupparsi a 360 gradi”. Una frase da cui, secondo Folli, “si capisce” che il leader della Lega sarebbe favorevole a rinnovare l’intesa con la Cina, “e magari a consolidarla”. Tuttavia, osserva ancora l’editorialista, il vicepresidente del Consiglio si rende conto – “probabilmente a malincuore” – che la decisione italiana dovrà tener conto delle alleanze internazionali e delle tensioni tra Stati Uniti e Cina. Parlando della “consueta ambiguità” del leader leghista, la firma del giornale diretto da Maurizio Molinari spiega che da un lato fa intendere a Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che la Lega non si metterà di traverso quando verrà il momento di annunciare il non rinnovo del memorandum; dall’altro, “manda un messaggio a Pechino: se fosse per lui, l’accordo sarebbe senz’altro rinnovato” sottovalutando il tema politico della sicurezza e della coesione occidentale, aggiunge Folli.

È lo stesso Folli a sottolineare poi la posizione di Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, regione autonoma particolarmente interessata alla questione, viste le attenzioni cinesi sul porto di Trieste. “Penso che ormai il contesto internazionale obblighi a fare altre scelte”, ha detto il leghista anche lui intervenendo all’Adriatic Sea Summit. “Se noi pensiamo di entrare in un sistema nel quale qualcuno dall’altra parte del mondo decide chi e che cosa può arrivare o non arrivare in Europa è un problema. Mi sembra che i rapporti commerciali si possano fare con chiunque, con qualsiasi Paese, ma i rapporti strutturali e strategici bisogna averli con degli alleati occidentali”, ha concluso Fedriga.

Le parole del governatore, figura di spicco della Lega, sono una testimonianza di come il memorandum abbia deluso le aspettative (in primis quelle economiche, come raccontato su Formiche.net). “Quella che ci è stata prefigurata è un’opportunità gigantesca per l’intero Paese”, aveva spiegato Fedriga al Corriere della Sera nel 2019, pochi giorni prima della firma, in risposta al compagno di partito Luca Zaia, presidente del Veneto, che aveva parlato della Via della Seta come di “una nuova forma di colonizzazione”. La “possibile intesa con i cinesi dovrà garantire che il pallino resti in mani nostre”, aveva precisato comunque il governatore friulano.

Così arriviamo alle parole dei giorni scorsi che ricordano quanto lo stesso Fedriga aveva dichiarato a gennaio alla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome a cui aveva preso parte anche Robert Needham, console degli Stati Uniti a Milano. Parlando degli investimenti esteri aveva definito importante il rapporto con gli Stati Uniti, quale alleato nell’ambito del mondo occidentale con cui vanno ricercate partnership economiche per recuperare quelle filiere produttive strategiche “delegate per troppo tempo a Paesi che non riconoscono i diritti garantiti dalle democrazie”.

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