“L’Italia è il Paese non solo europeo, ma occidentale, più esposto alle conseguenze della crisi sudanese”, spiega Tavolato (Med-Or).  Per questo Roma è chiamata a un ruolo attivo in una crisi che rischia di scivolare verso la somalizzazione e il collasso totale dello stato in un’area di connessione geostrategica tra Mar Rosso e Corno d’Africa, Sahel e Nordafrica orientale

Le parti in guerra del Sudan si sono incontrate per colloqui diretti in Arabia Saudita, mentre i mediatori hanno fatto pressione per porre fine a un conflitto che ha causato già centinaia di morti e decine di migliaia di profughi, e potrebbe presto trasformarsi in un disastro geopolitico e umanitario. L’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno accolto con favore l’inizio dei “colloqui prenegoziali”, che le Forze armate sudanesi (Saf) e le forze paramilitari di supporto rapido (Raf) hanno avviato sabato nella città costiera saudita di Jeddah dopo che una tregua fino a giovedì 11 maggio era stata mediata dal Sud Sudan.

I due gruppi combattenti sudanesi sono stati esortati in un comunicato congiunto saudi-americano a impegnarsi attivamente e a giungere a un cessate il fuoco duraturo. Potrebbero esserci degli sviluppo, ma non è chiaro quanto lo stop alle armi possa essere implementato. Anche perché entrambe le forze in campo hanno dichiarato che per adesso discuteranno solo di un cessate il fuoco umanitario e non di negoziati per porre fine al conflitto.

Gli equilibri in campo

Gli scontri in Sudan sono esplosi dopo che la competizione per la spartizione del potere aveva raggiunto un livello di sovrasaturazione. L’esercito nazionale, rappresentato dalle Saf e guidato da Abdel Fattah al Burhan, ha di fatto dominato la stato sudanese sin dall’indipendenza, ma negli ultimi anni la costellazione di milizie che si ritrova nelle Rsf di Mohamed Hamedan Dagalo (detto “Hemedti”) sono cresciute per importanza, ruoli e collegamenti. Dopo la caduta di Omar al-Bashir le due forze hanno in qualche modo guidato la transizione gestendo equilibri di potere e sicurezza interna, ma hanno interessi, ambizioni e portate differenti. L’integrazione delle Rsf all’interno delle comparto difese e sicurezza sudanese, secondo le tempistiche della transizione dai militari ad un governo guidato da civili, supportata dalla Comunità internazionale, ha contribuito ad accelerare i dissidi e all’esplosione in scontri violenti.

“L’Esercito ha più numeri e più assetti, soprattutto aerei. Le Rsf hanno però decine di migliaia di miliziani nella capitale e nelle periferie, meglio retribuiti e più abituati alla guerriglia attraverso esperienze e capacità, acquisite anche dopo essere stati impiegate in combattimenti all’estero”, spiega Umberto Tavolato, responsabile delle relazioni internazionale di Fondazione Med-Or ed ex consigliere politico dell’Unione Europea nel Corno d’Africa. 

“La Saf ha un obiettivo: prendere il pieno controllo di Khartoum, garantire l’ incolumità dello stato, e portare lo scontro nelle periferie del Sudan e poter colpire più facilmente le milizie e far valere quella differenza di forze. Per questo l’esercito non sembra interessato a congelare il cessate il fuoco adesso. Ma va capito se riusciranno nel loro obiettivo”, aggiunge Tavolato in una conversazione con Formiche.net. All’opposto, le Rsf avrebbero l’ambizione di sfruttare le proprie capacità di guerriglia per prendere il controllo delle infrastrutture chiave della capitale, portando l’esercito alla sua frammentazione. Hemedti potrebbe riuscire nel suo intento, ma avrà la capacità a quel punto di controllare il territorio, gestire il Paese e ricostruire lo stato?

Il rischio: una nuova Somalia alle porte del Mediterraneo

Per Tavolato, siamo davanti a una potenziale situazione simile a quella di Mogadiscio negli anni Novanta. Lo scontro tra componenti della sicurezza interna potrebbe portare dunque al “ collasso dello stato, una successiva proliferazione delle milizie e dei signori della guerra e per ricostruire una statualità potrebbero servire decenni”.

La transizione democratica di cui si parla da tempo è più lontana che mai adesso: “Le prossime settimane saranno decisive per capire se l’esercito riuscirà a predominare su Hemedti in modo netto e definitivo, oppure per capire se esistono spazi per un accordo che possa interrompere i combattimenti. Accordo che comunque sarà probabilmente un’intesa tra i due generali, con ancora meno spazio di prima per le forze democratiche, sempre più deboli, del Paese”, aggiunge Tavolato.

Per il responsabile delle relazioni internazionali di Med-Or, e’ comprensibile che la Comunità internazionale si è focalizzata nell’evacuazione degli stranieri, ma questo di fatto ha svuotato Khartoum dando ancora più spazio al combattimento. Dunque la possibilità che, stante anche alle precedenti considerazioni, gli scontri si approfondiscano e aumenti la scala della guerra è alta.

“Se la guerra si protrae – continua Tavolato – è difficile che poi i due fronti riescano di fatto a controllare totalmente le proprie componenti ed è qui che si innescherebbe il processo di somalizzazione della crisi: la frammentazione delle forze avverrebbe per altro in un teatro come quello sudanese, dove sono già diffuse realtà combattenti collegate a una molteplicità di attori presenti nel Paese, non ultimo il rischio di diffusione di gruppi combattenti di ispirazione jihadista”.

L’espansione regionale

A questo punto è evidente che il collasso sudanese deve anche essere visto in un’ottica regionale, non è così? “Il Sudan è tradizionalmente il Paese che connette le dinamiche del Corno d’Africa e del Mar Rosso con quelle del Sahel e del Nordafrica orientale. Se scivola nel caos, il modello saheliano basato su stati deboli in cui attori non statuali e reti criminali hanno influenza con economie informali collegate a estrazione di risorse e traffici di vario genere, potrebbe estendersi sul territorio sudanese e dunque in quel sistema geostrategico”.

Per esempio a un certo punto il Ciad potrebbe diventare un Paese colpito dalla diffusione regionale della crisi sudanese, con il leader Mahamat Idriss Déby, che vede in Hemedti una minaccia al suo potere (per questioni di carattere etnico) e teme che un consolidamento delle Rsf, potrebbe portare ad un rafforzamento dell’opposizione armata in Ciad, con il rischio di un colpo di stato a N’Djiamena. 

E l’Italia?

Se è vero che la crisi in Sudan interessa un complesso quadro regionale che va da Mar Rosso e Corno al Sahel fino al Nordafrica, alloro quanto accade dovrebbe essere visto anche da Roma con estrema attenzione. “L’Italia è il Paese non solo europeo, ma occidentale, più esposto alle conseguenze della crisi sudanese. Nonostante ciò, e’ il quartetto composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita and Emirati Arabi Uniti alla guida del processo di transizione sudanese. Ora vediamo che il governo Meloni ha l’Africa, e in particolare quelle aree citate, tra le propriotà della sua politica attiva nel Mediterraneo allargato, come dimostra l’agenda degli incontri avuti dalla presidente del Consiglio e dal suo gabinetto sin dall’insediamento. Da qui per i nostri interessi si crea la necessità di vedere l’area in modo ampio, non solo Etiopia e Somalia con cui abbiamo relazioni storiche e fondamentali, ma anche comprendendo appunto il Sudan”.

Tavolato spiega che c’è anche una necessità urgente dietro a questa attenzione: la potenziale crisi migratoria in uscita dal conflitto sudanese. “Da sempre il Sudan ha accolto i rifugiati di tutte le guerre che hanno interessato il Corno, ultimamente per esempio quella del Tigray. E quindi possiamo aspettarci che se la guerra civile si protrae, nuove ondate migratorie risaliranno verso il Mediterraneo, e non solo composte dai sudanesi in fuga, ma anche da quelle comunità non sudanesi che si trovano all’interno del Paese”. E va aggiunto che potenzialmente la risalita di questi flussi migratori potrebbe passare per la Libia orientale, che attualmente è uno dei principali rubinetti migratori verso l’Italia.

“Stante a questo quadro critico quanto complesso, è di estrema importanza che ora l’Italia giochi un ruolo che vada al di là della gestione della migrazione e di investimenti economici, prevedendo anche un ruolo politico più attivo nella stabilizzazione del paese e del Corno d’Africa in generale insieme ai partner chiave regionali come Etiopia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti con i quali la presidente Giorgia Meloni ha tessuto ottime relazioni nei primi sei mesi di governo oltre che nell’Unione europea”.

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