Una delegazione del centro studi si è incontrata con Formiche.net per discutere la situazione sul campo. Tra gli argomenti toccati l’andamento della controffensiva, il ruolo svolto dalla società civile e i piani per il periodo post-bellico. Sulla Crimea: “È una portaerei inaffondabile in mezzo al Mar Nero. Non può restare sotto il controllo militare dei russi, che la userebbero anche contro l’Europa”

“Non è una crisi, è una guerra vera e propria che va avanti dal 2014 con diversi gradi di intensità”. Così mi corregge sorridendo Oleksandr Khara, ex diplomatico e membro del think tank ucraino Centre for Defence Strategies. Assieme a lui ci sono Oleksiy Martseniuk, co-fondatore e direttore esecutivo dell’istituto, il colonnello Oleksii Pavliuchyk e la professoressa Viktoriia Vdovychenko.

Sono i componenti di una delegazione ufficiale del Centro, arrivata in Italia per una serie di incontri con esponenti del mondo della politica, dell’accademia e della società civile. L’obiettivo è quello di promuovere una maggior consapevolezza di quanto sta effettivamente accadendo in Ucraina, e di rafforzare i legami di cooperazione tra Kyiv e Roma.

L’argomento del discorso è l’andamento militare della guerra. Gli esperti mi spiegano che la controffensiva è già in corso, ma che non si svolgerà in modo rapido. L’obiettivo di quest’operazione è di avere il più alto impatto possibile, limitando al contempo il numero delle perdite. Per questo ci si è preparati così a lungo, ammassando risorse e battendo continuamente le posizioni russe con il fuoco dell’artiglieria. CI si muove in modo lento ma costante, sfruttando ogni falla nel sistema nemico. Pavliuchyk cita come esempio la testa di ponte occupata sulla sponda sinistra del fiume Dnepr: “C’erano più punti dove varcare il fiume, e i russi non sapevano dove sarebbe successo. Abbiamo mandato avanti squadre speciali e genieri, coperte dal fuoco dei cannoni. La posizione che abbiamo conquistato è piccola, ma facilmente difendibile. Mentre l’artiglieria rallenta gli assalti nemici, gli strumenti di guerra elettronica bloccano l’utilizzo dei droni. E i russi sono costretti a dirottare verso la nostra testa di ponte risorse da altre parti del fronte, da Zaporizhia a Donbass. Risorse che scarseggiano”.

Questi sono i risultati dell’approccio ucraino alla guerra, definito come “totale”. Tutta la popolazione deve essere mobilitata per sconfiggere una minaccia così grande come quella russa: ogni famiglia ucraina è coinvolta direttamente o indirettamente in questa guerra. Padri e figli non sotto le armi si arruolano nella difesa territoriale, mentre chi non si arruola contribuisce come può. Dal segnalare ai propri contatti nelle Forze Armate la presenza di posizioni russe da colpire con l’artiglieria, al donare volontariamente i propri risparmi per il miglioramento delle difese anti-aeree o dei rifugi. Sono spunti di speranza in mezzo alla tragedia. “Come professoressa, ho dovuto piangere la perdita di molti miei studenti. Per me non erano semplici conoscenti: erano i miei alunni. Sono esperienze forti, che ti toccano nel profondo. Ma impariamo dalle lezioni, anche le più dolorose, e ci adattiamo” confessa tra i denti Vdovychenko.

La risposta spontanea da parte della popolazione va inquadrata all’interno di un processo più ampio. I miei interlocutori mi fanno notare che il precedente capo di stato, Petro Porošenko, era stato criticato per non aver profuso abbastanza energie nel preparare e combattere la guerra con i russi sin dal 2014. Anche Zelensky, prima del febbraio dello scorso anno, era stato criticato per lo stesso motivo. Entrambi speravano infatti di poter arrivare ad un compromesso con Mosca. Ma la società civile non riesce a concepirlo, secondo una recente rilevazione circa l’80% si è schierato definitivamente contro ogni tipo di accordo.

“La questione territoriale non è legata soltanto all’orgoglio nazionale. Ci sono fattori molto più concreti. La Crimea, ad esempio, è una portaerei inaffondabile posizionata nel mezzo del Mar Nero, una minaccia economica e securitaria costante puntata verso di noi. E da cui si può minacciare tutta l’Europa, grazie alla sua infrastruttura continuamente sviluppata dall’epoca sovietica a oggi”, puntualizza Martesniuk.

Una volta finita la guerra, l’unico modo per mantenere una pace duratura nella regione del Mar Nero sarà la presenza della Nato. E questa presenza si potrà realizzare tramite l’adesione dell’Ucraina. Kiev sta già lavorando in questa direzione dal 2009, realizzando le riforme previste dall’Annual National Programme, documento programmatico che sta alla base del processo di integrazione euroatlantica. Secondo Vdovychenko, “anche se negli ultimi anni le circostanze hanno impedito di proseguire ad una velocità sostenuta lungo questo percorso, non vuol dire che esso sia stato definitivamente bloccato. Anzi. Siamo il primo paese che sta portando avanti le riforme necessarie all’ammissione nella struttura euroatlantica e al contempo sta conducendo una guerra difensiva. A tale proposito gli aiuti che abbiamo ricevuto e ancora riceviamo dagli altri stati, compresa l’Italia, sono per noi fondamentali”.

Nell’attesa della realizzazione di questa visione, ammonisce in chiusura Khara, dobbiamo essere vigili sui pericoli più immediati, non solo sulla Russia. Come ad esempio quello della Cina: “Pechino ha presentato una proposta di pace perché vuole cercare di influenzare la futura architettura di sicurezza nella regione. Così come ha proposto di investire nella ricostruzione ucraina per avere più leve di controllo sulla nostra politica interna. Non dobbiamo assolutamente permetterglielo”, chiosa l’ex-diplomatico nel momento in cui ci stringiamo la mano.

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