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Riportare nelle istituzioni kosovare la minoranza serbofona. La chiave di Politi

“Borrell dice che le elezioni sono il cuore di questa crisi, ma in realtà l’essenziale della crisi è altrove: ovvero che i serbi spingano i serbofoni kosovari a tornare indietro nelle istituzioni kosovare. Questo il nocciolo del problema che non ha mai una sola metà. È scesa drasticamente l’attenzione politica, nonostante le ricorrenti crisi”. Intervista ad Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation

Il commissario Ue agli Affari esteri ha detto che le elezioni sono il cuore della crisi tra Serbia e Kosovo, ma secondo Alessandro Politi in realtà l’essenziale della crisi è altrove: ovvero che i serbi spingano i serbofoni kosovari a tornare indietro nelle istituzioni kosovare. Il direttore della Nato Defense College Foundation spiega a Formiche.net che se non si coopta verso Pristina la minoranza serbofona si resterà in una situazione di stallo: “Non è detto che la minoranza si faccia facilmente cooptare, però è una carta che non si è tentata e che invece si dovrebbe tentare”.

Elezioni nel nord Kosovo cuore della soluzione, propone Borrell: è una proposta potabile, al di là dell’esito che avrà?

La proposta di Borrell era già stata ventilata anche da altre fonti quando si era cercato di ridurre la tensione per rifare le elezioni, affinché fossero maggiormente partecipate. Borrell dice che le elezioni sono il cuore di questa crisi, ma in realtà l’essenziale della crisi è altrove: ovvero che i serbi spingano i serbofoni kosovari a tornare indietro nelle istituzioni kosovare. Questo il nocciolo del problema che non ha mai una sola metà.

Ovvero?

Dall’altro lato occorre capire che una politica di consolidamento nazionale non si può fare senza i serbofoni: certamente si può discutere se la costituzione del Kosovo sia equilibrata o no, dal momento che dieci seggi sono automaticamente assegnati alla minoranza e ciò costituisce una minoranza di blocco. Però è altrettanto vero che il problema non sono i dieci seggi di per sé, ma il problema è se all’interno di questi comuni ci possano essere altri partiti.

L’attuale leadership kosovara quali elementi dovrebbe comprendere?

Se non si coopta verso Pristina la minoranza serbofona si resterà in una situazione di stallo. Kurti ha delle delle forti diffidenze sulla questione dell’associazione dei comuni serbi: non è credibile che questa associazione possa essere usata per destabilizzare il Kosovo, finché c’è la Kfor ciò è altamente improbabile, ma la crisi politica in atto è senz’altro una delle più serie che si sono viste dal 2004 quando c’è stato quello che i serbofoni chiamano il pogrom. Vi è stata la cacciata di tantissimi serbi dalle loro case e dalle loro terre, quindi un’operazione che chiaramente non aveva soltanto connotati politici, ma di espropriazione criminale.

Da allora cosa (non) è cambiato?

È scesa drasticamente l’attenzione politica, nonostante le ricorrenti crisi. Se noi dovessimo usare la quantità di truppe della Kfor come termometro delle crisi, questa è la prima volta che c’è un rialzo febbrile perché più di 500 uomini come rinforzo sono quasi un battaglione. Un altro timore, finora non considerato, è che si crei una sorta di Stato parallelo, come le due repubbliche bianche nel Sudafrica, che si auto-chiudono a riccio e dove però il potere centrale non avrebbe molta voce in capitolo.

Un rischio concreto?

Questo può essere un rischio, ma è un rischio che in genere si verifica quando non c’è sufficiente integrazione. Il Sudafrica non è diventato arcobaleno, perché la responsabilità è anche della minoranza bianca, pur avendo evitato gli eccessi dello Zimbawe. Per cui, senza un serio tentativo di Pristina di cooptare, questa situazione di stallo continuerà.

Con quali conseguenze?

Temo un gioco a somma zero, perché se non si risolverà il problema dei kosovari serbofoni il Kosovo nemmeno inizierà i negoziati; e, di contro, se la Serbia non risolverà il problema del Kosovo, non chiuderà mai i capitoli più impegnativi con l’Unione europea. Il che alla fine è un problema loro, ma diventa un problema europeo.

Circa le politiche di allargamento a est?

Nel senso che l’Europa dovrebbe dare una corsia preferenziale rapida agli Stati dell’Est dei Balcani occidentali, pur con delle differenze. È chiaro che il Montenegro non è la Bosnia, però l’Europa non dovrebbe prendere a pretesto la guerra di Ucraina per allungare ancora una volta l’attesa, perché alla fine è l’Europa quella che paga. Quindi è chiaro che non c’è una vera integrazione dei Balcani occidentali senza la Serbia. Ma è altrettanto chiaro anche che se, nel frattempo, si fanno avanzare altri Stati, la Serbia come il Kosovo sentiranno il morso di una scarsa integrazione economica. La zona grigia dei Balcani va chiusa per prima con criteri anche geopolitici, perché altre situazioni o sono più garantite o decisamente meno integrabili.

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