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Non nuove regole, ma nuovo modello di business. Righetti (Dazn) sulla fair share

Di Romano Righetti

L’intervento di Romano Righetti, general counsel di Dazn, nel dibattito lanciato da Formiche.net sul contributo economico che le telco vorrebbero ottenere dalle grandi piattaforme. Le quali però spesso investono grosse cifre per garantirsi i diritti sui contenuti premium, ovvero quei contenuti che spingono i clienti a passare a nuovi abbonamenti (fibra e 5G), avvantaggiando gli Internet service provider

Equo contributo o tassa su internet? Formiche apre il dibattito. Inizia Preta

La fair contribution, utile a correggere (alcune) distorsioni. Scrive Basso (WindTre)

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Ritengo innanzitutto che il tema della fair share:

  1. non possa essere valutato al di fuori del contesto industriale e delle dinamiche competitive del settore delle comunicazioni elettroniche;
  2. richieda un’analisi approfondita degli aspetti tecnici che vengono richiamati a sostegno di una sua approvazione in quanto, spesso, semplificati in modo distorto e non aderente alla realtà;
  3. presupponga una più chiara definizione dei c.d. “generatori di traffico”;
  4. debba essere basato su una valutazione di impatto di una misura che avrebbe natura regolamentare.

Il settore Tlc: La reale origine delle criticità sollevate dagli Isp (Internet service provider)

Per anni, dal 2010 e fino alla pandemia del 2020, la domanda di connessioni in fibra nel fisso e di ampiezza di banda nel mobile è stata molto contenuta, frenando in modo significativo lo sviluppo di nuove infrastrutture Ubb e 5G.

Il “bisogno” di maggiore ampiezza di banda, a livello utente, si è manifestato in modo concreto da marzo 2020 e si è ulteriormente consolidato da luglio 2021 per effetto di due specifici e principali fenomeni:

  • il massiccio ricorso alle video chiamate;
  • la crescente fruizione di contenuti video in streaming.

Questo andamento si è avuto in un contesto competitivo caratterizzato in Italia dall’adozione da parte delle Telco di:

  • strutture tariffarie non più a consumo ma basate sull’offerta illimitata o molto generosa di traffico dati;
  • politiche commerciali non “ritagliate” per pagare un sovrapprezzo per connessioni più performanti (prezzo fibra = prezzo Adsl; prezzo 5G = prezzo 4G);
  • costi per Giga al cliente finale molto più bassi che in altri Stati Ue. Da quanto emerge da un rapporto di Cable.co.uk, l’Italia è il Paese in Europa con il più basso prezzo per Internet mobile, nonché il secondo al mondo: un gigabyte di dati in mobilità costa in media 0,12 dollari (l’Italia è superata solo da Israele dove costa 0,04 dollari). Già in Francia, la terza più parca nell’Ue, il costo raddoppia (0,23 dollari) mentre in Spagna (settima) triplica (0,60 dollari). Se però guardiamo alla Germania, il costo è di 2,67 dollari, mentre negli Usa è di 5,62 dollari.

Una accesa guerra dei prezzi ha ulteriormente aggravato questo approccio commerciale e determinato situazioni di oggettiva sofferenza sulle performance economico-finanziarie di tutti i principali operatori.

Prescindendo dall’analisi che svilupperò più oltre, riterrei che la risoluzione di queste difficoltà non dovrebbe rientrare nel perimetro di un intervento regolamentare ma, forse, di una più radicale revisione del modello di business Tlc.

La distribuzione dei contenuti video in streaming.

Si assume, erroneamente, che i costi degli investimenti di rete siano direttamente correlati alla crescita del traffico.

L’incremento dei volumi di traffico e le situazioni di c.d. “peak traffic” sono senz’altro rilevanti per verificare la capacità e la congestione di rete, ma vanno misurati prevalentemente sul backbone e non sulla rete di accesso.

La capacità di gestione del traffico su backbone nazionale è poi notoriamente alta e non presenta da anni disagi grazie ad una enorme disponibilità di capacità trasmissiva sulle dorsali nazionali e a tecnologie di trasporto, sempre più efficienti. A questo si aggiungano alcuni fatti:

  • il traffico in streaming avviene prevalentemente in orari (weekend o serale) complementari al traffico business (feriale e diurno); ne deriva che l’utilizzo della capacità trasmissiva sulle dorsali è sovente ottimizzabile;
  • Il traffico degli operatori sta crescendo anche per la progressiva migrazione dei clienti da rame a fibra; le migliori prestazioni incentivano l’utilizzo della connessione in maniera più intensiva e continuativa.

Oggi, invece alcuni operatori, come Dazn ad esempio, hanno deciso di gestire il proprio traffico prevalentemente mediante le c.d. Cdn/ Edge che sono state installate, a cura e spese di Dazn, presso le infrastrutture dei diversi operatori sulla base delle necessità da questi rappresentate anche sotto il monitoraggio di Agcom. L’abbattimento dei volumi di traffico generato sul backbone è quantificabile su livelli del 65-70%.

Questa percentuale potrebbe essere ulteriormente ridotta dagli Isp aumentando i nodi geografici di Edge (potenzialmente, la riduzione potrebbe arrivare al 75-80%).

Ove, infine, si facesse ricorso in modo più strutturato al multicast la riduzione del traffico sarebbe ancora maggiore; su volumi di clienti significativi stiamo parlando di abbattimento dell’ordine del 90%.

La conclusione, quindi pur in presenza di importanti volumi di traffico esistono numerose leve per ottimizzarne la distribuzione e minimizzarne l’impatto sulla rete.

Il paradigma da considerare quando si parla di “fair share” è quindi più complesso.

Innanzitutto, due punti di partenza oggettivi:

  • l’accesso a contenuti in streaming, particolarmente quelli premium, è guidato dai clienti finali e non dalle piattaforme che li distribuiscono;
  • I diritti necessari per offrire i contenuti premium richiedono ingenti esborsi: da un lato, miliardi di euro per assicurarsi l’assegnazione dei citati diritti, solitamente nell’ambito di bandi di gara pubblici; dall’altro, milioni di euro ogni anno per garantire che il servizio offerto e il traffico dalla stessa generato siano ottimizzati mediante percorsi di miglioramento continuo che la tecnologia sta offrendo per la distribuzione in streaming dei contenuti.

Poi due considerazioni anch’esse oggettive:

  • Da un lato, infatti, la disponibilità di contenuti, soprattutto premium, ha innescato, innesca e innescherà la crescita della domanda di connessioni in fibra e il traffico dati su fibra e su reti mobili di ultima generazione;
  • Dall’altro lato, la disponibilità di infrastrutture performanti rende possibile la distribuzione di contenuti, in particolare quelli premium, in situazioni di qualità erogata soddisfacenti e con tassi di churn molto più bassi per le telco che, quindi, beneficiano di questa situazione.

Se questo è vero allora il rapporto oggi già esistente è bilanciato e fair nel caso in cui i CP (content provider) comprino contenuti e gli Isp le infrastrutture.

Nel contesto più ampiamente descritto, l’attuale rapporto tra fornitori di contenuti, in particolare premium, e Isp risulta quindi ben equilibrato perché avvantaggia entrambe le parti. La domanda di contenuti da parte dei clienti degli Isp spinge la domanda di accesso alla banda larga; la disponibilità di accesso alla banda larga spinge la domanda di contenuti.

Ove invece:

  • i CP continuassero a sostenere costi elevati per acquistare contenuti premium da distribuire in streaming e fossero obbligati a pagare una c.d. fair share per il consumo della rete
  • gli Isp continuassero a sostenere costi elevati per realizzare infrastrutture e a non sostenere costi – come attualmente accade – per l’accessibilità a contenuti premium
  • sia i CP sia gli Isp continuassero a percepire dai propri clienti ricavi per fornire accesso gli uni ai contenuti e gli altri alla connessione

allora si determinerebbe una situazione unfair.

Se questo è vero allora va fatta un’ulteriore e semplificata distinzione importante tra CP anche se il tema richiede studio ed approfondimento:

  • chi investe per acquistare i contenuti premium da distribuire;
  • chi distribuisce contenuti che non hanno alcun costo.

Conseguenze e altri elementi per una completa valutazione dell’introduzione di una fair share: i rischi collegati

Un contributo diretto da parte dei fornitori di contenuti rischierebbe di determinare un effetto importante sulle dinamiche di mercato:

  • la minore domanda che deriverebbe dai prezzi più alti significherebbe una minore domanda di reti ad altissima capacità (Vhcn), lasciando così gli Isp con reti in fibra inattive;
  • non si arriverebbe mai ad una situazione in cui il throughput di cui beneficerebbe ciascun utente sarebbe indipendente e non condizionato dal consumo di altri, proprio perché le reti sono costruite in modo da gestire dinamicamente la domanda di loro utilizzo.

Penalizzare la distribuzione via Internet con una “tassa di rete” potrebbe incoraggiare poi il passaggio a metodi di distribuzione meno moderni.

Si produrrebbe poi una distorsione delle dinamiche competitive se, per esempio, alcune piattaforme di streaming fossero tenute a pagare mentre altre piattaforme “tradizionali” non lo fossero.

L’idea di una sovvenzione pubblica a favore di reti private: un fenomeno da considerare per una discussione approfondita nel merito

Per quanto riguarda le cosiddette “zone bianche” è positivo sapere che esistono già abbondanti fondi pubblici provenienti da fonti regionali, nazionali ed europee. L’esempio dell’Italia che ha destinato 6,7 miliardi di euro del Fondo europeo per la ripresa per l’attuazione della Strategia per l’Ultra Broadband, dimostra un impegno per il miglioramento dell’infrastruttura a banda larga.

Questi elementi dovrebbero sicuramente essere considerati all’interno delle valutazioni da svolgere per la eventuale introduzione di una fair share vista la rilevanza delle cifre in gioco

Cosa ne pensano il Berec ed alcuni primarie istituzioni di importanti paesi Ue

Nel recente documento del 19 maggio 2023 (BoR (23) 131d) il Berec ha finalmente dissipato molti dubbi prendendo una posizione molto chiara ed affermando che ogni intervento regolatorio richiede una giustificazione e, ad oggi, non si ravvisano le condizioni per giustificare l’introduzione di una fair share e che esistono rilevanti implicazioni di una eventuale contribuzione contribuzione agli Ips da parte degli Ott/CP.

Molte altre istituzioni hanno espresso perplessità circa l’eventuale introduzione di una fair share negli ultimi mesi.

Conclusioni

Il tema è quindi complesso e deve essere analizzato solo in un contesto generale ed articolato prendendo in considerazione tutti gli aspetti che riguardano i profili industriali, competitivi, tecnici, economici e regolamentari. Solo da un approccio serio e omnicomprensivo può scaturire una attenta valutazione dei pro e dei contro di una misura così potenzialmente dirompente.

La solidità dell’analisi e delle conseguenti valutazioni può infatti rappresentare sia premessa per le migliori e più efficaci modalità di realizzazione degli obiettivi sfidanti che l’Unione Europea si è data in materia di connettività sia spunto per una parallela ma altrettanto indispensabile riflessione sulle condizioni di sostenibilità e redditività del settore delle telecomunicazioni in Europa che, forse, soffre della iper competitività che è stata creata negli anni passati.

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