Dopo mesi di discussioni (e di pressioni ucraine), il governo statunitense sembra sul punto di dare il nulla osta all’invio di munizioni a grappolo. Queste armi potrebbero impattare fortemente sul campo di battaglia, ma il loro impiego comporta pericolose conseguenze anche per la popolazione civile

Dopo alcuni giorni di incertezza, il Washington Post da la conferma: il governo guidato da Joe Biden ha deciso per l’invio a Kiev delle tanto discusse cluster munitions, con l’annuncio ufficiale che dovrebbe arrivare in serata.

Mentre soffrono la relativa carenza di altri tipi di ordigni e munizionamenti, gli arsenali Usa dispongono in abbondanza di questo tipo di strumento bellico (e in particolare della loro versione specifica per obici da 155mm, anche se gli Ucraini avrebbero chiesto di essere dotati anche della versione per Himars), con alcuni lotti che dovrebbero presto essere dismessi a causa del superamento della “data di scadenza”. E mentre Kiev insiste nel richiederle a gran voce, l’amministrazione Biden ha continuato fino ad ora a negarne l’invio, preoccupato per le possibili conseguenze di medio e lungo termine derivanti dall’utilizzo di questi armamenti.

Le cluster munitions (corrispettivo inglese dell’italiano “bombe a grappolo”) sono infatti degli ordigni che all’esplosione rilasciano nell’area d’impatto ingenti quantità di “submunizioni”. Teoricamente queste munizioni dovrebbero detonare a loro volta al momento dell’impatto col suolo o con un altro corpo estraneo, ma i dati disponibili mostrano come spesso non accada (secondo la Croce Rossa Internazionale, il failure rate di queste submunizioni oscilla tra il 10% e il 40%, un tasso particolarmente alto se comparato a quello di altri tipi di munizioni belliche). Gli ordigni inesplosi andrebbero quindi a depositarsi sul terreno, rappresentando un forte rischio per i civili locali anche molti anni dopo la fine degli scontri. Secondo il governo statunitense le munizioni attualmente disponibili hanno un tasso di fallimento molto più basso, che si aggira attorno al 2%; tuttavia, anche una percentuale così bassa sarebbe superiore alla soglia dell’1% di failure rate imposta dal Congresso sin dal 2017 per dare il via libera all’invio di munizioni a paesi stranieri.

Nel 2008 è stato firmata una Convenzione Internazionale che proibisce, proprio per le sue dannose conseguenze sulla popolazione civile, l’utilizzo di simili munizioni; tuttavia, a tale convenzione non hanno aderito né Stati Uniti, né Ucraina, né Russia. E infatti il teatro ucraino è già stato testimone di un impiego estensivo di questi proiettili tanto da parte russa che da parte ucraina, come riportato in più occasioni da report del New York Times o del Times. Ma in questo momento specifico del conflitto, Kiev ritiene che i rifornimenti americani di cluster munitions possano avere un effetto decisivo sul campo di battaglia; visione che è in parte condivisa dall’amministrazione statunitense e da esperti del settore. Durante un intervento al congresso tenutosi lo scorso mese, la deputy assistant secretary of defense Laura Cooper ha affermato che l’utilizzo di simile ordigni sarebbe particolarmente efficace contro le posizioni difensive delle Forze Armate Russe, che nei mesi antecedenti l’inizio della controffensiva hanno portato avanti un intenso lavoro di fortificazione della linea del fronte, costruendo un sistema di trincee in profondità (dalle immagini si possono notare almeno tre linee di trincee) e minando i terreni davanti queste linee. L’utilizzo di bombe a grappolo non solo permetterebbe, direttamente o indirettamente, un più facile attraversamento di questi campi minati, ma anche la capacità di attrito nei confronti delle forze nemiche riparate dietro ai loro sistemi di difesa.

Allo stesso tempo, ci sono esponenti politici americani che si sono opposti tenacemente all’invio di queste armi. 14 membri del Senato hanno scritto una lettera al consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan dove affermano che, pur riconoscendo che le munizioni potrebbero fornire all’Ucraina un vantaggio sul campo di battaglia, sono “convinti che i costi umanitari e i danni all’unità della coalizione derivanti dalla fornitura di munizioni a grappolo statunitensi supererebbero i benefici tattici”.

Dietro alla questione vi è infatti anche una componente diplomatica: molti dei paesi alleati degli Stati Uniti sono firmatari della Convenzione del 2008, e il trasferimento o l’impiego delle munizioni a grappolo potrebbe avere risvolti non trascurabili sul piano internazionale, come sottolineato dalla Cooper stessa nel suo intervento. A questo riguardo si è già esposta Annalena Baerbock, ministra degli Esteri della Germania, che ha sottolineato la partecipazione tedesca alla trattato internazionale e l’importanza che per Berlino ha l’applicazione dello stesso. A Washington vi è un parziale timore per il contraccolpo morale conseguente a questa mossa, motivo per cui il loro invio è stato ritardato costantemente nei mesi passati. Ma alla fine, sembra che le pressioni provenienti da più lati siano state abbastanza forti da convincere il governo statunitense a rifornire l’Ucraina con questi ordigni.

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