Il governo tedesco ha svelato la sua nuova posizione sul primo partner commerciale, che Berlino ora definisce (nonostante la reticenza del passato) un “rivale sistemico” dell’Occidente. L’avvertimento della ministra Baerbock è per le aziende: diversificate, perché non vi salveremo in caso di shock. Più controlli su interferenze e investimenti, parole su Taiwan e Russia: ecco cosa c’è dentro

Finalmente, il gigante economico d’Europa ha battuto un colpo sul dossier Cina. Presentando la tanto attesa strategia del governo tedesco sulla Cina, la ministra degli Esteri Annalena Baerbock ha fatto intendere che anche dalle parti di Berlino si cambierà passo. Riempiendo i vuoti della strategia di sicurezza nazionale, presentata a giugno, la Germania ha scelto la direzione ormai dominante nell’Occidente geopolitico: si va verso il de-risking delle relazioni con quello che oggi è il primo partner commerciale della locomotiva europea.

La svolta traspare fin dalla scelta delle parole di Baerbock, che ha aperto la conferenza al Mercator institute for China Studies ricordando la taglia milionaria che Pechino ha messo sulla testa dei membri dell’opposizione a Hong Kong. “La Germania è cambiata e quindi dobbiamo cambiare anche la nostra politica sulla Cina”, che la ministra definisce “più repressiva all’interno e più aggressiva all’esterno”. Pur rimanendo un partner, con cui è necessario espandere la relazione in campi come la lotta al cambiamento climatico, il suo ruolo di “rivale sistemico” – definizione che l’Ue adottò nel 2019 e su cui Berlino ha sempre puntato i piedi – sta iniziando a diventare prevalente, ha aggiunto.

IL SUPERAMENTO DELLO SCHOLZ-PENSIERO?

Non era scontato che il documento marcasse un irrigidimento così deciso. Le divergenze tra Baerbock e il cancelliere Olaf Scholz hanno ritardato la sua pubblicazione per mesi. Quest’ultimo, negli ultimi mesi, si è dimostrato sensibile alle ragioni delle aziende tedesche che vogliono proteggere le proprie interconnessioni con Pechino. Stando ai dati dell’Economist, il 10% dell’export tedesco è esposto direttamente o indirettamente al mercato cinese, e nel 2022 l’interscambio tra i due Paesi ha raggiunto la cifra record di 300 miliardi di euro.

A fine 2022 il cancelliere aveva visitato Pechino assieme a un nutrito gruppo di industriali. Poi ha forzato il governo ad accettare la vendita di una parte del porto di Amburgo alla Cina, mentre la sua versione del concetto di de-risking ha finito per ammorbidire la posizione europea sul Dragone. Anche il nuovo documento del governo evidenzia che Berlino non vuole il “disaccoppiamento” (decoupling) dalla Cina, ma sottolinea la necessità di diversificare le catene di approvvigionamento e i mercati di esportazione, per ridurre la vulnerabilità agli shock esterni – una lezione che i tedeschi hanno imparato a caro prezzo con l’interruzione delle forniture di gas russo.

L’AVVERTIMENTO ALLE AZIENDE

Il documento del governo è rivolto alle aziende tedesche e mira a renderle più consapevoli dei rischi che corrono facendo affari con la Cina. E se da un lato lo stesso Scholz aveva rigettato l’idea di de-risking “interventista”, dall’altro la strategia del governo ci tiene a sottolineare che Berlino non salverà le aziende in caso di problemi. Quelle “che dipendono in larga misura dal mercato cinese dovranno in futuro assumersi da sole una parte maggiore del rischio finanziario”, ha dichiarato Baerbock, aggiungendo che “l’approccio che consiste nel fidarsi della mano invisibile del mercato nei periodi di prosperità e nel richiedere il braccio forte dello Stato nei periodi di crisi non funziona nel lungo periodo” e “nemmeno una delle economie più forti del mondo può arginare questo fenomeno”.

LE MOLTE FACCE DEL DE-RISKING

Per la strategia tedesca, il de-risking passa da una serie ulteriore di mosse. Anzitutto aumenteranno i controlli sull’interferenza cinese in Germania, compresi gli Istituti Confucio, che dovranno essere “aperti alle ispezioni pubbliche”, e le stazioni di polizia con cui Pechino controlla i suoi cittadini all’estero. Più attenzione anche agli investimenti cinesi – che rappresentano un “rischio particolare” – e più screening degli investimenti tedeschi verso l’estero. Il governo tedesco si riserva anche di rifiutare le garanzie governative sulle esportazioni in Cina quando “possono alimentare la repressione, vedere trasferite le tecnologie e rafforzare le dipendenze”.

TAIWAN, RUSSIA

Un’escalation militare nello stretto di Taiwan, dove passa la metà del traffico di container globale, ha spiegato Baerbock presentando il documento, rappresenterebbe un “pericolo per milioni di persone in tutto il mondo e anche per noi”. Oltre a ribadire che lo status quo può essere modificato “solo con mezzi pacifici e con il consenso reciproco”, Berlino esorta anche le Nazioni Unite a includere la società civile taiwanese nelle sue attività. Per quanto riguarda la Russia, le relazioni tra Mosca e Pechino sono “una preoccupazione immediata per la sicurezza della Germania”. Se la Cina decidesse di armare la Russia, si legge, ciò causerebbe un “impatto immediato sulle relazioni tra l’Ue e la Cina e sui legami bilaterali”.

PECHINO RISPONDE

Non si è fatta attendere la reazione cinese. In prima battuta, l’ambasciata cinese in Germania ha esortato un approccio “razionale, completo e obiettivo” da parte di Berlino. “La Germania deve affrontare molte sfide ed è importante affrontarne le cause. Ma una cosa è certa: nessuno dei problemi è causato dalla Cina. E la partnership con la Cina è parte della soluzione”, ha scritto su Twitter Wang Lutong, responsabile degli affari europei al Ministero degli Esteri cinese. E il tabloid del Partito comunista cinese, il Global Times, si è affrettato a spiegare che la strategia del governo tedesco danneggia più le aziende tedesche che non quelle cinesi.

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