Negli ultimi giorni i rappresentanti di alcuni Paesi Ue avrebbero lavorato per diluire il comunicato finale del Consiglio europeo per quanto riguarda Pechino, abbandonando il principio del de-risking in favore di apertura e attenzione all’economia. E guardando agli ultimi mesi, non è difficile indovinare chi ci sia dietro

A gennaio, sul palco di Davos, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha delineato per la prima volta il concetto di de-risking: preso atto del rischio che comporta dipendere da un attore come la Cina, l’Ue non avrebbe dovuto perseguire il decoupling – sganciarsi dall’economia cinese come avvenuto con quella russa – quanto, piuttosto, limitare l’esposizione al rischio. Nei mesi successivi la strategia ha preso forma ed è stata un fulcro della riunione giapponese del G7. Persino gli stessi Stati Uniti, già promotori della linea più dura, hanno finito per adottare la visione europea.

Infine, pochi giorni fa, il concetto di de-risking si è concretizzato nella nuova strategia di sicurezza economica presentata dalla Commissione in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì. Peccato che i Paesi europei abbiano da ridire: i mesi passati a riflettere su come gestire la rivalità a lungo termine con la Cina non hanno prodotto una convergenza di vedute tra i Ventisette. E negli ultimi giorni c’è chi si è adoperato per annacquare la bozza delle conclusioni della riunione del Consiglio europeo in materia di competizione con Pechino.

Stando a quanto riporta Politico, un funzionario dell’Europa orientale avrebbe osservato che le modifiche sono state opera di alcuni governi occidentali, desiderosi di ammorbidire una bozza di dichiarazione “già noiosa” solo per assicurarsi di “non far arrabbiare la Cina”. Nella bozza i leader europei esorteranno Pechino “a fare pressione sulla Russia affinché cessi la sua guerra di aggressione e ritiri immediatamente, completamente e incondizionatamente le sue truppe dall’Ucraina”. Sottolineando, al contempo, che “l’Ue e la Cina hanno un interesse comune a perseguire relazioni costruttive e stabili”.

Da un lato si respira un’aria di parziale distensione a livello transatlantico, come evidenziato dalla visita del Segretario di Stato Usa Antony Blinken a Pechino. Dall’altra, ci si può ben immaginare lo zampino di chi si è dimostrato fin troppo entusiasta della recente apertura cinese – anche al netto dell’amicizia “senza limiti” con la Russia, del rischio invasione di Taiwan, delle pratiche di coercizione economica, eccetera. Politico non perde tempo a ricordare il primo tour internazionale del premier cinese Li Qiang, che negli ultimi giorni è passato sia da Parigi che da Berlino – e non ha perso l’occasione di bollare la strategia di de-risking come un’idea fallimentare e contraria agli interessi europei.

Lo scetticismo della Germania (dove il 10% dell’export è esposto, direttamente o indirettamente, al mercato cinese secondo i dati dell’Economist) era cosa nota. A fine 2022 il cancelliere tedesco Olaf Scholz aveva visitato Pechino assieme a un nutrito gruppo di industriali. Poi a fine maggio ha spiegato la sua versione di de-risking: linea G7 – l’obiettivo non è soffocare la crescita economica della Cina, quanto evitare dipendenze strategiche – ma non interrompere gli investimenti, mantenimento delle supply chain ed export verso la Cina.

Dal canto suo, negli ultimi mesi, il presidente francese Emmanuel Macron si è attirato l’attenzione degli osservatori viaggiando a sua volta fino a Pechino e assumendo posizioni quantomeno ambigue. Monsieur le Président si è intestato la linea di chi pensa che l’Ue sia troppo schiacciata sulle posizioni statunitensi e debba costruirsi un’autonomia strategica, senza dimenticarsi di approfondire i rapporti economici con la Cina in qualità di potenza “terza”. Un messaggio che ha fatto il gioco di Xi Jinping. Il quale nel frattempo ha esortato i suoi funzionari (anche quelli che stanno operando nel nostro Paese) a evidenziare, nei loro contatti con gli europei, l’importanza delle relazioni economiche e le possibili, minacciose conseguenze di una linea di distacco.

Ci sono altri Paesi europei (tra cui Spagna e Ungheria) favorevoli a una linea meno dura, meno strategica ma più vantaggiosa in termini economici, sul de-risking dalla Cina. Ma a fare la differenza nella bozza delle conclusioni è stato, con ogni probabilità, l’asse franco-tedesco, cosiddetto motore economico d’Europa. Venerdì, dunque, non ci si aspetti che le conclusioni del Consiglio riflettano la strategia di de-risking che i Paesi dell’Occidente geopolitico stanno adottando a livello internazionale.

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