Le parole di Pashinyan (“Finché un trattato di pace non è stato firmato e tale trattato non è stato ratificato dai parlamenti dei due Paesi, ovviamente, è molto probabile una nuova guerra”) sembrano il preludio ad una nuova stagione di tensioni, con i player esterni pronti ad approfittarne

Si sciolgono come neve al sole i tavoli di mediazione occidentali sul Nagorno Karabah? Stando alle parole del primo ministro armeno Nikol Pashinyan sembra di sì, per questo ha avvertito del rischio di una nuova guerra con l’Azerbaigian, accusando Baku di genocidio nella regione separatista armena. “Finché un trattato di pace non è stato firmato e tale trattato non è stato ratificato dai parlamenti dei due Paesi, ovviamente, è molto probabile una nuova guerra”.

Tensioni

Da circa 20 giorni la tensione è nuovamente aumentata dopo che l’Azerbaijan ha temporaneamente chiuso il corridoio di Lachin, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Il rischio concreto è che si possa innescare una crisi umanitaria in un’area già in affanno per quanto riguarda i beni di prima necessità. Appare evidente che l’impegno diplomatico messo in campo da Ue e Usa nel Caucaso ha infastidito Mosca, tradizionale mediatore regionale che ha sostenuto l’Armenia sin dal crollo dell’Unione Sovietica. Di contro Yerevan lamenta il fatto che il Cremlino si sia concentrato solo sull’emergenza in Ucraina, tralasciando l’azione di mantenimento della pace in Karabakh dopo il cessate il fuoco datato 2020 e mediato da Mosca.

Niente accordo

Secondo il primo ministro armeno i tavoli diplomatici a Bruxelles non hanno sortito effetti in merito allo sblocco del corridoio Lachin e ha spiegato che l’attuazione della pulizia etnica da parte dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh “non è più una possibilità teorica, ma un programma specifico che viene portato avanti bloccando illegalmente il corridoio di Lachin”. Pashinyan afferma che nella situazione attuale “la necessità di inviare una missione conoscitiva internazionale nel corridoio di Lachin e NK è diventata ancora più acuta”.

Soluzioni?

Come uscire dall’impasse dunque? Secondo Yerevan la premessa è che Baku intende impedire agli armeni di vivere nel Nagorno-Karabakh, per cui il primo ministro armeno auspica “la formazione di un meccanismo per il dialogo internazionale tra Stepanakert e Baku”, come sottolineato anche dal presidente del Consiglio europeo. Senza la partecipazione e i meccanismi internazionali, è la tesi di Pashinyan, questo dialogo non può essere efficace. Ecco la tela di Mosca (e di Pechino) che si insinua proprio quando i vari incontri che si sono tenuti a Bruxelles facevano presagire un cambio di passo: è come se con l’avvicinarsi di un spiraglio, una manina esterna abbia inteso nuovamente mandare tutto all’aria, al fine di rafforzare il caos e puntare al ribaltamento dei ruoli (mediatori inclusi).

Feto

La polizia azera intanto ha arrestato sei persone, tra cui il leader di un partito politico, con sospetti legami con il Gülenist Terror Group (Feto), che secondo il governo Erdogan è stato regista del tentativo di colpo di Stato del 2016. Secondo uno degli arrestati sarebbe coinvolto anche Gubad Ibadoghlu, fondatore del Partito per la democrazia e il benessere dell’Azerbaigian, la cui sede è stata perquisita. Come è noto, Ankara accusa esplicitamente Feto di essere ispiratore di una campagna per rovesciare il governo e in questa fase è affiancata da Baku che assicura collaborazione e intelligence. Come si intreccia questo elemento con la crisi in Nagorno-Karabakh lo dimostra l’intenzione di Erdogan di giocare il proprio ruolo ibrido anche in quel versante, conscio che la Turchia e l’Azerbaigian hanno forgiato una stretta alleanza militare e politica stipulata dopo la seconda guerra del Karabakh del 2020.

Entrambi si sono allineati con il campo filo-occidentale nella guerra in Ucraina, entrambi stanno maturando l’intenzione di dialogare con l’occidente (Erdogan e Stoltenberg) e allontanarsi dalla cosiddetta integrazione eurasiatica immaginata dalla Russia (Ilham Aliyev). Entrambi sanno di non poter commettere passi falsi.

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