La speranza è che le sagge parole del senatore grillino diano adito a una seria riflessione in parlamento. Ma, anche dopo la reazione di Conte, rimarranno quel che sono: una ventata d’aria fresca in una torrida mattinata di mezza estate

“Eh sì, lo so, ma per noi quella è una bandiera…”. Durante la scorsa legislatura, ogni volta che mi capitava di trovarmi a tu per tu con un senatore del Movimento 5 Stelle, non mancavo mai di “provocarlo” sostenendo quanto il taglio della rappresentanza parlamentare fosse profondamente lesivo della dignità della politica e della funzionalità del Parlamento, e la risposta era sempre la stessa. Con parole diverse, tutti i senatori grillini interpellati mi facevano lo stesso discorso: “Lo so, ma…”.

Il Movimento aveva già tradito buona parte delle proprie posizioni identitarie (nessuna alleanza, niente capi, uno vale uno, trasparenza assoluta, consultazione degli elettori su ogni scelta strategica, mai col Pd…) e Luigi Di Maio non si era ancora convertito al realismo. Ai grillini rimaneva, dunque, solo la retorica anti-casta, e pur rendendosi conto di quanto demagogica fosse l’idea di fare del parlamento italiano il meno rappresentativo d’Europa, non intendevano rinunciarvi. Con i colleghi Nazario Pagano e Tommaso Nannicini raccogliemmo le firme tra i senatori affinché potesse svolgersi il referendum, con i radicali e la Fondazione Luigi Einaudi affrontammo la campagna referendaria sapendo di perdere. Perdemmo, ma il fatto che il 30% degli elettori si schierò in difesa del parlamento contro la demagogia dei media e contro le indicazioni di tutti, ma proprio tutti i partiti politici ci parve una vittoria.

Nel frattempo, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo è diventato il partito personale di Giuseppe Conte, ma non per questo ha rinunciato alla demagogia. Esistono, però, lodevoli eccezioni. Sul Corriere della Sera di oggi, per esempio, Francesco Verderami fa parlare il capo dei senatori grillini Stefano Patuanelli, il quale, dando prova di inusitato coraggio, affronta il tema più scabroso di tutti: il finanziamento pubblico ai partiti politici. E, colpo di scena, si dice favorevole a reintrodurlo. Il suo ragionamento è ineccepibile. I partiti politici sono il mezzo attraverso il quale si compie la democrazia rappresentativa; affamarli significa indebolire la democrazia, alimentare abusi come l’uso improprio dei soldi destinati all’attività dei gruppi parlamentari, lasciare che la rappresentanza politica sia appannaggio dei ricchi o dei furbi. Aggiungo un elemento: se i partiti avessero soldi avrebbero una struttura e se avessero una struttura sarebbe più facile tornare all’epoca in cui prima di diventare parlamentare o ministro si doveva compiere un lungo cursus honorum che consentiva a ciascuno di misurare la propria, reale, capacità politica e di maturare l’esperienza necessaria per ricoprire degnamente un incarico parlamentare o di governo.

Patuanelli, di gran lunga il grillino più serio e realista su piazza, ha detto quello che pensa e sapendo in quale melma demagogica è costretto a muoversi l’ha detto “a titolo personale”. Di lì a poco, Conte l’ha sconfessato: “La posizione del M5S è sempre stata e resta contraria al finanziamento pubblico dei partiti”. Conte non ha osato entrare nel merito delle argomentazioni di Patuanelli. Le ha stroncate e basta.

Si potrebbe fare ironia sull’opacità dei finanziamenti privati ricevuti dal Movimento 5 Stelle così come sull’avvenuta rinuncia alla riduzione del finanziamento ai gruppi parlamentari che avrebbe per logica dovuto seguire la riduzione del numero dei parlamentari. Si potrebbe farlo, ma sarebbe inutile. La verità è che come accadde sul taglio lineare del numero dei senatori e deputati, anche sul finanziamento pubblico gli altri partiti non sono meno ipocriti del Movimento 5stelle. “Eh sì, lo so, ma se reintroducessimo il finanziamento pubblico ci condanneremmo all’impopolarità”, sarebbe la risposta a destra come a sinistra.

Non è pertanto ragionevole sperare che le sagge parole di Patuanelli diano adito a una seria riflessione in parlamento. Rimarranno quel che sono: una ventata d’aria fresca in una torrida mattinata di mezza estate.

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