La Coalizione globale contro le minacce delle droghe sintetiche serve agli Stati Uniti per elevare il dossier — di carattere interno — sul piano internazionale, anche contro la Cina

Le droghe sintetiche prodotte illegalmente, come il Fentanyl, il tramadolo, la metanfetamina, il captagon, l’Mdma e la ketamina, “minacciano la salute, la sicurezza e il benessere delle persone in tutto il mondo”, dice il dipartimento di Stato americano. Sono un fattore sociale, perché la dipendenza da esse negli ultimi anni è cresciuta molto velocemente in quanto sono accessibili sia a livello economico sia in termini di disponibilità sul mercato — dato che in alcuni casi sono reperibili sotto forma di farmaci. Paesi come gli Stati Uniti lottano contro questa piaga da anni, la diffusione degli oppiodi è una sfida con cui si sono confrontate diverse amministrazioni e su cui quella attuale ha cercato uno sforzo ulteriore: elevare il contrasto alle droghe sintetiche sul piano delle dinamiche internazionali.

“Nessun Paese può affrontare questo problema da solo: dobbiamo unire le forze come comunità globale. La minaccia delle droghe sintetiche riguarda sia la salute pubblica che la giustizia penale; all’interno di un Paese, nessuna agenzia può fornire la soluzione: le forze dell’ordine, gli enti normativi, commerciali e di salute pubblica devono collaborare sia all’interno dei loro confini che in tutto il mondo”, scrive il dipartimento di Stato nella nota in cui ha accompagnato la formazione della Global Coalition to Address Syntethic Drug Threats.

Gli Stati Uniti chiedono alla comunità globale di unirsi per combattere collettivamente questa che identificano ormai come una sfida comune dei nostri tempi. Il 7 luglio 2023, il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha ospitato una riunione virtuale a livello ministeriale con altri 97 Paesi — per l’Italia era presente il vicepresidente e ministro degli Esteri, Antonio Tajani — per lanciare la coalizione globale. Il discorso è stato continuato durante la missione del ministro Matteo Piantedosi a Washington dei giorni scorsi — dalle discussioni è emerso che l’Italia può portare innanzitutto il proprio know how, avendo da tempi combattuto le criminalità organizzate attive anche nel narcotraffico.

La riunione della scorsa settimana ha fornito le basi per unire gli sforzi al fine di prevenire la produzione e il traffico di droghe sintetiche illecite, identificare le tendenze e i modelli di consumo emergenti e rispondere al loro impatto sulla salute pubblica, spiegano le fonti statunitensi. Dopo l’istituzione della Coalizione globale, Washington ha intenzione di avviare consultazioni dirette con i Paesi partecipanti per stabilire azioni e misure prioritarie. I partner collaboreranno in gruppi di lavoro “per offrire nuove soluzioni, promuovere azioni nazionali e far sì che la lotta alle droghe sintetiche diventi una priorità politica”, secondo le intenzioni dei partecipanti.

La Coalizione globale si riunirà nuovamente a livello politico a margine di eventi di alto livello, come la 78a Assemblea generale delle Nazioni Unite e la Commissione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti (CND) del marzo 2024. Questi incontri dovrebbero fornire ulteriori opportunità per condividere il lavoro con un pubblico più ampio e sostenere il progresso della politica internazionale sulle droghe. “La Coalizione integrerà, non duplicherà o sostituirà l’importante lavoro dei principali forum multilaterali e regionali esistenti”, spiegano da Washington. Ad esempio, la Comunità internazionale svilupperà una rete per condividere le informazioni e rispondere alle nuove minacce del narcotraffico nel momento in cui emergono, “piuttosto che cercare di fermarle dopo che si sono radicate in una comunità”.

La lotta al narcotraffico come vettore di politica internazionale 

“Gli Stati Uniti accolgono con favore l’adesione alla coalizione di tutti i Paesi interessati alla minaccia per la salute pubblica e la sicurezza rappresentata dalle droghe sintetiche di produzione illecita e motivati ad approfondire la cooperazione globale”, dice State. Dunque l’obiettivo non è solo controllare la situazione interna al Paese, ma anche guidare lo sforzo internazionale. E non a caso. Da tempo gli Stati Uniti stanno attaccando la Cina, rea secondo le agenzie federali di facilitare il flusso di stupefacenti — su tutti il Fentanyl — all’interno del territorio statunitense.

Solo quattro anni fa, uno sforzo congiunto americano e cinese per arginare il flusso di Fentanyl prodotto in Cina e destinato a raggiungere gli Stati Uniti sembrava pronto a decollare. Pechino aveva presentato una nuova legge che vietava l’oppioide sintetico, inducendo l’amministrazione Trump a lodare il leader cinese Xi Jinping per il “meraviglioso gesto umanitario”. Oggi, però, la cooperazione tra i due Paesi in materia di Fentanyl è a un punto morto. Gli sforzi reciproci per reprimere un narcotico responsabile di decine di migliaia di overdose negli Stati Uniti ogni anno sono stati ostacolati dalle più ampie tensioni tra le due potenze.

Non solo “l’incapacità di cooperare per l’interdizione del Fentanyl è emblematica della miriade di modi in cui le relazioni bilaterali si sono arenate”, come scrive il New York Times. A Washington si inizia sempre più a pensare che le autorità di Pechino stiano chiudendo più di un occhio sui flussi di Fentanyl prodotto in Cina perché l’ingresso della droga nel mercato americano è un fattore che può provocare in qualche smista effetti di destabilizzazione.

La Cina si è scagliata contro gli Stati Uniti sulla questione, accusando l’amministrazione Biden di scaricare su Pechino la responsabilità dei propri problemi sociali e di negare i propri fallimenti nella lotta all’epidemia narcotica. “Gli Stati Uniti devono affrontare i propri problemi e non devono sottrarsi alle malattie”, ha recentemente scritto il Quotidiano del Popolo, organo stampa del Partito Comunista Cinese. “Attaccare e diffamare la Cina non curerà il problema cronico dell’abuso di droga negli Stati Uniti, ma non farà altro che ritardare il problema del controllo delle droghe negli Stati Uniti in una crisi sociale più grave”.

La Cina era stata invitata a far parte della Coalizione globale, ma non ha voluto prenderne parte — almeno per adesso. Della questione Fentanyl ne ha parlato anche la segretaria al Tesoro Janet Yellen durante la sua visita a Pechino. Quest’anno, l’Office of Foreign Assets Control del dipartimento guidato da Yellen ha imposto sanzioni a società cinesi (e altre messicane) sospettate di produrre l’oppioide, nell’ambito di un più ampio sforzo da parte del governo statunitense per reprimere la fonte della crisi, ma anche all’interno dello schema di misure contro le attività cinesi considerate problematiche per la sicurezza nazionale statunitense.

Il Fentanyl non ha praticamente alcun mercato interno in Cina e questo potrebbe aver dato a Pechino meno incentivi a regolamentare i suoi precursori chimici, che hanno anche una serie di usi legali nell’industria medica. È possibile che Pechino veda la crisi delle droghe sintetiche negli Stati Uniti come qualcosa su cui far leva con Washington, in un momento in cui è cresciuta la frustrazione per le azioni degli Stati Uniti considerate dal Partito/Stato come un contenimento della Cina. È possibile che Pechino voglia sul piatto qualcosa di valore in cambio dell’accordo di aiutare l’amministrazione Biden sul Fentanyl.

Non sarebbe un caso isolato. Bashar El Assad ha per esempio ottenuto una riqualificazione regionale della sua Damasco muovendo una leva simile. La Siria è diventata praticamente un narco-stato, da lì le droghe sintetiche — su tutte il Captagon — entrano nella regione. I Paesi del Golfo — mercato dove le disponibilità economiche per comprare gli stupefacenti non mancano, così come non mancano le tentazioni — hanno accettato il re-inserimento siriano nella Lega Araba anche chiedendo alle autorità assadiste di aumentare i controlli sul narcotraffico (non è chiaro quanto Damasco avrà capacità e possibili di essere efficace, dato che le attività sono gestite soprattutto da Hezbollah, la milizia libanese che si muove anche in accordo con i Pasdaran).

Tenendo fede a una richiesta fatta dall’amministrazione Trump, la Cina ha messo al bando Fentanyl e derivati nel 2019.  Conseguenza: crollo delle esportazioni. Avrebbe dovuto ottenere un cambio da Washington la riduzione di alcuni dazi imposti sul commercio di certi prodotti, ma quando ha capito che le tariffe commerciali non sarebbero state tolte, allora Pechino ha iniziato progressivamente a facilitare le spedizioni di precursori chimici verso il Messico, dove i cartelli occupano della produzione finale della droga e successivamente di piazzarla sul mercato americano.

La disputa sul Fentanyl evidenzia le differenze fondamentali nell’approccio di Washington e Pechino alla loro rivalità. L’amministrazione Biden ritiene di poter competere con la Cina su questioni strategiche come la sicurezza e la tecnologia ma, allo stesso tempo, di poter cooperare su questioni di reciproco interesse come il cambiamento climatico e il controllo della droga. La Cina ha una visione diversa: ritiene impossibile cooperare su certi settori e competere su altri ambiti strategici. Questa posizione, per quanto razionale e legittima, ha portato Washington a coordinarsi con altri Paesi per fare pressione sulla Cina e a prendere in considerazione strumenti più punitivi come le sanzioni per ottenere la cooperazione di Pechino sul traffico di droga.

Per ora questa tattica sta portando pochi risultati. E Joe Biden sa che però deve agire in fretta. Tra un anno si votano le presidenziali e il Partito Repubblicano potrebbe usare la questione per attaccare i Democratici e l’amministrazione in cerca di riconferma. Molto di quanto sta accadendo sul dossier si lega a questa dimensione interna, tipicamente traslata sul piano internazionale. D’altronde i dati sono davvero preoccupanti: nel 2022 negli Stati Uniti sono morte 110mila persone di overdose, di cui un terzo a causa di droghe sintetiche. La principale causa di mortalità relativa per gli americani tra i 18 e i 49 anni.

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