Uno dei veri baluardi del pontificato di Francesco è l’importanza dell’avviare processi più che del gestire spazi. Io credo che sia tra i tratti più affascinanti della sua visione, e anche questa iniziativa diplomatica, a mio avviso, va capita così. Il commento di Riccardo Cristiano

Chi aveva capito che il cardinale Zuppi aveva avuto dal papa un mandato esplorativo per ricondurre nell’alveo del solubile il conflitto in corso in Ucraina non può essere sorpreso dalla sua trasferta statunitense. “Sua Eminenza” non è il mediatore tra Russia e Ucraina, ma il facilitatore di tentativi che partano dal desiderio di sciogliere e non di inasprire, “di cucire e non di tagliare”.

Non porta un piano studiato in Vaticano, piuttosto è stato incaricato di valutare come avvicinare, rendere percorribile, possibile, ciò che potrebbe portare ad una cammino verso una soluzione. In questo i citati gesti umanitari da parte di Mosca non potrebbero che essere in primo piano in ogni agenda. Come parlarsi in pendenza di “deportazione” di bambini? Alcuni hanno obiettato che il cardinale abbia parlato anche con la ministra russa responsabile della loro “deportazione”. Strana eccezione. Con chi altro parlare per trovare una soluzione, adesso e non in un contesto di gendarmeria internazionale, a un tale problema?

Ecco allora che, non volendo considerare altri scenari possibili, della stessa questione dei bambini ucraini deportati per “rieducazione” in Russia potrebbe avere un senso discutere a Washington. Il punto per la Santa Sede sono loro, non la “giusta condanna” di chi li ha sottratti alle loro famiglie. Quella c’è già, ma per ottenere un ravvedimento, cioè la loro liberazione. Allora, sebbene arduo, potrebbe ipotizzarsi che a Mosca abbiano fatto presente all’inviato del papa: “E se noi li lasciassimo andare, cosa farebbe il Tribunale Penale” nei confronti dei ricercati? È un’ipotesi che in linea teorica non può essere esclusa. E farlo presente a Washington, sebbene non faccia parte del Tribunale, potrebbe avere un senso. Quello statunitense è pur sempre un parere che pesa, quel che di solito si definisce un parere “influente”.

La questione specifica proprio in queste ore apparirà di certo importante al Cremlino, che ha scoperto, a pochi giorni dall’importante summit dei Brics in Sud Africa, che il Paese ospitante preferirebbe non essere imbarazzato dall’arrivo di Putin. Sarebbe spiacevole, hanno detto, dover arrestare un nostro ospite, stante il mandato di cattura internazionale per Putin proprio per la gravissima vicenda della deportazione dei minori ucraini. Tempo addietro le cose non stavano così, ma evidentemente in quel vasto mondo che non è con né contro in questa guerra, la linea russa della guerra all’Occidente non piace. E non piace non per il suo senso ideologico, ma per le sue conseguenze pratiche: il Terzo Mondo ha bisogno di amici per uscire da crescenti difficoltà, non di nemici, ha bisogno di controllo dei prezzi, non di sue impennate, ha bisogno di circoli virtuosi internazionali e non di circoli viziosi. Anche altri giganti africani guardano chiaramente con fastidio alla linea di Mosca. Questo vale anche per la Turchia. A lungo considerata amica di Putin in questo conflitto, recentemente ha preso strade non proprio amicali, e si capisce perché. Non perché ora pensi davvero ad entrare in Europa, ma perché ha bisogno di non essere risucchiata in un blocco contro l’altro. La scelta di Putin di sospendere l’accordo sul grano non gli aumenterà le quanto meno traballanti simpatie dei BRICS e di altri. Al contrario. Dunque, a che gioco gioca lo zar?

Qui per comprendere bisognerebbe capire davvero la situazione politica e militare interna alla Russia. Ma visto che questo pochi hanno gli elementi per farlo, si può dire che l’atteggiamento dell’uomo forte di Mosca sembra essere quello di chi vuole tenere strette e coperte tutte le sue carte. Perché, se così fosse, sarebbe evidente. Nessuno può dire che il momento di farle vedere stia arrivando. Ma certo un segnale sui campi umanitari possibili potrebbe aiutare. Il destino dei bambini deportati ha valore in sé, come quello di nuovi disastri ecologici sempre possibili e già temuti.

Al momento è in questo fazzoletto tanto delicato quanto prezioso per la vita e il futuro di tante persone che la missione dell’esploratore sembra avere il suo senso, molto importante. Uno dei veri baluardi del pontificato di Francesco è l’importanza dell’avviare processi più che del gestire spazi. Io credo che sia tra i tratti più affascinanti della sua visione, e anche questa iniziativa diplomatica, a mio avviso, va capita così. Avviare un processo verso una soluzione del conflitto. Questo interessa a Francesco, non piantare bandierine.

Per riuscire ad avviare qualcosa il cardinal Zuppi potrà ricordare la poca lungimiranza che fu alla base del non ascolto del suo predecessore, il cardinal Laghi, inviato proprio venti anni fa da Giovanni Paolo II da Bush.

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