Ottenere la superiorità aerea, dice l’esperto, renderebbe possibile una svolta nelle operazioni militari. Ma saranno necessari ancora mesi prima che i velivoli occidentali arrivino in Ucraina. Nel frattempo, la guerra d’attrito rimane l’unica alternativa

Nelle scorse ore è arrivata la notizia che sia Danimarca che Olanda, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da parte statunitense, riforniranno l’Ucraina con i propri velivoli F-16. Mentre Copenaghen invierà a Kyiv 19 esemplari, non sono ancora noti i numeri dei caccia che donerà invece Amsterdam. Ma qual è l’impatto di questa decisione? A parlarne con Formiche.net è Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa” dell’Istituto Affari Internazionali.

L’Ucraina festeggia a gran voce la conferma dell’invio dei velivoli multiruolo F-16. Questi apparecchi possono fare veramente la differenza?

Il dato di partenza è che in questa guerra nessuna delle due parti ha superiorità aerea: i cieli sono contesi. Mosca riesce a bombardare l’Ucraina, ma le difese aeree ucraine neutralizzano la maggior parte dei missili, bombe, droni. Allo stesso tempo, Kyiv riesce a colpire sia strutture militari nei territori ucraini occupati che nodi logistici siti in territorio russo, ma non ha capacità di condurre una campagna aerea per spianare la strada alla controffensiva. In questo contesto di guerra d’attrito, chi tiene la posizione è favorito rispetto a chi deve conquistarla. Così come lo sono stati gli ucraini a Bakhmut qualche mese fa, adesso lo sono i russi rintanati dietro le loro linee di difesa fortificate. Se una delle due parti riuscisse a ottenere la superiorità aerea, le proprie operazioni militari ne trarrebbero un vantaggio enorme.

Potrebbero dunque cambiare le sorti della controffensiva attualmente in corso?

Per cercare di ottenere la superiorità aerea sono necessari tre elementi: un numero di velivoli sufficientemente elevato, personale (piloti e personale di supporto) adeguatamente addestrati, e una valida dottrina di impiego del potere aereo nelle operazioni militari. Acquisire queste tre capacità richiede diversi mesi. La donazione di Olanda e Danimarca autorizzata da Washington avrà sì un impatto, ma solo nel 2024, quando questi assetti saranno adeguatamente utilizzabili dalle Forze armate ucraine. Non influenzeranno quindi né la controffensiva in corso, né la fase immediatamente successiva. Non ci sono i tempi. La controffensiva rimarrà prevalentemente terrestre, con forti perdite e avanzamenti limitati.

Si possono allora considerare come “strumenti di deterrenza” in un contesto post-conflittuale?

Troppo presto per vedere un ruolo di deterrenza nella fornitura di queste armi. Ma di sicuro questa decisione ha un valore politico, morale e simbolico, perché soddisfa una richiesta dell’Ucraina in un momento difficile, e sono anche un segnale del maggiore impegno occidentale, sia come qualità degli assetti che come prospettiva temporale (l‘integrazione di cui prima richiederà mesi). Ed ha un valore anche nei confronti della Russia: dopo i carri armati Leopard e Abrams, i sistemi missilistici Patriot, e i lanciarazzi Himars, il sostegno occidentale all’Ucraina cresce, e non teme alcuna ritorsione russa.

Secondo lei si può parlare di una “Natoizzazione” de facto dell’ucraina?

Non credo che si possa parlare di “Natoizzazione” delle forze armate ucraine. Esse hanno sì adottato standard, procedure, e dottrine estremamente simili a quelle dei paesi occidentali, ma al tempo stesso hanno un’esperienza di combattimento contro le forze armate di Mosca che i militari Nato non hanno. Sono un unicum. E nonostante l’enorme avvicinamento all’Alleanza atlantica per mezzi e tattiche impiegate, ci sono altri aspetti di un conflitto che veda coinvolta la Nato (come il potere aereo appunto, ma anche quello navale, l’arsenale missilistico e nucleare) che necessitano di capacità che l’Ucraina non ha. E non avrà neanche in futuro, almeno nel breve-medio termine, considerando il quadro politico che al giorno d’oggi ha portato a un rinvio sine die dell’adesione ucraina all’Alleanza Atlantica.

Ha sottolineato l’esperienza diretta di combattimento delle forze armate ucraine. Crede che possa essere fonte di preziose lezioni per la Nato?

C’è un dialogo costante tra forze armate ucraine e paesi Nato, perché nell’aiutare Kiev si ragiona insieme sul conflitto in corso. Non è un monologo, né per una parte né per l’altra. Ma bisogna stare attenti a trarre le giuste lezioni dalla guerra  russa all’Ucraina perché un eventuale conflitto tra la Nato e la Russia sarebbe molto diverso: l’Alleanza Atlantica dispone di capacità aeree, missilistiche e navali che sarebbero impiegate prima a scopo di deterrenza e poi a scopo di escalation, proprio per non arrivare a un conflitto d’attrito terrestre caratterizzato da un numero alto di perdite, proprio come quello in corso adesso in Ucraina. La dottrina Nato è volta proprio a evitare perdite ingenti ed inutili. Lezioni ucraine quindi si, ma cum grano salis: la Nato non è l’Ucraina.

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