Secondo l’associazione di riferimento per i chipmaker di tutto il mondo, l’azienda cinese starebbe costruendo una rete di impianti occulta sul suolo cinese per fabbricare semiconduttori, aggirando le restrizioni tecnologiche imposte da Washington

Huawei, il gigante tecnologico cinese legato a doppio filo al Partito-Stato, torna nuovamente al centro della contesa tra Stati Uniti e Cina. Secondo la Semiconductor Industry Association, che raggruppa le istanze dei maggiori produttori di chip globali, l’azienda starebbe costruendo sul territorio nazionale una rete segreta di impianti per la fabbricazione di semiconduttori. Lo scopo? Eludere le sanzioni statunitensi e tradurre in realtà le ambizioni tecnologiche del Dragone.

La notizia arriva via Bloomberg, la quale ricorda che l’azienda cinese – già sanzionata dall’amministrazione di Donald Trump per motivi legati alla sicurezza nazionale e sulla lista nera commerciale del Dipartimento del commercio Usa dal 2019 – si dedica ufficialmente alla produzione di chip solo dall’anno scorso. Tuttavia può contare su un finanziamento statale di circa 30 miliardi di dollari, ha dichiarato la Sia, aggiungendo che Huawei ha acquisito almeno due impianti esistenti e ne sta costruendo altri tre.

Il punto, sostiene l’associazione, è che se Huawei sta costruendo impianti sotto il nome di altre aziende, può essere in grado di aggirare le restrizioni del governo statunitense per acquistare indirettamente attrezzature statunitensi per la produzione di chip. I macchinari in questione (nelle loro versioni più avanzate) assieme ai semiconduttori di ultima generazione e altri strumenti per fabbricarli, sono già soggetti a rigidi controlli di esportazione in seguito a una stretta crescente da parte dell’amministrazione di Joe Biden e degli alleati-chiave lunga la catena del valore.

Nell’ottica della competizione sistemica tra Usa e Cina, queste restrizioni incarnano l’intenzione di Washington e i suoi alleati di inibire lo sviluppo autonomo della potenza di calcolo cinese, vero differenziale in campo militare nel Ventunesimo secolo. Lo sforzo impatta i membri della Sia, tra cui figurano produttori di chip come l’americana Intel, la coreana Samsung e la taiwanese Tsmc, ma anche le aziende che producono apparecchiature per la produzione di chip come Applied Materials e l’olandese Asml.

Com’è noto, Pechino sta rispondendo con un ventaglio di misure che vanno dal tagliare l’accesso a materie prime necessarie al versare cifre da capogiro nella produzione di chip (più o meno quanto il resto del mondo messo insieme, secondo Chris Miller, autore di Chip War). Ma il Dragone ricorre anche a tattiche come lo spionaggio industriale e misure laterali per superare le restrizioni occidentali, sfruttando l’ibridazione tra la sfera civile e militare per occultare la destinazione finale dei prodotti che acquista.

Se confermata, l’accusa della Sia sarebbe perfettamente in linea con i ripetuti tentativi cinesi di colmare il divario tecnologico con le aziende occidentali. Da parte sua, lo staff dell’Ufficio per l’Industria e la Sicurezza del Dipartimento del Commercio Usa ha detto a Bloomberg che “sta monitorando la situazione” ed è “pronto ad agire se necessario.” L’agenzia governativa ha già inserito nella lista nera decine di aziende cinesi oltre a Huawei, tra cui due che secondo la Sia fanno parte della rete nascosta: Fujian Jinhua Integrated Circuit e Pengxinwei IC Manufacturing.

“Date le severe restrizioni imposte a Huawei, Fujian Jinhua, PXW e altri, non sorprende che abbiano cercato un sostanziale sostegno statale per tentare di sviluppare tecnologie indigene”, ha spiegato l’Ufficio, evidenziando di “rivedere e aggiornare continuamente i [nostri] controlli sulle esportazioni in base all’evoluzione del contesto di minaccia e, come dimostrato dalle regole del 7 ottobre 2022, non esiterà a intraprendere azioni appropriate per proteggere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

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