“I governi africani? Non sono così propensi a concedere legittimazione a un puro atto di forza. Roma? Deve far capire agli alleati che non chiediamo solo assistenza rispetto al fronte Mediterraneo stretto al Nord Africa, ma siamo capaci di fornire anche solidarietà attiva”. Conversazione con l’esperto analista e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Vittorio Emanuele Parsi

L’Occidente, inteso come Usa e Ue, è chiamato a un passo deciso in Niger, dice a Formiche.net Vittorio Emanuele Parsi, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore per Bompiani de “Il posto della guerra e il costo della libertà”, anche al fine di evitare lo stallo dato da una Francia che continua a supervisionare Niger e dintorni. Piuttosto, spiega, il peso specifico dell’Africa è talmente mutato che gli Stati Uniti hanno piazzato proprio nel Mediterraneo il comando per il continente nero e anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.

Una delegazione di Ecowas ha lasciato il Niger senza incontrare il leader della giunta che ha preso il potere con un colpo di Stato domenica scorsa: che segnale è?

Direi che è un segnale importante in almeno due direzioni. Da un lato ci dice che anche i governi africani, che spesso sono molto deficitari in termini di standard di rispetto dei diritti umani o della separazione dei poteri, non sono così propensi a concedere legittimazione a un puro atto di forza. Una mossa significativa compiuta dopo che la Russia ha usato un puro atto di forza nel cuore dell’Europa sostenendo azioni del genere in tutto il continente africano e anche in Medio Oriente. Il secondo è un segnale di attenzione nel non farsi strumentalizzare.

Ovvero?

Pensare che la sostituzione dell’ingerenza russa potesse avvenire con l’influenza francese poteva ingannare una parte delle opinioni pubbliche locali che sono facilmente manipolabili. Ma non riesce certo a inglobare i governi regionali che, magari, non hanno tutte le credenziali perfettamente a posto, ma non sono certo composti da persone che ignorano le logiche del potere della politica internazionale.

Dalle colonne del Washington Post, Bazoum ha invitato “il governo degli Stati Uniti e l’intera comunità internazionale ad aiutarci a ripristinare il nostro ordine costituzionale”. Cosa può fare in concreto l’Occidente?

Stati Uniti e Francia devono parlarsi, perché con tutto l’interesse di Washington a lasciare che la Francia continui a supervisionare l’ordine regionale, è evidente che da un lato Parigi ha trascorsi coloniali e postcoloniali e dall’altro esiste ormai una maggior caratura circa le sfide da affrontare proprio a seguito dell’intromissione russa. Per cui serve probabilmente una capacità politica, militare e diplomatica di più ampio spettro rispetto a quella messa in campo fino ad oggi dai soggetti che lì hanno operato.

In concreto?

È importante che l’Occidente non si divida su questo fronte ed è altrettanto importante che gli Stati Uniti, che d’altra parte hanno posizionato non a caso in Europa il loro comando per l’Africa, assumano su questo obiettivo anche una responsabilità maggiore. Ricordo ai tempi dell’amministrazione Clinton cosa significò sottovalutare il problema africano. Qualche anno dopo quella cellula di Al Qaeda che aveva fatto saltare per aria alcune ambasciate americane in Africa centrale, colpì direttamente New York.

Domenica prossima scadrà il termine di una settimana dato dall’Ecowas dopo il colpo di Stato: Mali e Burkina Faso imbracceranno le armi?

È molto difficile convincerli. La richiesta dell’intervento americano credo che serva anche da pesante moral suasion nei confronti dei golpisti, affinché facciano un passo indietro prima che qualcun altro lo faccia più apertamente. Inoltre è un modo per guadagnare tempo. Vedremo.

“Le funzioni degli ambasciatori straordinari e plenipotenziari della Repubblica del Niger” in Francia, Nigeria, Togo e Stati Uniti “sono terminate”, ha affermato uno dei golpisti in un comunicato letto alla televisione nazionale. Una mossa più disperata o provocatrice?

A me sembra un messaggio, diciamo, “populista”, rivolto al seguito locale, che non a caso è quello che ha preso d’assalto l’ambasciata francese al grido di Viva Putin. Dobbiamo tenere presente che esiste certamente una dimensione regionale, ma c’è anche una dimensione locale. Le popolazioni colgono quello che succede e quello che viene mediato attraverso le loro élite domestiche e purtroppo non sono così sensibili ai discorsi sulla democrazia. Spesso scambiano una presunta maggiore autonomia nazionale con la democrazia, potremmo dire confondono quella che Benjamin Constant definiva come la libertà degli antichi con la libertà dei moderni.

Le prossime mosse di Roma?

A livello italiano sarà utile far capire ai nostri alleati che non siamo solo lì a chiedere assistenza rispetto al fronte Mediterraneo stretto al Nord Africa, ma siamo capaci di fornire anche solidarietà attiva. E mettere a disposizione asset che vengono richiesti per quelle regioni, la cui instabilità incide molto sulla possibilità di gestione, anche più umana e non solo di controllo, dei flussi migratori.

@FDepalo

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