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Il colpo di stato in Niger rende più urgente il Piano Mattei. Il punto di Craxi

Le colpe occidentali, il ruolo della Wagner e il dilagare della propaganda putiniana. Le prese di posizione a favore dei golpisti di Mali e Burkina Faso e la miopia dell’Europa (e non solo) nel non aver compreso la strategicità di quell’area. Conversazione con la presidente della commissione Esteri al Senato

La scadenza dell’ultimatum lanciato ai golpisti dagli Stati africani dell’Ecowas è molto vicino. La tensione in Niger continua a crescere. Si chiede il reintegro del presidente Mohamed Bazoum. Burkina Faso e Mali, nel frattempo, si sono schierati dalla parte dei golpisti. Insomma, la situazione è incandescente. Il governo italiano, l’altro ieri, ha mandato un aereo speciale per rimpatriare i cittadini. Il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, ha assicurato che l’ambasciata a Niamey resta operativa. Ma, in questa fase così delicata, che sviluppi ci saranno? E, soprattutto, quale sarà il ruolo dell’Italia e dell’Occidente? Lo abbiamo chiesto alla presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, Stefania Craxi.

Senatrice Craxi, se l’Ecowas decide di ingaggiare un’operazione militare, che posizione prendere, alla luce del possibile coinvolgimento della Francia ad esempio?

Scade sabato l’ultimatum dato dall’Ecowas ai golpisti e, francamente, spero, ma non credo, che entro quella data il presidente deposto, democraticamente eletto nel 2021, Mohamed Bazoum, possa riprendere il suo legittimo posto. In caso contrario, l’annuncio di un intervento militare da parte dei Paesi aderenti a questa Comunità rappresenta a mio avviso una presa di posizione forte, decisa, non scontata, degli Stati africani occidentali che va valutata positivamente: è un argine alla progressiva destabilizzazione dell’area e, soprattutto, una mano d’aiuto all’Europa e all’Occidente. Ma il nostro compito in questa fase è però quello di fare il possibile affinché la situazione non deflagri in una guerra cruenta di popolo e Nazioni, evitando anche da parte europea reazioni improvvide, accelerazioni brusche e avventure solitarie, che rischierebbero di dare adito alle già abbondanti retoriche anti-occidentali. È ancora il momento dei mediatori, che vanno sostenuti con forza.

Il Mali e il Burkina Faso hanno preso una posizione molto chiara. Quale dovrebbe essere il posizionamento Occidentale, sulla base dei ruoli che ogni stato riveste nella compagine Europea?     

La posizione di questi due Paesi non sorprende, né può essere analizzata come una dinamica locale. Rispetto ad un golpe militare, dalle chiare fattezze anti-occidentali, queste realtà, sotto un’abile regia esterna, vorrebbero dare vita ad un “diverso” fronte. Le Nazioni europee, Italia compresa, non solo devono mantenere i contingenti nel Paese ma devono intensificare gli sforzi, politici oltre che economici, con gli attori dell’area e con quelli limitrofi che costituiscono e che possono rappresentare un argine alle derive in atto. E dobbiamo tenere conto che ogni nostra scelta va collocata in un contesto più ampio, extra-regionale. Dobbiamo evitare di dare, seppur involontariamente, una mano a Mosca piuttosto che a Pechino, che pur agiscono con strategie diverse e non coordinate, con la prima che tenta di uscire dall’isolamento prodotto dalla guerra ucraina.

In che senso?

Quello che si sta verificando da qualche anno nella Regione, dove si registrano ben nove “colpi di Stato” negli ultimi tre anni, non è solo figlio della cronica debolezza politico-istituzionale di questi Paesi e delle loro perduranti emergenze economiche e sociali. Qualcuno, alimentando sentimenti revanscisti e cavalcando anche alcuni “nostri” errori e mancanze del recente passato, ha pensato di “utilizzare” questa parte del mondo sicuramente per accaparrarsi le tante risorse di cui dispone, applicando un modello di “capitalismo estrattivo” rapace che tutto prende e nulla lascia, ma ancor più come un’arma impropria. Hanno caricato e puntato una pistola alla tempia dell’Europa e dell’Occidente! Non è un caso se la Wagner commenta gli eventi in Niger come una lotta di popolo contro i colonizzatori.

Quale è secondo lei il ruolo effettivo della Wagner in quelle zone?

Non può essere analizzato il solo ruolo o la sola presenza nel contesto militare. Sappiamo sicuramente che le “truppe mercenarie” al servizio del Cremlino hanno in questi anni svolto un ruolo effettivo nei teatri di crisi, con supporto logistico, aiuti alimentari e rifornimenti militari, garantendo al contempo anche la sicurezza dei “golpisti”. Ma il loro attivismo va considerato anche per quanto concerne quello che impropriamente possiamo chiamare il “soft power”, con una propaganda aggressiva, subdola. Si alimenta l’idea di uno “scontro di civiltà” a tutto campo, che chiama in causa valori, religione e modelli di governance.

La propaganda putiniana sta attecchendo. Non c’è, in questo, una responsabilità anche occidentale nel non aver elaborato “anticorpi” contro questi fenomeni, optando per concentrarsi quasi esclusivamente sul tema migratorio?

C’è, e non c’è. Se parliamo di propaganda, infatti, non possiamo non constatare che la stessa Europa è stata oggetto e vittima di attacchi. Eravamo impreparati noi, come potevamo preparare gli altri? Ma se vogliamo trovare una qualche nostra responsabilità, soprattutto in un certo contesto mitteleuropeo, è quella di non aver capito, anche dopo una serie di accadimenti, su tutti il radicarsi del jihadismo, che l’Africa e il Mediterraneo, se non altro per ragioni di limes, erano una nostra priorità strategica. Pochi hanno compreso la centralità di quest’area, il suo essere nucleo di interessi economici e contestualmente spazio di competizione globale e, erroneamente, hanno pensato, senza neanche tenere conto della realtà demografica, che il tema fosse sostanzialmente accogliere i migranti – senza per giunta porsi il tema di come e in che modo – o meno, piuttosto che mantenere in queste realtà piccole sfere di influenza. Nel migliore dei casi ci siamo limitati ad avanzare politiche di cooperazione che abbiamo declinato in maniera del tutto distante dalle effettive necessità di queste realtà, dimenticando che cibo, acqua, assistenza medica e sanitaria sono e restano il primo “sostegno” da dare in moltissimi contesti. Ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse davvero drammatica: nel loro essere “progressisti” parlano di diritti, di inclusione e parità ma dimenticano una cosa su tutto: il diritto alla vita.

Come incide tutta questa situazione del Sahel nell’applicazione e nella messa a terra del Piano Mattei?

Lo rende ancora più necessario e urgente. Certo, anche più complicato sotto alcuni aspetti. Ma gli eventi dimostrano quanto sia necessario svolgere un ruolo attivo nella regione, quanto uno sguardo italiano sia essenziale per l’Europa e per l’Occidente tutto, come testimonia il contenuto del recente bilaterale tra Biden e Meloni. L’Unione europea ha poi bisogno di una bussola, di una realtà come la nostra che, grazie alla sua collocazione geografica, alla sua storia, alla forza della sua diplomazia, dei tanti militari impegnati, gode di una percezione tutta positiva nell’area che rappresenta un indubbio punto di forza. Si avverte quindi forte l’esigenza di un piano strategico condiviso con queste realtà, che metta a fattore anche i tanti sforzi economici profusi dall’Ue verso l’Africa e che, insieme al Regno Unito, sono ben dieci volte superiori a quelli cinesi. Europa, Mediterraneo e Africa sono una sorta di macroregione globale che lega i destini di milioni di donne e di uomini che vi risiedono. L’Italia, il suo governo, lo hanno ben capito e stanno lavorando perché l’attenzione dei partner comunitari e internazionali sia continua, sapiente e lungimirante.

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