Dalla coesione interna alla fattibilità di alcune proposte, il presidente dell’Istituto Affari Internazionali offre una visione d’insieme delle dinamiche che regolano lo svolgimento del summit e delle principali questioni lì affrontate

Il territorio sudafricano ha ospitato da martedì 22 a giovedì 24 agosto il vertice dei Brics, l’organo di cooperazione che include le principali economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. In un contesto internazionale molto delicato, un simile evento ha attirato l’attenzione degli osservatori di tutto il globo, con l’intento di capire come, e se, questo gruppo di Paesi intende agire come un blocco unico in contrapposizione all’Occidente, rappresentato dal formato “rivale”. A commentare la questione per Formiche.net è Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore e presidente dell’Istituto Affari Internazionali.

Il vertice dei Brics che ha avuto luogo in Sudafrica ha attirato una fortissima attenzione, superiore rispetto alla media. A cosa è dovuto questo rinnovato interesse?

C’è molto interesse e molta aspettativa per questo vertice, ed i motivi sono vari. Il primo è proprio la peculiarità del contesto che ha visto l’evidente contrapposizione tra Occidente e resto del mondo sulla questione della guerra in Ucraina; questo è un dato innegabile, ed è palese che a Johannesburg ci si è confrontati anche su questo tema. Il secondo motivo che rende particolarmente interessante questo vertice è l’enorme attenzione da parte Paesi del terzo mondo per l’adesione al gruppo: ben quaranta diversi Stati hanno manifestato il loro interesse, in 23 hanno presentato una candidatura ufficiale e in 6 sono stati invitati ad unirsi al gruppo. L’attrazione esercitata da questa formazione è innegabile, ed è legata a doppio filo con il tema della contrapposizione tra Occidente e Global South.

Com’è vissuto il rapporto con i Brics dal G7? C’è un’ottica di dialogo o di scontro?

Sarebbe drammatico se il G7 si arroccasse su posizioni difensive rifiutando il dialogo con il resto del mondo, anche se è evidente che il gruppo Brics nella sua attuale composizione (ma anche nella sua composizione allargata futura) tende a contrapporsi al G7, essendo “il G7 del resto del mondo”. Il vero problema per i Brics, tanto nella formazione a cinque che nella versione allargata, è la scarsa omogeneità interna, con i Paesi membri hanno sì obiettivi comuni, ma anche divergenze profonde. Basta guardare alla composizione attuale: tre di questi sono democrazie funzionanti, mentre due sono Stati autoritari. E anche le loro posizioni geopolitiche sono diverse, con rapporti bilaterali non sempre eccellenti, come nel caso della rivalità e dell’antagonismo che intercorrono tra India e Cina. Non sarà facile trovare un denominatore comune per cultura politica, assetto di governance interna e interessi geostrategici. Vedremo a quali risultati concreti porterà questo vertice, soprattutto riguardo ad alcune questioni fondamentali, come la guerra in Ucraina o il processo di de-dollarizzazione. Credo dunque che le alte aspettative che si hanno per le conseguenze dirette di questo summit vadano prese e valutate con molta prudenza, proprio per la disomogeneità del gruppo di paesi partecipanti.

Crede che nella formazione attuale a dominare sia la più aggressiva anima sino-russa o quella più moderata rappresentata dagli altri Paesi?

Questo quesito è quello che sottende ai motivi di tanta curiosità verso questo vertice. Non c’è dubbio che la Cina di Xi aspiri ad assumere la leadership del movimento complessivo di quello che oggi si identifica, in maniera molto vaga, come Sud Globale. La Russia ovviamente non ha né i mezzi né la situazione interna per poter gestire un’operazione di questo tipo, ma è molto vicina alle aspirazioni cinesi, ed ha un forte bisogno della Cina come partner strategico in questa particolare congiuntura. Se questo disegno si concretizzerà o meno lo vedremo prossimamente.

Al termine dei lavori, i paesi membri hanno invitato formalmente ad unirsi alla formazione dei Brics altri sei paesi: Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Come mai proprio sono stati scelti proprio questi?

Nella scelta dei nuovi paesi membri, che entreranno ufficialmente nella formazione a partire dal gennaio del 2024, vi è stata un’accurata riflessione atta a garantire una rappresentazione geografica delle aree e dei continenti “esterni” al mondo occidentale, ovvero Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. Ma anche una trasversalità geopolitica: se da una parte abbiamo l’iran, con le sue forti posizioni anti-occidentali e la sua vicinanza al blocco sino-russo, dall’altra abbiamo paesi come l’Arabia Saudita, l’Argentina, l’Egitto e gli Emirati Arabi che sono molto più vicini ai paesi occidentali. Vari stati, quindi, con differenti posizioni geografiche, culture politiche e sensibilità geostrategiche. E l’allargamento non si esaurisce certo qui. Ci sono altre candidature valide che verranno esaminate in futuro. Questo processo è ancora lontano dal vedere il suo termine.

Un’ultima battuta sulla “dedollarizzazione”, è uno slogan o un progetto concreto?

La considero come un’utopia, su cui alcuni paesi sono molto lanciati e altri sono più prudenti, vedasi il Brasile di Lula e il Sudafrica di Ramaphosa. Anche chi ha lanciato lo slogan non ha fatto proposte concrete su quale moneta potrebbe sostituire il dollaro come valuta principale per le transazioni internazionali. Ad oggi, le due valute principali sul piano globale rimangono il dollaro e l’euro. Lo yen cinese ci si sta avvicinando, ma non è ancora al pari delle altre due. Una spinta cinese (sostenuta dai Brics) per diffondere ulteriormente lo Yen come valuta globale è più verosimile. Ma creare una moneta ex-novo è inimmaginabile.

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