Il consigliere della Casa Bianca per l’energia e gli investimenti vede nel nuovo corridoio economico India-Medio Oriente-Europa due dimensioni: un modo per distribuire energia pulita e finanziamenti, e un modello alternativo alla Via della Seta cinese

Il maxi-piano infrastrutturale presentato al G20 di Nuova Delhi può ridisegnare lo sviluppo sostenibile e gli equilibri geopolitici al contempo. Questo il pensiero di Amos Hochstein, consigliere senior del Presidente statunitense Joe Biden per l’energia e gli investimenti, che ha affidato a NatSec Daily una serie di riflessioni sul nuovo progetto per il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (abbreviato in Imec) – dove Italia e Stati Uniti sono fondatori e partner.

Hochstein parte dal lato pratico. Il progetto Imec è stato proposto come un un corridoio economico indo-mediterraneo, collegando il subcontinente indiano al suolo europeo attraverso i Paesi mediorientali. Nel concreto, una rete di nuove ferrovie, porti e cavi sottomarini che faciliti l’interscambio economico (e dunque le relazioni politiche) tra i Paesi lungo questa direttrice.

Tra i vantaggi che racchiude la promessa di Imec c’è il potenziale di far incontrare la domanda europea di energia pulita con le ricchissime offerte del Medio Oriente in termini di sole, vento e terra, che rendono il territorio un’area naturale per la produzione di energia rinnovabile e idrogeno verde a basso costo – nonché il luogo ideale in cui investire per realizzare le infrastrutture.

Questa la considerazione del consigliere della Casa Bianca, che crede che i Paesi mediorientali possano diventare “parte dei fornitori di energia pulita del mondo”. Da una parte c’è l’Ue, che non ha “molta capacità di produrre la quantità di energia che dovrebbe consumare”. Dall’altra, gli investimenti nel corridoio renderebbero i percorsi commerciali “più efficienti, più veloci e più puliti”.

Il linguaggio di Imec sono i progetti tecnici, ma la visione che lo sottende è geopolitica, scrive NatSec Daily, che ha pressato Hochstein su una domanda cruciale: se il corridoio rappresenti una contropartita rispetto alla Via della Seta cinese, il gigantesco progetto di infrastrutture e investimenti che nell’ultimo decennio ha esteso la portata di Pechino in decine di Paesi emergenti.

È proprio il Sud globale l’area di interesse del Partenariato per le infrastrutture e gli investimenti globali del G7, nel cui alveo si colloca l’Imec e che è ampiamente percepito come la risposta occidentale alla charm offensive cinese. La risposta di Hochstein, pur non esplicitando il parallelismo, non lascia spazio a dubbi: “riteniamo di portare un modello diverso e un’offerta diversa, che non richiede ai Paesi di indebitarsi e che aderisce agli standard più elevati”.

Per capire l’intenzione degli Usa basta rifarsi al memorandum trilaterale che hanno firmato mesi fa con la Repubblica democratica del Congo e lo Zambia. Il documento ha fornito le basi per il piano statunitense, evidenziato anche al G20 di Nuova Delhi, che mira al rilancio sostenibile del settore minerario dei due Paesi africani. Questo esemplifica “l’offerta alternativa che gli Usa mettono sul tavolo insieme ai nostri partner”, ha puntualizzato il consigliere di Biden.

A leggere tra le righe emerge il progetto secondo Washington (affatto dissimile dall’idea di Piano Mattei tratteggiata da Roma): offrire ai Paesi emergenti fonti di investimento occidentali più sicuri e non approfittatori, come si sono rivelati essere diversi investimenti lungo la Via della Seta. L’amministrazione Biden “non lo dirà esplicitamente”, ha scritto NatSec Daily, ma tant’è: l’approccio al Sud globale si declina offrendo un’alternativa migliore. Estendendo il ragionamento, gli Usa vedono in Imec (anche) un’alternativa alla Via della Seta.

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