I regimi golpisti di Mali, Niger e Burkina Faso si uniscono in un’alleanza militare atta a difendersi reciprocamente da interferenze esterne. Solidificando così la presa dei regimi militari su questi tre paesi, cosa gradita a Mosca ma non al mondo occidentale

Un documento di 17 punti, siglato in data 18 settembre a Bamako, sancisce la nascita di un nuovo accordo di mutua difesa nel continente africano. A farne parte sono Mali, Niger e Burkina Faso, tre stati attualmente retti da giunte militari, che si sono promessi il reciproco supporto nella lotta contro il terrorismo, nella soppressione di rivolte armate e nel contrasto alla criminalità organizzata. Nel documento, denominato carta del Liptako-Gourma (la regione in cui i tre stati condividono reciprocamente i confini), si legge che l’Alleanza degli Stati del Sahel (questo il nome della neonata organizzazione militare) si impegnano a “considerare un‘aggressione contro le altre parti qualsiasi attacco alla sovranità e all’integrità territoriale di una o più parti contraenti”. Tra i punti della carta è incluso anche l’impegno delle parti in un trattato di non-aggressione multilaterale.

La notizia non arriva ex abrupto. La firma di questo documento rappresenta soltanto la concretizzazione della narrativa di sostegno reciproco adottata nelle scorse settimane dai tre paesi, e fornisce le fondamenta legali per un sostegno militare come quello che i regimi di Bamako e Ouagadougou avevano promesso a Niamey immediatamente dopo il colpo di stato che aveva portato al potere anche in Niger una giunta militare, mentre si ventilava l’ipotesi di un intervento armato sotto l’egida dell’Ecowas (La Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest), organizzazione di cui fanno parte tutti e tre i paesi in questione.

Il documento contiene anche dei punti che disciplinano l’allargamento dell’organizzazione. Secondo l’articolo 11, “qualsiasi altro Stato che condivida le stesse realtà geografiche, politiche e socio-culturali” potrà fare domanda di adesione all’Aes.

L’obiettivo della Carta è quello di “istituire un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni” ha dichiarato su X il capo della giunta militare maliana, il colonnello Assimi Goita. A cui è seguita la dichiarazione della sua controparte burkinabé, Ibrahim Traorè, secondo il quale “la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel segna una tappa decisiva nella cooperazione tra Burkina Faso, Mali e Niger. Per la sovranità e lo sviluppo dei nostri popoli, guideremo la lotta contro il terrorismo nel nostro spazio comune, fino alla vittoria”.

Non è la prima volta che i tre paesi firmatari si ritrovano coinvolti all’interno di un quadro di cooperazione militare. Insieme a Mauritania e Ciad, essi andavano infatti a comporre il G5 Sahel, il framework sponsorizzato dalla Francia per coordinare le operazioni di contrasto alle attività dello Stato Islamico e di Al Qaeda nella regione. Tuttavia, la graduale fuoriuscita di Parigi dalla regione in seguito all’avvicendarsi dei colpi di stato che hanno interessato i paesi della regione ha de facto portato alla fine dell’esistenza del G5 Sahel.

Secondo alcuni osservatori, dietro alla neonata alleanza si può intravedere estendersi l’ombra di Mosca, che gode di particolari buoni rapporti con le giunte golpiste di Mali, Niger e Burkina Faso. Nel mese di agosto il presidente russo Vladimir Putin avrebbe avuto due colloqui telefonici con il leader della giunta maliana, entrambi incentrati sulle questioni securitarie nel Sahel. La palese ostilità di questi governi nei confronti dell’Occidente e il parallelo supporto (militare e non solo) di Mosca permettono alla Russia di godere in un accesso esclusivo alle risorse locali, privandone al contempo gli avversari euroatlantici. E la nascita di un’alleanza difensiva come l’Aes rappresenta un modo perfetto per cristallizzare la situazione sul campo, prevenendo ulteriori sviluppi ritenuti scomodi dal Cremlino.

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