Il Pentagono lancia un ambizioso progetto per costituire un complesso sistema di droni capace di fronteggiare la minaccia militare di Pechino nell’area indo-pacifica. Ma, nonostante i precedenti incoraggianti, permangono alcuni dubbi

In un’intervista rilasciata martedì 5 settembre, il vicesegretario della Difesa di Washington Kathleen Hicks ha dichiarato che gli Stati Uniti non siano in guerra, e non stiano cercando di essere in guerra, ma che allo stesso tempo debbano essere in grado di reagire ai veloci progressi militari registrati dalla Repubblica Popolare Cinese. Queste parole sono state un piccolo anticipo di quanto la stessa Hicks avrebbe detto il giorno dopo.

In un discorso tenuto il 6 settembre ad Arlington, il vicesegretario della Difesa ha infatti annunciato l’intenzione del Pentagono di istituire, entro un lasso di tempo che oscilla tra i 18 e i 24 mesi, una grande rete composta da migliaia di droni terrestri, marittimi e aerei guidati dall’intelligenza artificiale, ciascuno dei quali completamente autonomo dagli altri ma in grado di scambiare informazioni con essi tramite un cervello centralizzato, vero fulcro dell’intero sistema. Nel segno dell’oramai poco futuristico concetto di swarming. All’interno della rete saranno presenti sia sistemi armati capaci di ingaggiare il bersaglio, ovviamente sempre previa conferma definitiva da parte di un essere umano, sia elementi dotati esclusivamente di capacità Isr (Intelligence, Surveillance, Recognition).

“Immaginate sistemi semoventi galleggianti o volanti, alimentati dal sole e da altre risorse virtualmente illimitate, pieni di sensori in abbondanza, sufficienti a fornirci nuove e affidabili fonti di informazioni in tempo quasi reale. Flotte di sistemi terrestri che forniscono un nuovo supporto logistico, effettuano ricognizioni per tenere al sicuro le truppe o proteggono le infrastrutture del Dipartimento della Difesa. Costellazioni di sistemi in orbita, lanciati nello spazio a decine alla volta, in numero tale da rendere impossibile neutralizzarli tutti. Stormi di sistemi che volano a ogni tipo di altitudine e svolgono una serie di missioni, sulla base di quanto visto in Ucraina. Potrebbero essere dispiegati da aerei più grandi, lanciati da truppe di terra o di mare, o decollare da soli”, sono le parole usate da Hicks per descrivere lo scenario che si mira a realizzare.

Quest’iniziativa, denominata “Replicator”, non è il primo esperimento del genere che vede coinvolto il Pentagono. Washington sta infatti già collaborando con Tel Aviv, Riad e altri partner mediorientali agli sforzi della Task Force 59, un gruppo di lavoro della Us Navy che mira a costituire una rete centralizzata di droni e sensori atta a monitorare le attività militari iraniane nella regione che va dal golfo persico alla Siria. Ma le dimensioni di Replicator saranno esponenzialmente maggiori, anche in ragione dell’enorme area geografica che il progetto dovrà andare a coprire, e del bisogno di essere resiliente a eventuali tentativi di eliminazione fisica da parte di (poco) ipotetici avversari. Arrivando addirittura a poter mettere alla prova il complesso sistema “Anti-Acces/Area-Denial” istitutito da Pechino nelle acque limitrofe ai suoi territori. Tutti motivi per cui i singoli pezzi del puzzle dovranno essere, oltre che “smart”, anche “small and cheap”, come ha sottolineato Hicks.

Primo motore (im)mobile di questa operazione è stata la volontà di contrastare la superiorità numerica cinese nel teatro indo-pacifico. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione conta infatti un numero di vascelli superiore a quello della Us Navy (la quale però continua a detenere, almeno per ora, un vantaggio tecnologico notevole), e negli ultimi anni i suoi investimenti nella dimensione dell’Intelligenza Artificiale stanno crescendo sempre di più, soprattutto nella realizzazione di capacità di swarming.

Tuttavia, permangono ancora alcuni dubbi. Come la possibilità di integrare effettivamente i componenti di “Replicator” nel pre-esistente apparato militare statunitense. E anche sull’aspetto economico della questione. A dar voce a quest’ultimo genere di perplessità è stato Kevin Decker, chief executive di una delle società produttrici dei sistemi impiegati dalla Task Force 59, che considera il budget di “centinaia di milioni di dollari” preventivato dalla Hicks capace di “fornire soltanto centinaia del numero complessivo di droni oceanici di cui abbiamo bisogno per stabilire una vera deterrenza nei confronti della Cina e di altri avversari”.

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