Von der Leyen ha annunciato l’avvio di un’indagine sull’“inondazione” di veicoli elettrici cinesi a basso costo che minacciano di “distorcere” il mercato europeo. Una presa di posizione netta che risponde alle preoccupazioni degli automaker europei – e segna un passo geopolitico verso il de-risking (con forte valenza per le europee del 2024)

“La Commissione sta avviando un’indagine anti-sovvenzioni nel settore elettrico dei veicoli provenienti dalla Cina. I mercati globali sono inondati di auto elettriche cinesi più economiche, a prezzi mantenuti artificialmente bassi da ingenti sussidi statali. Questo distorce il nostro mercato. E poiché non lo accettiamo dall’interno, non lo accettiamo [nemmeno] dall’esterno”. Con queste parole, pronunciate durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione europea, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha segnato una svolta netta nel rapporto tra Bruxelles e Pechino – tanto sul lato economico quanto su quello geopolitico.

PARTE L’ATTACCO AL DUMPING CINESE

Il primo versante è quello più evidente: nelle ore successive all’annuncio i titoli dei principali automaker cinesi votati all’elettrico (tra cui BYD, Xpeng e Great Wall Motor) hanno perso quota. Questo perché il mercato europeo per le auto elettriche è il più grande dopo quello cinese, ed è anche l’obiettivo dichiarato delle mire dei costruttori cinesi. Il Financial Times rileva che negli ultimi due anni la quota di auto cinesi in Ue è cresciuta dall’1% al 2,8%, e nel segmento dell’elettrico la cifra sale all’8%; come scrivevamo su queste colonne, nel 2025 quel numero potrebbe avvicinarsi al 20%.

Il punto, come dicono da mesi diversi automaker europei e come ha voluto sottolineare von der Leyen, è che questo boom di marchi cinesi è stato alimentato, artificialmente, dalle generosissime sovvenzioni statali che Pechino elargisce alle industrie che considera strategiche. Questo vale sia per le auto elettriche che per le batterie, la componente più cruciale e costosa al loro interno, prodotte sottocosto in virtù della presa ferrea della Cina sul comparto e sulle catene di approvvigionamento dei materiali necessari oltre alla manodopera e ai costi energetici inferiori.

Il forte sostegno statale lungo l’intero processo produttivo la permesso alla Cina di centralizzare la produzione e abbattere i prezzi. Risultato: i costruttori cinesi possono vendere a prezzi molto inferiori, distorcere il mercato e mandare a gambe all’aria i concorrenti, specie quelli europei. E l’Ue è “aperta alla concorrenza, non a una corsa al ribasso”, ha detto von der Leyen, evidenziando la necessità di “difenderci dalle pratiche sleali”. Anche perché le aziende europee non giocano certo alla pari nemmeno nel mercato cinese, sia sul fronte dell’accesso che su quello dei sussidi: la mossa, in cantiere da mesi, risponde anche alle preoccupazioni espresse a più riprese dai maggiori costruttori di auto europei e supportate dai rispettivi Stati.

È GEOPOLITICA (INDUSTRIALE)

Sul versante geopolitico, la mossa di von der Leyen può essere vista come una delle prime incarnazioni della nuova dottrina di sicurezza economica europea che ha presentato lo scorso giugno. Questo approccio fa del de-risking un principio cardine, in allineamento con gli alleati del G7, ed estende le considerazioni politiche nel campo economico. In sostanza, si va dal prendere atto delle posizioni iper-nazionalista cinese in materia di commercio a preparare delle contromisure per difendere l’interesse (trans-)nazionale in Europa. L’Ue deve  “fare un passo avanti” in materia di sicurezza economica, ha dichiarato von der Leyen con riferimento alle nuove restrizioni cinesi sulle esportazioni dei metalli critici gallio e germanio.

Infine, il discorso sullo Stato dell’Ue è stato l’ultimo di questa legislatura. Il tramonto avverrà con le elezioni europee del 2024, ma von der Leyen, che è in aria di ri-candidatura, ha ripercorso i progressi della sua Commissione e usato la piattaforma per ancorarla al futuro. Tra le altre misure annunciate ci sono quelle per migliorare l’accesso ai finanziamenti e le aste per l’industria eolica (sempre in chiave anti-dumping cinese) e la richiesta a Mario Draghi di preparare un rapporto sulla concorrenza europea.

UN GREEN DEAL PRO-INDUSTRIA?

Forse il passaggio-chiave del discorso della presidente della Commissione Ue è stata la promessa di avviare un dialogo con l’industria per snellire la legislazione verde – all’indomani delle dimissioni del padre del Green Deal europeo, Frans Timmermans, che si è attirato critiche da ambienti industriali e conservatori (anche italiani) per la sua verve ambientalista, e della sua sostituzione con il più cauto Maros Sefcovic, che si è subito dimostrato attento all’impatto della transizione sui posti di lavoro e sulla crescita europea.

In pratica, quella di von der Leyen è una promessa velata di rendere la transizione meno ostica per le industrie dopo una stagione di nuovi limiti e restrizioni. E sempre attraverso l’ottica delle europee si può leggere una delle prime risposte dall’Italia, quella del ministro ai Trasporti Matteo Salvini, che in un post sui social ha polemizzato con von der Leyen per essersi mossa in ritardo rispetto alla minaccia cinese per il mercato europeo: alla Commissione, si è chiesto, sono “distratti, incompetenti o complici?”.

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