Bruxelles e Stati Uniti stanno pianificando nuove tariffe sull’acciaio per lasciarsi alle spalle gli screzi dell’era Trump. Mirando a pratiche non di mercato, sovrapproduzione e standard ambientali, la misura dovrebbe colpire Paesi come la Cina. È parte del mosaico che comprende temi come carbon tax e minerali critici, su cui si lavora per convergere

Unione europea e Stati Uniti starebbero lavorando a un accordo per introdurre nuovi dazi sull’acciaio. La notizia, data da Bloomberg, rievoca gli anni di doloroso conflitto commerciale innescati dalla presidenza protezionista di Donald Trump. Ma la misura va in direzione opposta e intende chiudere definitivamente quel capitolo con un’intesa in chiave green sulla tassazione dell’acciaio prodotto in eccesso – che andrebbe inevitabilmente a colpire chi inonda il mercato, Cina in primis.

I nuovi dazi Ue-Usa si concentrerebbero principalmente sulle importazioni cinesi appunto perché sono sorrette da dinamiche che non rispecchiano i principi del libero mercato, anzi. I dettagli non sono ancora definiti: “La portata delle misure, compresi altri Paesi che potrebbero essere presi di mira e il livello delle tariffe, sono ancora in fase di discussione”. Però si prevede che l’accordo fornisca un quadro di riferimento per l’adesione di altre nazioni in futuro, specifica Bloomberg.

Questa è la vera valenza dell’intesa. Da una parte serve raggiungere un accordo bilaterale prima del 31 ottobre, data della riattivazione teorica delle tariffe dell’era Trump – congelate da ambo i lati nel 2021, poco dopo l’elezione di Joe Biden. Dall’altra, Ue e Usa vogliono andare oltre la semplice “pezza” e rispondere in maniera molto più olistica alla questione, che chiama in causa lo sviluppo sostenibile e la spinta verso la decarbonizzazione, posando i binari che rendano queste considerazioni elementi strutturanti nella relazione commerciale.

In altre parole, è possibile che l’accordo finalizzi il Global Arrangement on Sustainable Steel and Aluminum, detto anche Gassa o Gsa, che abbiamo già esplorato su queste colonne. Sostanzialmente è la risposta statunitense alla carbon border tax europea (Cbam) che è pensata per tassare i beni extra-Ue prodotti con standard ambientali più morbidi. L’approccio Gassa è più hands-off: l’idea è creare un club di Paesi produttori che si impongono determinati limiti di sostenibilità e impongono tariffe, tarate su questi limiti, alle emissioni generate dalla produzione di acciaio e alluminio.

Caratteristica del sistema Gassa è che i dazi sarebbero più alti per chi non fa parte del club e vuole commerciare con i suoi membri. Per entrare a farne parte, basta che un Paese diventi più sostenibile, imponendo limiti più stringenti alle emissioni. Di contro, chi rifiuta gli standard non potrà più vendere acciaio più economico perché più inquinante. Qui entra in campo la Cina, che quest’anno ha aumentato le esportazioni a causa della debolezza della domanda interna e del deprezzamento dello yuan: secondo i dati Ocse è lei il più grande produttore al mondo, fonte di oltre metà della produzione globale di acciaio grezzo.

Tre piccioni con una fava: insomma, l’accordo Ue-Usa dovrebbe archiviare la diatriba transatlantica, creare le basi per un sistema globale che incentivi l’adozione di standard ambientali stringenti, e portare avanti il de-risking dalla Cina su cui si sono accordati i membri del G7. In linea teorica, perché – come conferma Bloomberg – è probabile che l’intesa sarà parziale o temporanea, mentre Bruxelles e Washington lavorano per far convergere tutte le sfaccettature delle rispettive politiche climatiche. Per esempio, non è ancora chiaro in che modo far coesistere Gassa e Cbam.

Ad ogni modo, il senso di marcia è evidente. L’impostazione dell’accordo sull’acciaio richiama da vicino le intenzioni transatlantiche di stringere un accordo sui materiali critici, sulla falsariga di quello tra Usa e Giappone, per rimuovere le barriere al commercio di auto elettriche (e le loro componenti) e chiudere anche la diatriba sull’INflation reduction Act. La chiave? Collaborare sulle catene di valore per renderle meno dipendenti da Pechino. La quale, a sua volta, ha già dimostrato di non farsi scrupoli a usare il suo controllo sulle esportazioni di materiali come leva geopolitica.

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