Gli Stati Uniti decidono di deviare aiuti per la sicurezza dall’Egitto a Taiwan perché Taipei è una priorità strategica maggiore del Cairo e perché l’isola asiatica è l’esempio di una democrazia che lotta contro la pressione di un autoritarismo (la Cina). Mentre la presidenza Sisi ha reso il Paese nordafricano una democrazia solo di facciata

L’amministrazione Biden ha informato il Congresso della sua decisione di trattenere 85 milioni di dollari destinati all’assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti in Egitto quest’anno, scegliendo invece di destinare la maggior parte di questi fondi a Taiwan. È un cambiamento che riflette diverse priorità e interessi di politica estera statunitensi.

Spostamento controverso dei fondi

La decisione di reindirizzare 55 milioni di dollari dall’Egitto per “rafforzare le capacità di difesa di Taiwan” segna il secondo caso nelle ultime settimane in cui l’amministrazione ha autorizzato fondi per Taiwan nell’ambito del programma Foreign Military Financing, normalmente riservato agli stati/nazione. È una forma di riconoscimento statuale indiretto molto importante per Taipei, e ricorda quanto Washington in questa fase tenga in considerazione i destini dell’isola auto-governata che Pechino rivendica come parte del suo territorio – e su questo fondamento costruisce le relazioni diplomatiche con i vari Paesi, e in base allo stesso lavora per escluderla dai consessi multilaterali.

La crescente importanza di Taiwan

Alla fine dello scorso agosto, il dipartimento di Stato ha notificato al Congresso l’intenzione di fornire a Taiwan 80 milioni di dollari sotto forma di aiuti piuttosto che di vendite di attrezzature militari. Questa decisione ha immediatamente attirato le accuse della Cina di aver violato il riconoscimento statunitense della politica “One China” e di aver messo in discussione le rivendicazioni di sovranità di Pechino sull’isola autogovernata. Anche gli Stati Uniti hanno sottoscritto la politica sull’unica Cina – la Repubblica popolare cinese, che rivendica il controllo sulla Repubblica di Cina, Taiwan – e sulla base di essa costruito i rapporti diplomatici con Pechino. Nel corso degli anni tuttavia Washington ha sempre mantenuto la cosiddetta “ambiguità strategica”, non ammettendo mai direttamente di poter difendere Taipei in caso di aggressione cinese, ma lasciandolo intendere. Su questa ambiguità negli ultimi anni si sta alzando un po’ il velo.

Critiche da parte dei principali senatori

Il senatore Roger Wicker del Mississippi, il più importante repubblicano della Commissione Servizi Armati del Senato, ha criticato i fondi riprogrammati in quanto “insufficienti per le esigenze di autodifesa di Taiwan” contro l’incombente minaccia cinese. Ha inoltre condannato l’amministrazione per aver dirottato i fondi da “un altro partner per la sicurezza”, sostenendo che l’Egitto era stato ricettivo alle preoccupazioni dell’amministrazione in materia di diritti umani. Capitol Hill è già terreno di scontro politico in vista di Usa2024, e certe dichiarazioni sono anche frutto di questo. Tuttavia i repubblicani vogliono comunicare che mentre ritengono doverose sostenere Taiwan, una democrazia contro la pressione autocratica cinese, serve anche non scontentare Abdel Fattah al Sisi, uomo forte egiziano, presidente/generale su cui i democratici hanno da tempo avanzato riserve in materia di rispetto dei principi e dei valori che con Joe Biden sono diventati vettore di politica internazionale.

La complessa relazione tra Stati Uniti ed Egitto

Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato l’Egitto un partner cruciale per la sicurezza del Medio Oriente e la stabilità regionale. Tuttavia, la stabilità democratica dell’Egitto è stata costantemente minacciata, sostituita da un duro governo militare prima e poi dalla forte presa sul potere presidenziale. Il colpo di Stato del 2013 che ha spodestato l’ultimo presidente eletto, Mohamed Morsi, sostenuto dall’allora amministrazione Obama dopo la Primavera araba, è stato guidato da al Sisi, che attualmente ricopre la carica di presidente dopo essere uscito vittorioso da un voto non limpidi e governando col pugno duro contro gli oppositori.

Pressione del Congresso sui diritti umani

L’anno scorso, il Congresso ha anche ordinato all’amministrazione di trattenere 320 milioni di dollari degli 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari annuali forniti all’Egitto, a meno che non vi fossero miglioramenti significativi in materia di diritti umani. Wicker a questo si riferisce: secondo le sue osservazioni, quei cambiamenti ci sono stati. Va anche detto che il dipartimento di Stato nel 2022 ha comunque approvato un pacchetto di vendite di armi al Cairo per 2,5 miliardi di dollari. E dunque la questione degli 80 milioni di aiuti deviati su Taiwan è più simbolica che sostanziale, ma non per questo meno significativa.

Preoccupazioni per la situazione dei diritti umani in Egitto

Undici senatori democratici, guidati da Chris Murphy del Connecticut, hanno scritto al segretario di Stato Antony Blinken alla fine di luglio, sollecitando il ritiro definitivo di quei 320 milioni di dollari, citando il deterioramento dei diritti umani in Egitto. Sono citate (e documentante chiaramente) accuse di esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture, dure condizioni carcerarie e gravi restrizioni alla libertà di espressione, di riunione e di associazione. Aspetti noti nel mondo di al Sisi. In un discorso al Senato, Murphy, che presiede la Sottocommissione per le Relazioni Estere del Senato sul Vicino Oriente, ha sottolineato che se da un lato l’Egitto ha rilasciato oltre 1.600 prigionieri politici dall’inizio del 2022, dall’altro ne ha incarcerati altri 5.000. E quindi non soddisfa i criteri di “chiari e coerenti progressi” nel rilascio dei prigionieri politici richiesti dalla legge.

Aiutare la democratica Taiwan

All’interno di questo quadro, l’assistenza a Taiwan diventa un doppio messaggio che viaggia lungo il macro-tema “Democrazie contro Autoritarismi”. Da una parte parla al Cairo, dimostrando che un’ordinata gestione del potere democratico paga anche su parte delle decisioni operative americane: l’input può servire adesso a maggior ragione, dato che il Paese andrà la voto nel 2024 (o forse anche già a dicembre 2023).

Dall’altra a Pechino, sempre nella stessa ottica, dimostra che Washington non molla sulla volontà di essere guida del fronte democratico che mantiene l’ordine mondiale, contro cui la Repubblica popolare pone le sue iniziative e il proprio modello. Poi c’è un messaggio contemporaneo, diretto alle cooperazioni sino-egiziane. Il Cairo si sta dando da fare negli incontri preliminari al Belt & Road Forum, e questo non piace troppo a Washington (con al Sisi, le relazioni tra Egitto e Cina sono notevolmente implementate).

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