Abbandonare l’Ucraina, aggredita da un nemico, “non sarebbe un segnale di leadership forte e certa”, spiega il docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Bisogna confidare nella forza della democrazia e continuare a lavorare contro la disinformazione, contro gli slogan facili, contro le sparate populistiche che continuamente arrivano”

Robert Fico non è l’unico elemento di dibattito interno all’Ue e alla guerra in Ucraina, perché, come osserva a Formiche.net il prof. Vittorio Emanuele Parsi la propaganda russa esiste da prima delle elezioni slovacche e si salda a movimenti qualunquisti, ancora prima che sovranisti o populisti. Il politologo, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, mette l’accento sul segnale di fatica che emerge: “Non si può abbandonare una democrazia aggredita da un nemico, come l’Ucraina: non sarebbe un segnale di leadership forte e certe”.

Cosa cambia nella politica estera della Slovacchia dopo la vittoria di Fico e, per riflesso, nel puzzle europeo che guarda all’Ucraina come fondamentale strategia anche per i suoi equilibri futuri?

Da un lato vedo un elemento di maggiore preoccupazione e di consapevolezza della capacità di saldatura della propaganda russa con le agende dei movimenti qualunquisti, ancor prima che sovranisti o populisti. Questa è la loro vera cifra, al di là che possano essere di destra o di sinistra. Dall’altra parte però in termini concreti penso che sia difficile che la Slovacchia possa mettere i bastoni tra le ruote all’Ue. Certo questo risultato darà fiato a certa propaganda, come sto osservando su alcuni media italiani e russi, dove sono già iniziati i cori da stadio sull’isolamento di Zelensky e la necessità di arrendersi alla Russia. Credo che però le leadership dei grandi Paesi europei terranno, altre saranno tentate di mostrare la corda rispetto a certe possibilità. Comunque c’è un segnale di fatica.

Siamo entrati nella campagna elettorale per il voto europeo: soprattutto a est dell’Ue c’è la netta capacità russa di penetrare e incidere sui risultati nazionali?

Penso di sì perché se c’è una costante nelle elezioni in questi ultimi anni è che i Governi in carica tendenzialmente le perdono e le opposizioni tendenzialmente le vincono. Il motivo? È molto più facile fare chiacchiere che non fare fatti. In questo momento esiste un tentativo di aggregazione di questi movimenti qualunquisti e nel quadro italiano la vittoria di Fico in Slovacchia è un problema per me e non un’opportunità, perché la rende più fragile rispetto al richiamo della foresta.

Slovacchia e guerra in Ucraina hanno un collegamento. Ma andando più a ovest crede che l’esclusione di nuovi finanziamenti all’Ucraina nell’accordo per la manovra americana indichi un punto di svolta vero nell’assistenza verso Kyiv?

Io penso che non sia un punto di svolta, perché l’accordo è meramente tecnico e non vogliono mettere in difficoltà l’amministrazione Biden, nonostante le posizioni di una parte dei repubblicani secondo cui la priorità sia ‘prima agli americani’. Prevedo una difficoltà per gli Stati Uniti, a meno che non vinca Donald Trump e anche in quel caso sarebbe da vedere come potrebbe essere in grado di mollare l’Ucraina al suo destino dopo tutto quello che l’Ucraina rappresenta per l’Occidente globale. E poi ci sono anche le preoccupazioni di Paesi come il Giappone.

Ovvero?

Tokyo teme che questo possa capitare quindi farà pressione sugli Stati Uniti. Non si può abbandonare una democrazia aggredita da un nemico, come l’Ucraina: non sarebbe un segnale di leadership forte e certe.

Il ministro deli Esteri Antonio Tajani a Kyiv, ricevendo l’onorificenza ucraina, ha dato il via all’ottavo pacchetto di aiuti: quindi da questo punto di vista il governo italiano è costante e solido. Quali possono essere i problemi nel resto d’Europa?

I Paesi critici sono quelli del centro-est europeo, mentre quelli del nord non mi sembra che abbiano atteggiamenti ostili. Andranno pesate le evoluzioni in Germania, dove AfD è in crescita, ancor più che Marine Le Pen in Francia. Penso che a Parigi il vero pericolo potrebbe essere la saldatura tra il qualunquismo di Le Pen e il qualunquismo di Jean-Luc Mélenchon.

I tentennamenti del Congresso, le tappe di avvicinamento alle elezioni americane, le primarie repubblicane e le elezioni europee rischiano di farci ascoltare più proposte sloganistiche e meno indirizzi programmatici?

Questo rischio c’è, anche perché non dimentichiamoci che la guerra ha aggiunto un problema, ma non ha risolto gli altri. Per cui la deriva populista e qualunquista delle democrazie contemporanee la conosciamo. Sappiamo che la rete gioca un ruolo decisivo, e ci sono personaggi che ogni volta scavalcano i recinti in termini inquietanti. C’è inquietudine perché se Mark Zuckerberg ci dava qualche preoccupazione quando aveva Twitter, oggi a preoccupare è Elon Musk.

Come uscirne?

Penso che bisogna confidare nella forza della democrazia e continuare a lavorare contro la disinformazione, contro gli slogan facili, contro le sparate populistiche che continuamente arrivano. Non è facile quando nei governi c’è più di un partito che ha poca tradizione.

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