Il presidente ucraino mette in guardia dalle tensioni alimentate da Mosca. Intanto gli Usa pubblicano un report sulle influenze maligne nei Balcani. Nel mirino due politici e dodici società

Allarme Balcani: l’Ucraina ha la prova delle intenzioni della Russia di iniziare una guerra tra i Paesi dell’ex Jugoslavia, situazione su cui le avvisaglie nei mesi scorsi non sono mancate, come dimostrano le nuove tensioni fra Serbia e Kosovo. Volodymyr Zelensky aggiunge che dietro l’attacco di Hamas del 7 ottobre, ci sono la Russia e il suo alleato storico, l’Iran.

L’allarme

“Prestate attenzione ai Balcani. La Russia ha un piano a lungo termine. Prima abbiamo avuto il Medio Oriente, la seconda distrazione saranno i Balcani”, ha detto Zelensky. “Se i nostri partner non fanno nulla adesso, ci sarà una nuova esplosione e sarà una nuova storia. Le loro relazioni con i Paesi balcanici sono in crisi da molto tempo. Ecco perché la Russia investirà affinché un paese balcanico sia in guerra con un altro”. Il presidente ucraino ha inoltre citato la Moldova, dove ha detto che i russi stanno “cominciando a fomentare la situazione” e sono interessati a “rovesciare” l’attuale governo filoeuropeo.

Come è noto, dopo lo scontro armato nel nord del Kosovo alla fine di settembre, i leader politici di Belgrado e Pristina non sono riusciti a ricomporre le frizioni, anche se vi sono stati molti tentativi e altrettante promesse da entrambe le parti. Tre settimane fa, a margine del Consiglio europeo, Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Charles Michel incontrarono il Presidente della Repubblica di Serbia, Aleksandar Vucic, e il primo ministro della Repubblica del Kosovo, Albin Kurti. Obiettivo favorire il dialogo tra Serbia e Kosovo.

La scelta Usa

Nuove sanzioni per contrastare la corruzione e l’influenza maligna russa nei Balcani occidentali sono state annunciate dal dipartimento di Stato. Colpiti due individui e 12 società nei Balcani occidentali. Il primo dei soggetti sanzionati è Misa Vacic, una politica serba che attualmente ricopre la carica di presidente del partito politico della destra serba. Si era definita “osservatore internazionale” in occasione del finto referendum russo nelle regioni dell’Ucraina occupate dalla Russia nel settembre 2022. Ha sostenuto la presunta annessione di queste regioni da parte della Russia.

Il secondo è l’ex ministro Nenad Popovic che ha fondato il Partito popolare serbo nel 2014: è alla guida di numerose società e partecipazioni in Serbia e Russia. Le società a lui connesse: Dominion Tverskaya Yaroslavskaya Llc, Dominion Nikolski Llc e Asset Automation Llc, società immobiliari con sede in Russia; Jsc Abs Zeim Automation, Asset Electro Llc, Vniir Promelektro Llc, Abs Elettrotekhnika Llc, Vniir Gidroelektroavtomatika Jsc, Jsc Vniir Progresso, Mosen Esset Menedzhment Llc.

Il ruolo del Mar Nero

Per Kyiv, l’occasione per toccare il tema è stata l’Assemblea parlamentare della Cooperazione economica del Mar Nero, quel Pabsec che comprende Albania, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Georgia, Grecia, Moldavia, Macedonia del Nord, Romania, Russia, Serbia, Turchia e appunto Ucraina. Si tratta di un desco in cui si riflette su come quel mare possa avere nuove prospettive. E Zelensky le offre ai suoi commensali su un piatto d’argento quando dice che la Russia non è più in grado di utilizzarlo come proprio avamposto proprio perché l’Ucraina l’ha costretta a nascondere le navi da guerra. “Per la prima volta al mondo, una flotta di droni navali ucraini ha iniziato ad operare nel Mar Nero. Vorrei anche sottolineare che ora, come uno dei risultati chiave delle nostre azioni, la Russia è incapace di utilizzare il Mar Nero come trampolino di lancio per destabilizzare altre regioni del mondo. Quindi ora più che mai è ovvio che la nostra cooperazione nella regione del Mar Nero non potrà che aumentare”.

Osservazioni che si intrecciano con i destini della parte occidentale del Mar Nero, “sminata” da presenze ostili e destinata ai corridoi marittimi.

Le parole di Rasmussen

Sul tema si segnala anche il dibattito aperto dall’ex segretario della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo cui l’alleanza dovrebbe comunque offrire all’Ucraina l’adesione senza riconquistare la Crimea, il Donbas e gli altri territori che Vladimir Putin ha annesso illegalmente. Il riferimento normativo che Rasmussen sottolinea per perorare la sua tesi è quello della garanzia di sicurezza collettiva della Nato con l’articolo 5. Contrario il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis che definisce vergognosa l’idea di proporre a Putin un’opzione di cessate il fuoco.

I possibili scenari

Ma c’è anche, parallelamente, il ragionamento a Kyiv sul cessate il fuoco, passaggio propedeutico a eventuali tavoli diplomatici. Il deputato ucraino Andrii Osadchuk ha dichiarato che per l’Ucraina si tratta di un fallimento. “Qualsiasi cessate il fuoco, qualsiasi congelamento del conflitto, qualsiasi compromesso con il male darà solo il tempo alla Russia di ricaricarsi. Credono ancora di poter inghiottire tutta l’Ucraina lentamente, come un grande serpente. Solo la mancanza di disponibilità dell’Occidente a combattere non per l’Ucraina, ma per l’Occidente sta dando a tutti questi ‘esperti’ basi per idee così ‘sorprendenti’, che non hanno assolutamente nulla a che fare con la realtà”.

La visita di Stoltenberg

A conferma di quanto la regione sia in alto tra le priorità e le attenzioni occidentali, nei prossimi giorni il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, viaggerà tra Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Serbia e Macedonia del Nord. Incontri dall’alto valore strategico, contestualizzato anche dalle parole di Zelensky.

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