Per Faz, l’automaker di Shenzen che sta per superare Tesla ha già deciso di costruire la sua prima fabbrica per auto europea nel Paese di Orban, che per il presidente cinese è “un amico” della Cina e lavora per espandere le relazioni industriali con Pechino. Sarà compatibile con la spinta anti-dumping europea?

Build Your Dreams (Byd), il marchio cinese di auto elettriche che è sul punto di sottrarre la corona a Tesla, sta guardando intensamente all’Europa con l’obiettivo di costruire la sua prima fabbrica per auto. E la scelta sembra ricaduta sull’Ungheria. Stando al domenicale del Frankfurter Allgemeine Zeitung, che cita fonti molto vicine all’azienda, la direzione avrebbe già selezionato il Paese di Viktor Orban. Nessuna conferma ufficiale da Byd, che ha dichiarato a diverse testate di stare ancora cercando il sito ideale. Ma sarebbe strano se gli sviluppi smentissero l’indiscrezione di Faz.

I legami industriali tra Cina e Ungheria sono già molto consolidati, specie nel settore dell’automotive. La stessa Byd ha già uno stabilimento nel nord del Paese magiaro, dove assembla autobus e camion elettrici, e il leader mondiale delle batterie per auto Catl (sempre cinese) vi sta costruendo il suo secondo impianto europeo (il primo è in Germania) a Debrecen, nella regione orientale, che stando a Bloomberg Nef renderà l’Ungheria il quarto Paese al mondo per quantità di batterie prodotte.

È vero che Budapest ha attratto anche i tre grandi marchi tedeschi in cerca di condizioni favorevoli per le proprie nuove operazioni di produzione di auto elettriche. Ma è anche vero che gran parte di questa ascesa si deve alla strategia di “apertura verso est” che Orban sbandiera davanti agli investitori. Solo l’impianto di Catl vale 7.3 miliardi di dollari dei 20 complessivi in finanziamenti diretti esteri confluiti negli ultimi cinque anni nell’industria ungherese dei veicoli elettrici – con i flussi dalla Cina schizzati dal 10% al 34%, ricorda Bloomberg.

I binari di questi investimenti sono le ottime relazioni tra Budapest e Pechino, in un momento in cui il resto dell’Ue sta lavorando verso il de-risking dal gigante asiatico. Lo stesso Orban è reduce da una visita di due settimane in Cina, dove è stato l’unico leader europeo a partecipare al Bet and Road Forum ed è stato definito “un amico” dal presidente cinese Xi Jinping. Il premier ungherese ha anche visitato la fabbrica di Byd a Shenzhen, città natale dell’azienda, dove l’ad Wang Chuanfu gli ha mostrato gli ultimi modelli.

Tutto questo non passa inosservato dalle parti di Washington e Bruxelles, che a settembre ha avviato un’indagine sull’“inondazione” di veicoli elettrici cinesi a basso costo che minacciano di “distorcere” il mercato europeo (e si è attirata l’ira della Cina, che ha promesso ritorsioni in caso di dazi). Il segreto di Pulcinella è che il comparto delle auto elettriche cinesi sta esplodendo anche perché beneficia di una serie di vantaggi, tra cui sovvenzioni statali immense e accesso a batterie economiche – che a sua volta si appoggia sullo strapotere cinese nel comparto delle materie prime.

Il rischio è che se Bruxelles deciderà di imporre tariffe punitive contro gli automaker cinesi, allo scopo di proteggere i produttori europei e il mercato interno, Pechino risponda per le rime – con tariffe speculari o altri strumenti di coercizione economica, come la privazione di materie prime, già sperimentata dagli svedesi di Northvolt. Probabile che gli europei dovranno scegliere tra accettare le pratiche sleali ed entrare in conflitto con Pechino, questione che chiamerà in causa l’“amico” Orban.

Se l’esperienza delle discussioni europee riguardo le sanzioni sulla Russia di Vladimir Putin (a cui Orban ha appena stretto la mano a Pechino) insegna qualcosa, è che Budapest farà muro su ogni movimento europeo che andrà contro ai suoi interessi, in rapida espansione, sul versante cinese. Di riflesso, però, le operazioni ungheresi con partner cinesi potrebbero finire nel mirino dei policymakers europei – che dovendo bilanciare transizione ecologica, crescita e sicurezza economica difficilmente accetteranno un “cavallo di Troia” industriale a forma di Ungheria.

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