Dopo anni di promesse mancate e aiuti strombazzati ma mai arrivati, i governi locali della Cina hanno deciso di provare a fare cassa in solitaria, emettendo bond per 21 miliardi di dollari. Ma basteranno?

Non c’è tempo di aspettare una qualche forma di soccorso da Pechino. Se non si vuole finire nel burrone ed evitare la bancarotta, bisogna cercare denaro e cercarselo da soli. Ed è esattamente quello che stanno facendo le immense province della Cina, alle prese con insolvenze di ogni tipo. Le imprese del mattone che dovevano realizzare opere e quartieri, sono virtualmente fallite, trascinandosi dietro le stesse amministrazioni. Le quali ora hanno deciso di salvarsi, da sole, forse per un semplice istinto di sopravvivenza e nella consapevolezza che da Pechino arriveranno solo proclami.

In questi mesi i governi locali si sono infatti affannati a piazzare sul mercato grandi quantità di obbligazione, con l’obbiettivo di ricavarne della liquidità con la quale ridurre il rischio di un default e fare fronte ai pagamenti. Ma anche per ricapitalizzare le piccole banche di territorio vittime di quella stessa spirale di insolvenze che ha mandato knock-out la periferia del Dragone. Il conto è presto fatto. Finora, nel 2023, i governi hanno raccolto 152,3 miliardi di yuan (21,05 miliardi di dollari) tramite tali obbligazioni per ricostituire il capitale delle banche di piccole e medie dimensioni.

Secondo un rapporto di S&P Global Ratings, gli istituti minori della Cina, quelli regionali per intendersi, dovrebbero far fronte a un deficit di capitale stimato in 2,2 trilioni di yuan sulla base di uno scenario in cui fino al 20% dei delle banche locali si troveranno nel giro di pochi anni ad affrontare carenze di capitale. Sforzi in solitaria che si inseriscono in un contesto di crescenti preoccupazioni circa l’impatto della crescita esponenziale del debito pubblico locale sull’economia cinese.

Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale, l’esposizione delle amministrazioni locali ha raggiunto i 92 mila miliardi di yuan (12,6mila miliardi di dollari), ovvero il 76% della produzione economica cinese nel 2022, rispetto al 62% del 2019. “È importante evitare qualsiasi fallimento, anche delle istituzioni più piccole, poiché un singolo fallimento potrebbe generare effetti a catena e diffondere il contagio finanziario ad altre istituzioni finanziarie”, ha affermato Zhang Xiaoxi, ricercatore di Gavekal Dragonomics. Ma fino ad oggi da Pechino sono arrivati solo segnali di fumo.

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