Per il docente dell’Univesità di Napoli L’Orientale e direttore di ChinaMed, ci sono segnali positivi che escono dal vertice, sia in termini di ricomposizione di alcune collaborazioni specifiche (Fentanyl, AI, clima) che in senso più generale nell’accettazione della competizione senza escalation. Ma spesso “le distensioni storicamente hanno le gambe corte”

I resoconti emersi da bilaterale tra Xi Jinping e Joe Biden suggeriscono alcuni elementi di grande interesse per il rapporto tra le due potenze e dunque per gli equilibri globali.

Innanzitutto, entrambe le parti sono consapevoli che è necessario impegnarsi per gestire la competizione e evitare che sfoci in collisione. Il livello di frizione raggiunto negli ultimi mesi rischia di degenerare in un escalation che, visti gli interessi in gioco e le capacità militari di entrambe le parti, rischia di sfuggire di mano.

Inoltre, sia Cina che Stati Uniti si trovano in campagna elettorale, Biden guarda alle elezioni dell’autunno del 2024 e Xi a quelle di gennaio a Taiwan. Se Biden riuscirà a mantenere un clima di distensione con Pechino senza dimostrarsi arrendevole riuscirà a sfruttare la sua posizione e controllare la narrativa della China Policy americana limitando gli spazi — e gli eventuali danni — dei toni propagandistici anti-cinesi degli avversari. Xi si trova in una posizione simile: proprio mentre si svolgeva l’incontro in California, a Taiwan i due principali partiti di opposizione si accordavano per correre insieme alle elezioni di gennaio presentando in tal modo una sfida credibile, e più favorevole agli interessi di Pechino, alla piattaforma indipendentista del candidato del Partito Democratico dato fino ad oggi per vincente. Pechino vuole presentarsi come un attore razionale e evitare che le tensioni militari nello stretto e nel Mar della Cina meridionale possano spaventare gli elettori taiwanesi e influenzare negativamente l’esito del voto. Sembra che l’incontro sia servito a Xi infatti per ripetere alcuni messaggi rassicuranti – “ non abbiamo piani imminenti per un’aggressione militare contro Taipei” e “preferiremmo la riunificazione pacifica” – e chiarire al contempo alcune red lines – “useremo la forza se si determineranno queste condizioni…”.

Emergono — o riemergono — aree di collaborazione funzionali a bilanciare la competizione e ancorarla in una zona ‘pacifica’ maggiormente gestibile. Vengo riattivate le comunicazioni tra militari – interrotte dopo l visita della Pelosi a Taiwan di un anno fa – si raggiungono intese sul controllo del fentanyl e sopratutto si rafforza la collaborazione sul riscaldamento globale e l’intelligenza artificiale (due dossier che diventeranno i principali fulcri su cui si fonderanno i processi distensivi tra le due parti).

Sfruttando il contesto, Xi sembra accennare a un’ipotesi di coesistenza competitiva quando dichiara che è irrealistico per i due paesi credere di poter rimodellare l’altra parte ma al contempo rivela le ambizioni globali della sua Cina — “il pianeta terra è abbastanza grande per entrambi’.

Le distensioni storicamente hanno le gambe corte. Non sembrano esserci le condizioni per credere che questa sia l’eccezione che conferma la regola. Ma è anche vero che alcuni elementi indicano la possibilità dell’avvio di una nuova fase: la Cina di Xi Jinping deve affrontare una crisi strutturale profonda e complessa. Ciò potrebbe influenzarne la portata competitiva, ridimensionare le aree di frizione e favorire nuovi processi di dialogo.

Il che potrebbe far pensare a un ultimo punto: il Medio Oriente potrebbe essere uno scenario utile tradurre questa — seppur fragile — distensione sino-americana in atto. La posizione cinese nel conflitto di Gaza — una neutralità pro-palestinese — potrebbe dunque spostarsi verso il centro ossia verso una posizione più equilibrata che permetterebbe di contenere le spinte oltranziste delle fazioni filo iraniane e favorire un coordinamento con Washington per il rilascio degli ostaggi come primo passo per un cessate il fuoco.

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