Israele si trova ora confrontato da tre esigenze: ripristinare il suo potere deterrente, liberare gli ostaggi e salvaguardare gli Accordi di Abramo. È possibile conseguire tutti e tre questi obbiettivi? Il commento di Giovanni Castellaneta, già consigliere diplomatico a Palazzo Chigi e ambasciatore negli Stati Uniti

Dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre scorso, Israele appare determinato sulla necessità di sradicare Hamas da Gaza una volta per tutte soprattutto per non ritrovarsi tra qualche anno a dover affrontare nuovamente una situazione tragica come quella attuale.

In tutta la sua breve ma travagliata storia, Israele è sempre riuscito a prevalere in ragione delle sue straordinarie capacità e del forte potere deterrente che le sue forze armate hanno saputo esercitare nei confronti dei suoi vicini arabi che, sin dal 1948, hanno accolto lo Stato degli ebrei con forte ostilità. Molte cose sono cambiate da allora: trattati di pace sono stati siglati con Egitto e Giordania, e dal 2020, una nuova formula economica, gli Accordi di Abramo, ha tentato di ampliare il numero di Paesi arabi pronti a stabilire normali relazioni con Israele. Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, e Sudan hanno accolto questa prospettiva e, pochi giorni prima del 7 ottobre, l’Arabia Saudita sembrava avviata a fare altrettanto. Sarebbe stato quello che viene definito un game-changer, uno spartiacque, per il forte potere evocativo che il Paese determina nell’Islam quale custode dei due luoghi più santi di questa religione, La Mecca e Medina; il terzo è Gerusalemme, e questa circostanza spiega in larga parte la complessità del conflitto israelo-palestinese che da un confronto tra due nazionalismi laici si sta ormai trasformando in un’assai più complicata e radicale contesa tra ebraismo e islamismo nelle due sue componenti sunnita e sciita.

Quello che Hamas ha tentato di ottenere con il suo efferato attacco terroristico è incrinare il potere deterrente di Israele, guadagnare uno strumento di pressione per il rilascio dei propri prigionieri con il possesso di oltre 200 ostaggi israeliani, e, forse, azzoppare l’avanzamento degli Accordi di Abramo.

Israele si trova ora confrontato da tre esigenze: ripristinare il suo potere deterrente, liberare gli ostaggi e salvaguardare gli Accordi di Abramo. È possibile conseguire tutti e tre questi obbiettivi?

Se Israele privilegia il ristabilimento della sua deterrenza alienandosi l’intera popolazione di Gaza oltre alla distruzione di Hamas, perderà molti degli ostaggi e forse anche gli Accordi di Abramo, per non parlare del rischio di un’escalation regionale del conflitto. Se, invece, modulerà la sua deterrenza dopo aver assestato colpi distruttivi a Hamas impedendogli di riprendere in futuro la rappresentanza della popolazione palestinese, vi potranno essere ragionevoli possibilità di pervenire al rilascio degli ostaggi con uno scambio di prigionieri, prevenire contestualmente una catastrofe umanitaria a Gaza, e salvaguardare, infine, gli Accordi di Abramo.

Per Israele questa eventualità suscita tuttavia forte frustrazione poiché molti quadri di Hamas che hanno progettato la strage del 7 ottobre erano stati liberati nel 2011 quando Gerusalemme decise di rilasciare un migliaio di prigionieri palestinesi in cambio di Gilad Shalit, il militare che era stato sequestrato da Hamas nel 2006.

E proprio dinanzi a questo dilemma che torna in mente l’esortazione effettuata dal presidente americano Joe Biden durante il suo recente viaggio in Israele quando aveva invitato i leader israeliani a mantenere la propria lucidità dinanzi al dolore per le oltre 1300 vittime di Hamas e a non lasciarsi travolgere dall’ira e dalla vendetta.

La scelta per Israele non è affatto facile. Stati Uniti ed Europa dovrebbero aiutarlo a compiere quella giusta, tenendo anche conto che vi sono altri Paesi che in questo momento sono compiaciuti dal vedere le democrazie occidentali impegnate e sovraesposte in Ucraina e nella politica di contenimento della Cina; e che potrebbero esserlo ancora di più se queste si lasciassero trascinare anche in un nuovo conflitto generalizzato in Medio Oriente con tutte le implicazioni negative che ne deriverebbero in termini di flussi di profughi verso l’Europa e di sicurezza energetica globale.

La conferenza arabo-islamica in Arabia Saudita, alla quale hanno partecipato tra gli altri Egitto, Iran e Turchia, ha rappresentato un segnale di spaccatura speriamo non irreversibile tra quella alleanza di popoli e governi molto diversi e il mondo occidentale. L’anniversario della strage di Nassirya solo venti anni fa ci ripropone proprio in questi giorni drammaticamente un monito a utilizzare anche nella difesa dei nostri interessi prioritari e diritti fondamentali ogni mezzo per un componimento dei conflitti in corso prima che confluiscano tutti in un confronto globale.

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