Il neo-eletto presidente dell’Argentina ha più volte dichiarato la sua intenzione di ridurre i legami con i Paesi “comunisti” e di voler portare pienamente l’Argentina nell’orbita dell’Occidente. Ma potrebbe non essere così semplice

La vittoria di Javier Milei, anarco-capitalista con una visione molto atlantista sul confronto Usa-Cina, alle elezioni presidenziali in Argentina rappresenta senza dubbio un punto di svolta per la storia del Paese. Il programma delineato dal neo presidente, dall’abbandono del peso argentino a favore del dollaro americano, la soppressione della banca centrale, la chiusura dei ministeri e il taglio della spesa pubblica, lascia intuire che la sua permanenza alla Casa Rosada sarà accompagnata da una vera e propria sommossa per quel che riguarda la gestione dell’economia e della dimensione interna del suo Paese. Eppure, l’aspetto della politica estera è stato sino ad ora toccato in modo molto marginale dal nuovo presidente argentino.

Una linea programmatica in questo senso è stata tracciata quando ha affermato di volersi distanziare dai Paesi “comunisti” come Cina e Brasile, Cuba, Venezuela, Nicaragua e Corea del Nord — tutti esplicitamente citati in più di un’occasione. In particolare, Milei intende promuovere uno sganciamento dell’Argentina nella dimensione politico-diplomatica, lasciando che sia il settore privato a portare avanti la collaborazione economica secondo logiche di mercato. Brasile e Cina però rappresentano ad oggi il primo e il secondo partner commerciale di Buenos Aires, e la brusca interruzione dei rapporti politici evocata da Milei potrebbe avere delle conseguenze non trascurabili su quelli economici.

Soprattutto nel caso delle relazioni tra Argentina e Repubblica Popolare Cinese, che, come da prassi del Dragone, si estrinsecano tanto nella dimensione finanziaria quanto in quella commerciale. I dati parlano chiaro: nel 2022, le esportazioni verso la Cina hanno raggiunto un valore di circa 8 miliardi di dollari, pari al 9,1% delle esportazioni argentine, stabilendo un nuovo record nei rapporti bilaterali. Il 92% delle esportazioni di soia, il 57% della carne e il 59% dell’orzo mosse dall’Argentina arrivano in Cina. Inoltre, gli accordi di currency swap che coinvolgono Pechino e Buenos Aires dal 2014 rappresentano uno strumento fondamentale a disposizione del governo argentino per gestire la difficile situazione finanziaria del paese.

Diventa difficile per Milei non intaccare questi aspetti da un eventuale riposizionamento politico dell’Argentina, soprattutto alla luce dei comportamenti assunti dalla Repubblica Popolare nei confronti del Brasile di Jair Bolsonaro, in seguito al verificarsi di alcune tensioni diplomatiche. L’importanza del Brasile come partner commerciale per la Cina, decisamente superiore a quella dell’Argentina, lascia supporre che Buenos Aires sarà tutt’altro che immune da una “vendetta” di Pechino.

Eppure, Milei è stato chiaro: “Il nostro asse principale è la libertà individuale e il libero commercio, la pace, e se ci allineiamo con l’Occidente avremo il massimo referente in questo” in punti di riferimento con Stati Uniti e Israele, ha detto in un’intervista televisiva. “E per quanto riguarda la Cina?”, ha chiesto l’intervistatore ricordando che era il principale partner commerciale: “È il partner commerciale del settore privato, ma noi non facciamo patti con i comunisti”, rispondeva in campagna elettorale.

Accanto al suo sganciamento dai sistemi comunisti, Milei vuole portare avanti un processo di avvicinamento dell’Argentina ad alcuni centri del potere occidentali, dando anche seguito a mosse simboliche. Sempre durante la campagna elettorale, il neo-eletto presidente argentino aveva dichiarato che il suo primo atto di politica estera sarebbe stato il trasferimento dell’ambasciata argentina da Tel Aviv a Gerusalemme, e che in Israele egli avrebbe compiuto il suo primo viaggio ufficiale in qualità di capo di Stato. In netta rottura con le precedenti presidenze, che avevano assunto invece una posizione molto meno calda nei confronti di Israele, cercando di posizionarsi in modo equidistante tra le due fazioni del conflitto israelo-palestinese.

Anche gli Stati Uniti rappresentano uno dei punti fermi della visione politica di Milei, che ha fatto della dollarizzazione dell’Argentina uno dei punti principali del suo programma elettorale. Sulla cui fattibilità ci sono però dei dubbi, come scritto dal Council on Foreign Relations. L’analista della società di consulenza Abceb Elizabeth Bacigalupo spiega che “la dollarizzazione proposta da Milei non è praticabile. In primo luogo perché l’Argentina non ha i dollari necessari per sostenerla, in secondo luogo perché provocherebbe uno shock valutario ancora più grave dell’inflazione del 120% o dell’attuale svalutazione del peso. Con la conversione degli stipendi dei lavoratori in dollari, infatti, un numero ancora maggiore di famiglie scenderà sotto la soglia di povertà, poiché anche il costo della vita verrebbe automaticamente convertito in dollari. È uno slogan forte per la campagna elettorale, ma è un azzardo nel vuoto dal punto di vista pratico”.

C’è inoltre un altro fattore da considerare in questo contesto: Milei ha più volte sottolineato l’importanza dell’individuo e dei rapporti interpersonali nella politica internazionale. Mentre degli Stati Uniti repubblicani guidati da Donald Trump rappresenterebbero per il libertario argentino un interlocutore perfetto, una presidenza democratica renderebbe molto più difficile il dialogo tra la Casa Rosada e la Casa Bianca. Una variabile, questa, che condiziona fortemente la visione del rapprochement predicato da Milei all’esito delle elezioni presidenziali di novembre 2024. Da considerare inoltre che in quello stesso anno Milei potrebbe trovarsi ad avviare le pratiche per l’ingresso nei Brics: l’Argentina è infatti uno dei Paesi invitati a fare parte del processo di allargamento.

In definitiva, anche dopo l’elezione il “sistema di governo” proposto e il meccanismo decisionale rimangono un mistero, poiché non ha mai servito un giorno in cariche pubbliche tranne, di recente, il suo seggio al Congresso, spiegava la Chatham House. “Per quanto tempo questo tipo di esperimento politico può rimanere al potere? La domanda di fondo qui è se questa debolezza renderà Milei più incline ad esplorare alcuni meccanismi ‘non liberali’ per ottenere il potere politico. Ancora una volta, l’Argentina trova nelle parole dello scrittore e poeta argentino Jose Luis Borges il suo ‘destino sudamericano’”.

Secondo Sam Ramani, dell’Università di Oxford, l’elezione di Milei in Argentina introduce delle complessità, con le sue posizioni su Brics, Russia, Cina, Israele e Stati Uniti che influenzeranno le relazioni estere. Sebbene la sua retorica suggerisca un cambiamento però, i legami storici, le dipendenze economiche e le realtà geopolitiche potrebbero temperare la traduzione della retorica in politica. “Così, mentre la politica di Milei potrebbe portare a un’inclinazione più nettamente filo-occidentale e filo-israeliana — spiega Ramani — le maree del multipolarismo e del non-allineamento potrebbero essere troppo forti perché l’Argentina possa bandirle completamente. In breve, la retorica di Milei, per quanto incendiaria, potrebbe non convertirsi completamente in politica”.

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