Silicon Valley sta costruendo il nostro futuro prossimo, ma prevederne gli sviluppi è oggi impossibile. Però sarebbe necessario prepararsi ad affrontarli e persino forse a frenarli. Da un “Oppenheimer-moment” a un “Frankstein-moment” il passo sembra molto breve ed ecco che improvvisamente l’artificializzazione della vita non appare più un concetto astratto. Ma nel profondo della nostra consapevolezza è davvero questo il futuro che vogliamo? L’opinione dell’ingegnere aerospaziale

Jacques Attali, intellettuale ed economista francese, è stato per dieci anni consigliere del presidente François Mitterrand, e ha scritto saggi preziosi per decifrare il nostro tempo e quello che verrà. Nei giorni scorsi partecipando a una conferenza sui rischi e le opportunità dell’Intelligenza Artificiale (AI) ha dichiarato: “Viviamo in un momento molto importante, che è quello dell’accelerazione dell’artificializzazione della vita, il che non significa che dovremmo allontanarcene ma affrontarla”.

La definizione di artificializzazione della vita è una figura retorica di assoluta bellezza semantica se riferita alla concettualizzazione di ciò che stiamo distrattamente osservando accadere intorno a noi, ma purtroppo rappresenta anche un allarme drammaticamente reale.

La recente crisi della società americana OpenAI che ha coinvolto il suo fondatore, il guru della Silicon Valley Sam Altman, cacciato dal consiglio di amministrazione e poi rientrato a furore di popolo, cioè i dipendenti, ha avuto una copertura mediatica globale quasi a senso unico, quella di una lotta per il potere tra alcuni cattivi e un eroe buono, il fondatore estromesso dalla sua creatura.

Secondo fonti citate dall’agenzia Reuters, tra le cause della situazione ci sarebbe stata la scoperta da parte del consiglio di amministrazione di nuovi progetti, tenuti riservati da Altman, in grado di far evolvere i sistemi di AI fino a inimmaginabili capacità di autosviluppo. Come un virus.

Accantoniamo per un momento la fantascienza – augurandoci di avere un po’ di tempo davanti prima che diventi realtà – e consideriamo invece il fatto che oggi Sam Altman è diventato l’ennesimo eroe digitale della Silicon Valley, riportato alla testa di OpenAI dalla minaccia di dimissioni collettive di 700 tra dirigenti e ricercatori della società. Una minaccia che, se fosse diventata realtà, avrebbe svuotato l’azienda dei suoi cervelli e quindi del suo valore.

Ecco un altro fatto, questo sì, che valeva la pena mettere sulle prime pagine dei giornali. A ottobre il Financial Times riportava che una possibile valorizzazione di borsa di OpenAI era stimata a 86 miliardi di dollari. Valore enorme ma 32 volte inferiore alla capitalizzazione di borsa della Microsoft, il principale azionista di OpenAI, che proprio grazie al suo investimento nella società di AI più gettonata del mondo, ha visto il suo valore incrementarsi del 50% in un anno raggiungendo i 2,34 trilioni di dollari.

C’è chi, suggestionato dal successo dell’ultimo film di Christofer Nolan, definisce i giorni che stiamo vivendo negli sviluppi della AI come un “Oppenheimer-moment”.

Noi preferiamo dubitare delle roboanti suggestioni, anche perché la realtà potrebbe essere molto più prosaica. Forse si avvicina il momento in cui verranno commercializzati dei software molto avanzati, ovviamente dotati di AI, che possano integrarsi nei nostri smartphone, se non addirittura sostituirli, per fungere da nostri super-assistenti personali.

Oggi per noi comuni mortali lo smartphone non è più uno strumento di comunicazione ma un “supporto vitale” cui deleghiamo dati sensibili, l’agenda delle nostre giornate, immagini private e quanto di più possiamo immaginare. Un oggetto artificiale già pienamente integrato nella nostra reale vita fisica.

Quando Steve Jobs nel 2007 presentò al mondo l’iPhone lo definì “un iPod con un telefono che comunica con l’internet”, tre funzioni in un unico dispositivo. Però, con il passare degli anni lo smartphone della Apple avrebbe integrato mille altre funzionalità diventando l’oggetto del desiderio di miliardi di persone. E il custode di tutti i loro dati personali.

Ovvio che lo smartphone sia un target commerciale per Silicon Valley. Infatti, un anno fa anche Elon Musk dichiarò di voler lanciare un “iPhone Killer” che rivoluzionerà la tecnologia come fece Steve Jobs sedici anni fa.

Ma cosa c’entra adesso Elon Musk con l’AI? Il fatto è che anche l’imprenditore più ricco del mondo che lancia nello Spazio un razzo ogni 4 giorni, sogna di sbarcare su Marte e riempie l’orbita terrestre con migliaia di satelliti, è lanciatissimo nella corsa all’AI.

Nel 2015 proprio lui insieme a Sam Altman fondò la OpenAI come una organizzazione “no-profit” chiamando a lavorare alcune delle menti più brillanti dell’informatica della Silicon Valley, come Ilya Sutskever, Greg Brockman e Andrej Karpathy. Per supportare le attività di ricerca e sviluppo, i due scelsero una piattaforma di supercalcolo basata sul cloud Azure della Microsoft, così quando Elon Musk lasciò polemicamente la società, divenuta nel frattempo un’organizzazione “for-profit”, l’azienda di Bill Gates investì 1 miliardo di dollari diventando l’azionista di riferimento.

Ashlee Vancee è un giornalista americano che gode dell’amicizia di Elon Musk ed è l’autore di una sua biografia pubblicata nel 2016 e di un recente best-seller sulla SpaceX “When The Heavens Went On Sale”; nei giorni scorsi ha pubblicato su Bloomberg una dettagliata inchiesta su un’altra società di Musk, la Neuralink Corp, dove si lavora per connettere il cervello umano e i computer.

Scopriamo che negli stessi anni in cui il boss della Tesla Motors e della SpaceX si lanciava nella ricerca sull’AI insieme a Sam Altman, investì cento milioni di dollari di fondi propri per creare una nuova Corporation, la Neuralink appunto. L’obiettivo dichiarato era davvero fantascientifico: costruire un dispositivo sottocutaneo per la scansione del cervello, in grado di registrare, inserire e trasmettere dati via wireless. Da allora Neuralink ha raccolto più di 500 milioni di dollari di fondi, di cui più della metà nel solo 2023, e ha svolto moltissime sperimentazioni su animali. Però, diversi articoli apparsi su vari organi di informazione hanno riportato notizie raccapriccianti di complicazioni chirurgiche, effetti collaterali e sofferenze prolungate, in particolare per le piccole scimmie. E la stessa società ha ammesso di aver spesso procurato eutanasia per porre fine al loro dolore.

La giustificazione per queste esecrabili torture è quella di un sacrificio sull’altare della scienza nella speranza di diminuire in futuro il dolore negli umani. Se la ricerca funzionerà, dicono alla Neuralink, si potrà migliorare la vita di chi soffre di paralisi, di ictus, di morbo di Lou Gehrig, di perdita dell’udito o della vista.

E così nel 2023 la società ha avuto il permesso dalla Us Food and Drug Administration per condurre la ricerca su persone. Oggi, è alla ricerca di un volontario disposto a farsi rimuovere un pezzo del cranio da un robot-chirurgo, progettato e realizzato dalla Neuralink, per poi farsi inserire elettrodi e fili ultrasottili nel cervello. Alla fine, al posto del pezzo mancante ci sarà un computer grande come una monetina in grado di analizzare l’attività cerebrale e trasmettere i dati via wireless a un laptop nelle vicinanze.

Secondo i documenti forniti agli investitori, l’azienda stima che ogni futuro intervento chirurgico costerà c.a. 10.000 dollari – ma agli assicuratori verrà addebitato 4 volte di più – e da 11 interventi nel 2024 si passerà a 500 nel 2027 e poi 20.000 nel 2030.

Il business plan è quindi quello di diventare per la fine del decennio una 1-billion company, ma c’è un altro inquietante obiettivo che Elon Musk non nasconde. Alla fine del 2022 nel corso di un incontro con i ricercatori della società, l’imprenditore li spronò a cambiare passo e a velocizzare drasticamente le ricerche “come se il mondo stesse per finire”, secondo le testimonianze dei presenti. Per Musk bisognava assicurarsi che i cervelli ibridi – cioè, umani con un impianto artificiale – arrivassero prima che una AI potesse prendere il sopravvento. Pensava forse al suo ex-amico Sam Altman?

Da un “Oppenheimer-moment” a un “Frankstein-moment” il passo sembra molto breve ed ecco che improvvisamente l’artificializzazione della vita non appare più un concetto astratto. Ma nel profondo della nostra consapevolezza è davvero questo il futuro che vogliamo?

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