In attesa di Moody’s e dell’Europa, gli industriali appoggiano le scelte del governo, anche se sulla crescita si poteva fare di meglio. Il salario minimo non è la soluzione, se si vogliono fare vere riforme serve una ristrutturazione della spesa pubblica. Plastic e sugar tax andavano cancellate

Un’agenzia di rating, forse la meno tenera con l’Italia e l’Europa. Poi i verdetti sulla manovra (qui l’intervista al sottosegretario all’Economia, Lucia Albano), saranno esauriti. Standard&Poor’s e Fitch hanno già dato la loro versione dei fatti: la finanziaria messa a terra da Giorgia Meloni  e Giancarlo Giorgetti non è un pericolo per il debito pubblico. E anche i mercati hanno promosso la seconda legge di bilancio del governo a trazione Fratelli d’Italia, rimanendo cauti e silenti da settimane a questa parte.

Ora non resta che attendere Moody’s, venerdì prossimo, l’agenzia di rating forse più temuta dagli esecutivi italiani (suo il report che nel maggio del 2010 affossò la Borsa bruciando miliardi di capitalizzazione e suo il declassamento dello Stivale, ottobre 2011, che nei fatti anticipò il collasso del governo Berlusconi, in piena crisi da debito sovrano). E la Commissione europea, che il prossimo 21 novembre si esprimerà sulla finanziaria che porta in dote un deficit per il 2024 al 4,3%. Nelle more, uno dei giudizi più attesi era quello di Confindustria, ovvero delle imprese che tengono in vita l’economia italiana. Carlo Bonomi, che tra pochi mesi lascerà la guida di Viale dell’Astronomia, ha chiarito dal Senato, il suo punto di vista.

QUEL BUCO NERO NELLA MANOVRA

Il punto di partenza è che gli industriali sono sostanzialmente d’accordo con la decisione di incidere sul costo del lavoro, vale a dire il taglio del cuneo fiscale. “Quella presentata dal governo è una manovra ragionevole per le misure sulle famiglie, soprattutto per il taglio del cuneo fiscale, ma incompleta per la totale assenza di misure per stimolare gli investimenti privati e una strategia per la crescita”, ha messo in chiaro Bonomi.

“Il tema della competitività del sistema produttivo è completamente assente, è in gioco la competitività del Paese. Se non si cambia marcia andando avanti con gli anni ci troveremo a fare i conti con risorse sempre più esigue. La crescita è la mia ossessione, perché senza crescita non si pagano, tanto per dirne una, nemmeno gli interessi sul debito, che aumenteranno il prossimo anno”. Servono quindi, ha concluso Bonomi “interventi sul lato dell’offerta con misure di stimolo per la crescita e la produttività mentre oggi gli interventi sono concentrati sul lato della domanda”.

A CACCIA DI RIFORME

Naturalmente il taglio del cuneo fiscale, seppur esteso a tutto il 2024, non può bastare. Servono riforme, profonde, a cominciare dal fisco. E per questo servono anche soldi, che al momento non ci sono. Per questo è necessaria la volontà politica per riqualificare la spesa pubblica che ammonta a complessivi 1.100 miliardi di euro. Se si riconfigurasse il 4-5% delle spesa pubblica, le risorse per le riforme ci sarebbero”, ha puntualizzato Bonomi.

“Io ho come obiettivo l’ossessione della crescita. Senza crescita il welfare non starà in piedi. Il Paese sta tornando ad avere livelli di crescita strutturali per l’Italia, ma senza passi avanti. Invece possiamo cambiare con il Pnrr, il settennato della coesione, e il tema delle riforma che il Paese non sta affrontando e che ci permetterebbero di eliminare i colli di bottiglia e recuperare competitività”.

COLPO DI SPUGNA SULLA SUGAR TAX

Confindustria sembra poi aver mal digerito il rinvio di plastic e sugar tax (la tassa sulle bevande zuccherate e sulla plastica) fino al 30 giugno. “Questa è una cosa che mi colpisce: nel momento in cui mi togli l’Ace (un’agevolazione introdotta nel 2011 per favorire il rafforzamento della struttura patrimoniale delle imprese, ndr), 4,7 miliardi, la plastic e sugar tax che valgono 650 milioni, si potevano cancellare. Era il momento buono di cancellarle facevi uno scambio che forse anche il mondo delle imprese avrebbe accettato. Mi togli una agevolazione sulla patrimonializzazione delle imprese e ti restavano ancora 4 miliardi”.

BASTA COL MITO DEL SALARIO MINIMO

Non è finita. Le imprese ne hanno avuto anche per il salario minimo, che gli industriali non hanno mai visto di buon occhio, preferendo, sulla stessa lunghezza d’onda del governo, una contrattazione nazionale di qualità. “Nei rinnovi dei contratti mi piacerebbe sentire parlare che, al posto del salario minimo, tutto un tema di defiscalizzazioni sia dato solo a chi rinnova i contratti e a chi abbia un certo tipo di contratto collettivo nazionale di lavoro, allora lì facciamo competitività seria”. Ora palla a Moody’s.

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