Dall’Ecofin arrivano i primi segnali di cedimento della Germania, consapevole che un ritorno alle vecchie regole non conviene a nessuno, specialmente a chi, come Berlino, è in recessione. Ma per l’intesa finale bisognerà attendere l’appuntamento di dicembre. Che sarà l’ultimo

Dal cilindro del penultimo Eurogruppo-Ecofin (quello finale e, forse, decisivo è previsto il prossimo 7 dicembre) esce a sorpresa l’apertura di Berlino a un accordo politico in seno all’Europa, propedeutico alla riforma del Patto di stabilità (qui l’intervista all’economista Veronica De Romanis). Parole che pronunciate da uno come Christian Lindner, ministro delle Finanze tedesco, falco tra i falchi e teorico dell’austerità vecchia maniera, fanno un certo effetto. Forse, ha giocato un ruolo la strigliata della vigilia del commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, che ha invitato caldamente i ministri volati a Bruxelles a trovare l’intesa per evitare, dal primo gennaio, il ripristino delle vecchie regole.

Ma forse anche la consapevolezza, tutta tedesca, che la Germania si trova in mezzo al guado. La recessione ormai è una realtà e il prossimo anno, stime dello stesso governo di Olaf Scholz, la crescita non andrà oltre l’1,3%. Ce ne è abbastanza per ammorbidire i toni e accettare il fatto che anche l’ex locomotiva d’Europa non possa permettersi traiettorie di rientro del debito troppo strette.

Arrivando all’Ecofin, Lindner ha dunque parlato di “un passo in avanti molto consistente” nei negoziati bilaterali tra Germania e Francia su questo fronte e nel nuovo testo elaborato dalla presidenza di turno spagnola dell’Ue. E ora “sono molto più ottimista che possiamo raggiungere un consenso entro quest’anno”. Una buona notizia, se si considera che la proposta franco-tedesca non potrà non tenere conto anche del debito pubblico transalpino, superiore a quello italiano per massa. Il che, ovviamente, va tutto a vantaggio di Roma.

Anche da Parigi è arrivata la spinta all’intesa che può scongiurare il ritorno delle vecchie regole, cosa che se la Germania fosse rimasta sull’Aventino sarebbe stata quasi certa. “Sulla riforma del Patto di stabilità, la presidenza semestrale di turno spagnola del Consiglio europeo ha svolto un lavoro notevole, che ha avvicinato le posizioni dei 27, e ritengo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione, e che soprattutto ci sia una reale consapevolezza dell’assoluta necessità di raggiungere un accordo entro la fine del 2023. Inoltre, si sta lavorando in queste ore a una iniziativa franco-tedesca per facilitare il compromesso a 27 sulle nuove regole del Patto”, ha chiarito il ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire.

Secondo Le Maire, “è in gioco la credibilità dell’intera Unione europea, in tempi così difficili, in cui ci sono problemi economici che tutti conoscono o rischi geopolitici molto alti. Dobbiamo avere il coraggio di adottare entro la fine del 2023 nuove regole per il Patto di stabilità e crescita che siano credibili e solide, e che preservino margini di manovra per gli investimenti”. Appare dunque abbastanza probabile un rush finale ai primi di dicembre, quando con ogni probabilità arriverà un’intesa di massima.

A questo punto, se la proposta franco-tedesca prendesse il largo, per l’Italia si andrebbe incontro a un impegno a tagliare il debito dello 0,5-1% circa del Pil ogni anno che per Roma equivarrebbe a uno sforzo da 8 miliardi l’anno con un piano settennale di rientro o da 15 miliardi se si scegliesse una traiettoria quadriennale di abbassamento del disavanzo. Sono previsti tuttavia degli escamotage, indicati come periodo di transizione che, di fatto, estenderebbero automaticamente a sette anni il percorso di rientro. Per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in prima linea per rinegoziare le regole in chiave soft, si tratterebbe di una vittoria. Anche se la ciliegina sarebbe lo scorporo degli investimenti per la crescita dal deficit. Ma se ne riparlerà il 7 dicembre.

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