Per Lovatt, senior fellow dell’Ecfr, “un percorso politico rinvigorito per affrontare il conflitto israelo-palestinese globale rimane una conditio sine qua non per scacciare Hamas e garantire la sicurezza reciproca a israeliani e palestinesi”

Dalle 10’di questa mattina (le 9 in Italia) Israele ha messo in pausa l’offensiva militare sulla Striscia di Gaza, seguendo l’accordo raggiunto con Hamas. Il gruppo politico/terroristico libererà il primo gruppo degli ostaggi rapiti nell’attacco del 7 ottobre venerdì mattina; Israele provvederà contemporaneamente al rilascio di detenuti palestinesi arrestati per atti di violenza in Cisgiordania in passato. Non è un “cessate il fuoco”, noi abbiamo usato il termine ‘pausa operativa’”, ha detto uno dei portavoce militari israeliani, mettendo in chiaro che dopo i quattro giorni concordati per lo scambio di rapiti e prigionieri, gli attacchi di Israele riprenderanno.

Tuttavia, l’accordo, negoziato dal Qatar (e da Egitto e Stati Uniti), segna il primo importante risultato diplomatico dall’inizio della guerra. A questo punto, secondo Hugh Lovatt, senior fellow dell’Ecfr, i Paesi europei dovrebbero garantire che gli aiuti umanitari più urgenti entrino subito nella Striscia e dovrebbero usare questa pausa delle ostilità come un’opportunità per aprire uno spazio e promuovere un cessate il fuoco completo basato su un percorso diplomatico più ampio.

“Lavorando con gli Stati Uniti e i partner arabi, gli europei dovrebbero cercare di espandere l’attuale percorso diplomatico per garantire gli obiettivi immediati più urgenti”, spiega Lovatt. “Questi includono il rilascio di tutti i rimanenti ostaggi israeliani, la protezione dei civili e il pieno accesso umanitario a Gaza, nonché la definizione di un percorso politico praticabile verso un nuovo modello di governance che ponga fine al controllo di Hamas su Gaza. Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso un cessate il fuoco duraturo”.

Per Lovatt, “gli europei devono opporsi all’espansione dell’offensiva di terra di Israele nella densamente popolata Gaza meridionale, che attualmente ospita centinaia di migliaia di sfollati interni. Ciò porterebbe a una catastrofe umanitaria e potenzialmente scatenerebbe un’ondata incontrollata di palestinesi oltre il confine con il Sinai, con conseguenze destabilizzanti per l’Egitto e un probabile flusso di rifugiati verso le coste europee”. Una lettura che dà pragmatismo e realismo alle critiche per l’operato israeliano — che non mancano.

Come ha osservato Anthony Dworkin in un’analisi sul sito del think tank paneuropeo, i leader dei Paesi Ue dovrebbero anche adottare una linea più chiara sui vincoli che il diritto internazionale impone alla condotta delle ostilità da parte di Israele e sui limiti del suo diritto di autodifesa. “Finora, l’invocazione della formula secondo cui Israele può difendersi in linea con il diritto internazionale non è servita come strumento significativo per limitare le sue azioni. Le prove suggeriscono fortemente che Israele, come Hamas, ha violato il diritto internazionale umanitario e commesso crimini di guerra”.

Sarebbe un passo necessario per stabilire una posizione terza realistica e realista che possa fare di Bruxelles un fulcro per la costruzione di un nuovo equilibrio geopolitico che potrebbe uscire dalle macerie della guerra. Come? “Un modello di governance postbellica per Gaza deve essere guidato da ciò che è immediatamente possibile”, spiega Lovatt. “Sradicare completamente Hamas è un’illusione, dato il suo profondo radicamento a Gaza, anche se l’operazione militare di Israele riesce a indebolire il gruppo dal punto di vista operativo”. Anche per questo “un nuovo sistema di governance che riesca a spodestare Hamas dovrà essere a guida palestinese e un’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) riformata è l’unico veicolo possibile per portarlo avanti”.

Per sfidare il dominio di Hamas e prosciugare il sostegno pubblico di cui ha goduto negli ultimi due decenni, l’Autorità palestinese “dovrà dimostrare la sua capacità di garantire i diritti dei palestinesi a fronte della lunga occupazione israeliana”, spiega Lovatt, le cui opinioni sono parte dei ragionamenti su cui l’Ue e i membri basano la pianificazione delle loro policy.

È chiaro che l’attenzione internazionale post-conflitto nell’immediato dovrà affrontare gli immensi bisogni umanitari della popolazione di Gaza, in un processo che può essere non che supervisionato dalle Nazioni Unite, piuttosto che immaginare la costruzione di un nuovo ordine politico sopra le macerie. Serve stabilizzare. Ma questi ragionamenti sul dopo guerra sono concreti quanto necessari adesso: d’altronde è uno dei punti su cui battono gli Stati Uniti da subito, chiedendo sin dall’avvio delle operazioni militari a Israele un’idea strategica valida.

In questo, secondo l’analisi di Lovatt, gli europei dovrebbero fare pressione per la necessaria riforma interna dell’AP e fornire a Mahmoud Abbas risultati tangibili per rafforzare la legittimità dell’Autorità. “Un percorso politico rinvigorito per affrontare il conflitto israelo-palestinese globale rimane una conditio sine qua non per scacciare Hamas e garantire la sicurezza reciproca a israeliani e palestinesi. Senza un orizzonte praticabile per porre fine all’occupazione a metastasi di Israele del territorio palestinese e garantire l’autodeterminazione dei palestinesi, ci saranno poche prospettive di uscire dal ciclo del conflitto”

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