Incassata la quarta rata e ottenuto il bollino sulla revisione del Piano, per il governo è tempo di guardare avanti e alzare lo sguardo. L’inflazione minaccerà ancora gli investimenti, ma dalla loro messa a terra dipende la tranquillità dei mercati e la gestione del debito

In una settimana, Palazzo Chigi ha portato a casa l’aggiornamento del Pnrr, che guarda al 2026, e incassato la quarta rata in anticipo sulla tabella di marcia. Tanto che oggi l’Italia è il primo Paese membro ad aver ottenuto lo stacco dell’assegno relativo alla quarta tranche di fondi. Merito di un gioco di sponda tra Roma e Bruxelles che ha dato i suoi frutti, anche grazie all’opera del ministro per gli Affari Europei, Raffaele Fitto, l’esponente del governo che più di tutti ha in mano le chiavi del Piano.

E persino la Germania, che avrebbe dovuto essere il Paese più virtuoso e veloce nell’apportare le modifiche chieste dall’Europa per sbloccare i fondi, non ha tenuto il passo. Allo stato dell’arte, il piano italiano ha ora un valore di 194,4 miliardi di euro (122,6 miliardi di euro in prestiti e 71,8 miliardi di euro in sovvenzioni), poco meno di 3 miliardi in più della precedente versione, e prevede 66 riforme, sette in più rispetto al piano originale, e 150 investimenti. La riprogrammazione complessiva vale 21,4 miliardi di euro, in termini di maggiori investimenti: 2,8 miliardi di risorse aggiuntive, 11,5 miliardi da risorse assegnate a misure in ritardo o inammissibili che sono state rifinanziate in altri programmi, 9 miliardi da rimodulazioni all’interno del Piano per economie maturate da ribassi d’asta e adeguamenti dei progetti.

Per quanto riguarda le nuove riforme inserite nella revisione del piano, sette in tutto, includono il riordino degli incentivi alle imprese, con l’obiettivo di razionalizzare e fornire strumenti semplici ed efficaci al settore produttivo, le politiche di coesione, il testo unico per le procedure in materia di energie rinnovabili, per razionalizzare e semplificare il quadro normativo e autorizzativo, la riqualificazione dei lavoratori per l’innalzamento delle competenze in materia di efficientamento energetico e produzione di energia da fonti rinnovabili, e la riforma dei Sussidi ambientalmente dannosi a partire dal 2026.

Chiarito il punto, è tempo di alzare lo sguardo al 2024. Non bisogna mai dimenticare che l’aggiornamento del Pnrr si è reso necessario per impedire che l’inflazione, ancora fuori dai target della Bce nella zona euro, finisse con l’ingessare gli investimenti. L’aumento dei costi delle materie prime ha più volte messo a repentaglio l’intero Piano, rendendo necessario ricalibrare degli investimenti. Basterà? Difficile dirlo. Se, come dicono molti economisti, il costo della vita rimarrà elevato anche il prossimo anno, la vera sfida del governo sarà quella di riuscire a mettere a terra tutti gli investimenti.

Palazzo Chigi ne è conscio, tanto da aver previsto nella manovra ora all’esame del Parlamento, un apposito fondo, detto per le opere indifferibili, destinato ad ammortizzare per quanto possibile l’impennata dei prezzi e scongiurare nuovi, possibili, aggiornamenti del Pnrr. Ma non è tutto, oltre all’inflazione c’è un altro fronte. E il minimo comune denominatore è sempre il Pnrr: quello della crescita. L’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia, nel certificare il buon livello di fiducia sui mercati acquisito dall’Italia, ha tuttavia evidenziato le due sfide dell’esecutivo per il prossimo anno.

Primo, mantenere la benevolenza degli investitori che comprano debito, se non altro perché sull’onda dei rialzi voluti dalla Bce rifinanziare il debito italiano costerà molto di più in termini di interessi. Secondo, la riduzione dello stesso stock, partendo dalla consapevolezza che nel 2024 il deficit italiano sarà al 4,3%, lontano dal target del 3%. Qui sarà essenziale capire se passerà la proposta tedesca per la riforma del Patto di stabilità, che punta a un deficit all’1% annuo e alla riduzione del debito dell’1%, sempre con cadenza annuale. Se così fosse, centrare il bersaglio del Pnrr, ovvero riuscire a mettere a terra tutti gli investimenti e dunque generare crescita, sarà l’unico vero antidoto contro il nervosismo dei mercati e una traiettoria discendente del debito che potrebbe rivelarsi troppo ripida. La sfida è un po’ tutta qui.

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