Le origini della questione israelo-palestinese risalgono a un secolo fa, con attori e dinamiche diverse. E la questione religiosa, allora come oggi, è soltanto una giustificazione. Conversazione con Alberto Tonini, docente all’Università degli Studi di Firenze

Gli eventi attualmente in corso in Terra Santa sono soltanto l’ultimo episodio di un più lungo processo che risale agli inizi del ventesimo secolo. Dentro al quale, in momenti differenti, sono intervenuti attori differenti. Alberto Tonini, professore presso l’Università degli Studi di Firenze ed esperto della materia, offre a Formiche.net una panoramica storica.

Le radici del conflitto israelo-palestinese risalgono a oltre un secolo fa. In quale contesto si sviluppano? E come è cambiato nei decenni tale contesto?

Rispetto a un secolo fa i soggetti coinvolti sono cambiati profondamente, così come la situazione sul terreno. Cento anni fa esisteva ancora l’Impero Ottomano, di cui la Palestina era una provincia, e non c’era né uno Stato d’Israele né uno Stato palestinese indipendente. La dissoluzione dell’Impero Ottomano e la fine dell’ordine da esso instaurato, in concomitanza con l’accordo Sykes-Picot firmato da Gran Bretagna e Francia nel 1916, portano all’istituzione di un’amministrazione temporanea del governo britannico. Parallelamente, si sviluppa il progetto del movimento politico sionista, nato alla fine dell’Ottocento in Europa, che operava con lo scopo di realizzare uno Stato ebraico in Palestina. Questo progetto vive fasi alterne nella prima metà del Novecento, ma conosce un’accelerazione a seguito delle persecuzioni razziali culminate nella soluzione finale. L’impatto di questa vicenda sull’opinione pubblica internazionale e sui governi è stato molto forte, convincendo la comunità internazionale a concepire una forma di “parziale risarcimento” per il popolo ebraico. Tanto è vero che lo Stato d’Israele nasce all’indomani della Seconda guerra mondiale su impulso delle Nazioni Unite, che optano per una spartizione del mandato inglese sulla Palestina in due realtà indipendenti.

Progetto che però non si concretizza…

Mentre il movimento sionista procede alla creazione dello Stato d’Israele, nei primi anni del secondo dopoguerra la leadership palestinese rifiuta il progetto di spartizione e la creazione di uno Stato palestinese limitato a quel territorio assegnato alla Palestina dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Seguono alcune guerre tra Israele e i Paesi arabi vicini, intervenuti in varie occasioni a sostegno dei palestinesi: prima nel 1948, poi nel 1967 e infine nel 1973. Tutto questo ha portato a un consolidamento dello Stato d’Israele e al rinvio della nascita di uno stato palestinese, che ancora oggi non esiste. Ci troviamo di fronte a una contesa che ha oramai almeno 100 anni e che è però legata al controllo del territorio, e non ha origine nella questione religiosa.

Francia e, soprattutto, Gran Bretagna hanno avuto un ruolo importante nella nascita della questione. Oggi il loro ruolo si è decisamente ridimensionato. Come è successo?

È interessante osservare la parabola di Francia e Gran Bretagna, che è il risultato della storia internazionale del Novecento: due Paesi europei che per lungo tempo avevano guidato le sorti della comunità internazionale attraverso i loro possedimenti coloniali, dopo la Seconda guerra mondiale vedono il loro ruolo venire enormemente ridimensionato. Ciò avviene a causa del processo di decolonizzazione e a causa dell’emersione di due nuove grandi potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, nessuna delle due con ambizioni di carattere coloniale, almeno nella sua concezione tradizionale. Questo mette in crisi il modello di potere esercitato fino ad allora da Parigi e Londra.

Stati Uniti e Unione Sovietica che nel secondo dopoguerra diventano attori protagonisti sul piano globale. Come si rapportano alla questione israeliana?

Nella fase iniziale lo Stato di Israele non riceve un grande sostegno né da parte dell’Unione Sovietica né da parte degli Stati Uniti. Il governo israeliano è inizialmente guidato da un Partito laburista, guardato con sospetto da parte americana poiché pareva un partito di estrazione pseudo-socialista, fattore non gradito all’amministrazione degli Stati Uniti durante quegli anni. Mentre l’Unione Sovietica considerava Israele ancora una creatura troppo piccola e debole per poter meritare attenzione. Ricordiamo che i primi referenti internazionali di Tel Aviv sono la Cecoslovacchia e la Francia, che forniranno un cauto e timido sostegno al neonato Stato ebraico.

Ma la situazione è cambiata in seguito.

Lentamente, già dalla fine degli anni Cinquanta ma più ancora negli anni Sessanta, Israele sarà in grado di costruire un rapporto solido con le amministrazioni americane. E da quel momento in poi i rapporti tra Stati Uniti e Israele hanno conosciuto in una certa stabilità, stabilità che si è tradotta in scelte di sostegno da parte americana alle posizioni israeliane sul piano internazionale, sia in ambito di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sia in altri scenari. Anche la fornitura di armi statunitensi a Israele è andata avanti per molto tempo, ma non dimentichiamoci che per molti anni gli Stati Uniti hanno fornito (e forniscono ancora) materiale militare anche ad altri Paesi della regione, dall’Arabia Saudita all’Egitto e alla Turchia, arrivando al Kuwait e al Libano. A quel punto, preso atto della vicinanza tra Israele e Stati uniti, l’Unione Sovietica fa una scelta diversa e sviluppa rapporti con la Siria, con l’Iraq di Saddam e con altri attori più predisposti a posizionarsi nell’orbita di Mosca, per motivazioni differenti.

Dalle ceneri dell’impero Ottomano nasce la Turchia. Oggi Ankara come si muove riguardo alla questione israelo-palestinese?

La Turchia è un Paese membro della Nato, e come tale evidentemente si muove in ottica filo-occidentale. Ma quando si arriva a giocare nello scenario mediorientale, Ankara ha talvolta assunto posizioni di sostegno alla causa palestinese, seppur in modo alquanto strumentale. Essa vuole infatti mostrarsi come difensore degli interessi dei musulmani in tutto il mondo. Anche in altre realtà, per esempio in Asia centrale, l’azione turca si struttura su questo principio. Accreditandosi come tale, la Turchia cerca di evitare che altri Paesi possano reclamare quella posizione, come l’Arabia Saudita, rispetto al quale intende mostrarsi più attiva e più attenta alla causa palestinese. Questa è una strategia di natura prettamente politica e comunicativa, perché sul piano militare Ankara non ha mai fornito aiuti a nessuna delle parti coinvolte.

Una strategia simile a quella iraniana.

L’Iran gioca la sua partita in modo simile ma diverso, presentandosi sempre come sostenitore della causa palestinese per mettere in difficoltà quei paesi arabi che non sono sufficientemente attenti e attivi. La posizione iraniana va infatti letta all’interno della rivalità tra Teheran e Riad. Mentre la seconda ha assunto negli anni una posizione di parziale apertura e di avvicinamento a Israele, l’Iran si è mosso nella direzione opposta, mantenendo un atteggiamento molto intransigente nei confronti dello Stato ebraico proprio per marcare la differenza. E quindi utilizza la questione palestinese per mettere in difficoltà il suo rivale regionale.

Un attore che invece non è storicamente legato alla regione, ma che le contingenze globali attuali portano in primo piano è la Cina. Pensa che il suo ruolo abbia una rilevanza?

La questione israelo-palestinese per Pechino non è solo molto lontana, è anche molto pericolosa da maneggiare. Fino a oggi la Repubblica popolare ha evitato non solo di prendere posizione in modo esplicito, ma anche di proporsi come mediatore. Per Pechino la conflittualità generata da questa vicenda è svantaggiosa, perché impatta negativamente sugli scambi commerciali che al momento sono uno degli strumenti principali a sua disposizione. Finora non ha giocato un ruolo importante, non l’ha fatto, non vuole farlo in futuro. Non vuole trovarsi imbrigliata in difficili negoziati. Preferisce che siano altri a farlo.

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