Bugiardi reali e mitologici, storie vere e personaggi letterari sfilano sulla passerella della bugia, nel saggio divulgativo a contenuto scientifico di Siracusano. Il racconto di Elvira Frojo

Prospettiva scientifica, filosofica, psicologica e antropologica, etica e morale a confronto, il 24 novembre scorso, presso lo storico Circolo T.C. Parioli di Roma, per leggere, insieme, la bugia. Un appassionante racconto narrato da Alberto Siracusano, psichiatra dell’Università Tor Vergata, nel suo ultimo libro, dal titolo Perché mentiamo. Cosa nascondono le bugie (Raffaello Cortina ed., 16 euro).

Organizzatrice dell’evento la consigliera T.C. Parioli Emanuela Andreoli. Presente il presidente del Circolo, notaio Paolo Cerasi. Ha moderato l’incontro Marcello Sorgi, editorialista del quotidiano La Stampa. Sono intervenuti, con l’autore, Cinzia Niolu, direttrice della scuola di specializzazione in psichiatria di Tor Vergata – che ha dato, come ha affermato Siracusano, significativo contributo al volume – sottolineando gli aspetti clinici della bugia “malata”, mentre Enrico Alleva, etologo, ha evidenziato le “grandi bugie” che regolano persino le dinamiche del mondo naturale.

Bugiardi reali e mitologici, storie vere e personaggi letterari sfilano sulla passerella della bugia, nel saggio divulgativo a contenuto scientifico di Siracusano, “per descrivere l’agire della mente bugiarda e il costituirsi di un mondo menzognero dove ciò che accade è distante dalla realtà delle cose, dove le relazioni fondate sulla bugia sostituiscono la verità con scenari ingannevoli”.

“False memorie, false menzogne” costruiscono un mondo parallelo difficile da gestire, ha affermato Stefano Ferracuti, psichiatra forense, tra antinomie della bugia e capacità cognitiva per il “controllo” del pensiero bugiardo nelle false rappresentazioni della realtà. Bugiardi, tutti, sin dalla nascita. Condannati, per sempre, alle bugie. Per difenderci, attaccare, giocare, ingannare l’altro o auto-ingannarci, celare, conquistare, entrare nella mente altrui, non deludere, proteggere.

Prigionieri in un territorio mendace che ha, tuttavia, le sue trappole, come si legge nel libro. “La bugia è una compagna fedele e non ci lascia mai. Fedele ma pronta a rivoltarsi contro di noi e a renderci soli”. Un “gioco di specchi”. Ma, allora, chi può essere definito “bugiardo”? Tra bugie di tutti i colori (bianche, nere e blu), la bugia colpevole richiede intenzionalità. In una dimensione etico-religiosa, “la bocca che mente uccide l’anima”, ricorda Sant’Agostino.

Nella complessità del tema, come ha evidenziato don Massimo Angelelli, direttore dell’ufficio per la pastorale della salute della cei, dal punto di vista della morale cristiana, se non c’è consapevolezza non c’è peccato. Intenzionalità e finalità ne sono, dunque, tratti specifici ma le relazioni incrinate nel rapporto di fiducia risultano ferite dalla menzogna, pur in un’epoca in cui la bugia appare, in molti casi, tollerata.
Fascino della bugia e potenziale pericolosità. Patologia o necessità ineludibile della condizione umana?

Un vero “labirinto”. Un mondo di bugie che accoglie infinite verità e di cui la mente umana riesce a cogliere solo una minima parte. Un’illusione per soluzioni alternative alla realtà, che richiede sforzo mentale e psichico, immaginando un fantastico mondo ideale. Di bugia in bugia, “una ragnatela di pensieri bugiardi in cui si impigliano relazioni, affetti, emozioni, ricordi, certe volte tutta la nostra vita”, come descritta nel libro di Siracusano.

Una condizione esistenziale ontologicamente umana. In una dimensione incerta e contraddittoria, la bugia ha, infatti, un ruolo centrale nella costruzione del sé e del mondo, afferma l’autore, capace di condizionare non solo azioni e comportamenti ma la sua stessa identità. Mentre l’empatia, la capacità di entrare nella mente e nel cuore degli altri e alla quale si guarda come valore, può essere essa stessa strumento di bugia.

La bugia ha il suono della verità e la verità ha il suono della bugia (Theodor W. Adorno), è una delle tante citazioni letterarie, filosofiche, bibliche, riportate nel libro di Siracusano. In un confine sottile, senza la verità la bugia non esiste. Quale difficile equilibrio, dunque, tra verità e bugia? “Ognuno dovrà dare la sua personale risposta”.

Anche la verità può accecare, spiega Siracusano, citando Emily Dickinson.

Dì tutta la verità ma dilla obliqua, il successo è nel cerchio.

Sarebbe troppa luce, per la nostra debole gioia, la superba sorpresa del vero.

Come il lampo è accettato dal bambino se con dolci parole lo si attenua, così la verità può gradualmente illuminare, altrimenti ci acceca.

Eppure, siamo ossessionati dalla verità come valore assoluto. Ed è la metafora di Pinocchio che proclama e chiede onestà e giustizia, nelle sue disavventure. Lui, mentitore seriale per definizione.

Nel mistero della mente, dell’anima e del cuore, l’inconscio può smascherare le bugie. Mentre l’epilogo di ogni esperienza, insegna il romanzo collodiano, è una scelta di libertà ma anche di solitudine. Tra il bene e il male. A volte, è necessario perdersi per liberarsi da se stessi e ritrovarsi. Una crescita tra cadute, errori e insuccessi. Il legno in cui è tagliato Pinocchio è l’umanità, ha affermato Benedetto Croce.

Conoscere il proprio “pinocchio” ingannatore, imprendibile ma riconoscibile, e non fuggire da se stessi, è l’insegnamento di una “fiaba” non solo per bambini che ci interroga sulla fragilità e sulla nostra identità. Nell’epoca delle fake news e dell’uso distorto dei social network, il saggio di Siracusano è, dunque, una riflessione anche sull’autenticità delle relazioni, a partire da quelle familiari, per uscire dall’insidiosa terra delle illusioni. Ma sarà possibile?

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