L’articolo pubblicato su Foreign Affairs offre spunti sulle linee-guida che l’amministrazione statunitense deve seguire nella rielaborazione della propria strategia di stabilizzazione in Medio Oriente. Ripartendo dalle questioni critiche di Palestina ed Iran

Fino a sei settimana fa, la strategia di stabilizzazione di Washington nel Medio oriente sembrava essere vincente. Le dimensioni erano molteplici. C’era il tacito accordo raggiunto con l’Iran, che avrebbe fermato il suo programma di sviluppo nucleare in cambio di un alleggerimento parziale delle sanzioni; c’era l’accordo di mutua difesa con l’Arabia Saudita, condizionato a una normalizzazione delle relazioni di quest’ultima con Israele; e c’era il progetto dell’India-Middle East Economic Corridor (Imec), che avrebbe collegato l’India all’Europa, accrescendo il benessere economico nella regione mediorientale e limitando lo spazio d’azione di Pechino in quel teatro. Poi c’è stato il 7 ottobre, e la strategia di Washington ha avuto una complesso contraccolpo tattico.

Se gli Stati Uniti vogliono veramente stabilizzare il Medio Oriente, non è possibile limitarsi a seguire il tracciato pre-esistente. È necessaria una nuova strategia. Su quali punti dovrà incentrarsi questa strategia si sono espressi Maria Fantappiè, direttrice del programma Mediterranean, Middle East, and Africa dell’Istituto Affari Internazionali, e Vali Nasr, Professore di Affari Internazionali e Studi mediorientali alla Johns Hopkins University School of Advanced International Studies, nonché Senior Adviser per il U.S. Special Representative for Afghanistan and Pakistan tra il 2009 e il 2011. Nel rielaborare la sua nuova strategia mediorientale, Washington non dovrà ripudiare completamente quella adottata sin’ora, bensì individuare nuove priorità su cui concentrare le proprie risorse politico-economiche.

A cominciare proprio dal conflitto israelo-palestinese. Se lo scambio di prigionieri e ostaggi tra Israele e Hamas è la necessità nell’immediato, nel breve periodo l’obiettivo principale degli Stati Uniti deve essere quello di far cessare le ostilità a Gaza, il cui protrarsi ha già deteriorato (e continua a deteriorare) i progressi raggiunti sino ad ora, così come la posizione americana nella regione. Il raggiungimento di questo primo risultato garantirà le condizioni minime su cui lavorare per cercare una soluzione duratura alla questione israelo-palestinese, soluzione che può essere individuata soltanto nella creazione di uno stato palestinese. E per raggiungere questo obiettivo, secondo l’analisi, gli Usa devono impiegare come mediatore l’Arabia Saudita, la cui posizione diplomatica rimane ad oggi una delle più solide nella regione, fattore che permette a Riad di potersi interfacciare con tutti gli attori interessati e quindi di mettersi alla guida di un lungo e faticoso processo di pacificazione. Il cui obiettivo sarebbe il creare un framework di sicurezza capace di garantire una pace duratura ai confini di Israele e di limitare la diffusione del radicalismo tra i palestinesi, ma anche di contenere la “guerra non-combattuta” tra Iran e Israele e di mettere fine (o comunque di indebolire notevolmente) l’asse di resistenza guidato da Teheran.

E proprio l’Iran rappresenta una delle altre priorità per Washington. Non che non lo fosse anche prima: ma se fin qui l’approccio statunitense seguiva una logica di containing, adesso a prevalere dev’essere una logica di costraining. E anche in questa dimensione il ruolo di Riad sarà pivotal, dicono gli analisti.

La distensione tra Iran e Arabia Saudita ha avuto un significato profondo per la stabilizzazione della regione mediorientale, ed un allargamento di questa distensione ad altri paesi del settore porterebbe a un’integrazione economica e diplomatica dello Stato sciita. Tra le possibili conseguenze di questo processo vi sono la riduzione delle ostilità in Medio Oriente (sulla falsa riga di quanto avvenuto in Yemen grazie all’accordo tra Riad e Teheran) e la ripresa del dialogo tra Washington e il regime degli Ayatollah.

Questi rimangono gli assi principali di un piano d’azione strutturato sul lungo periodo, che sarà tutt’altro che facile da realizzare. “Qualunque cosa faccia Washington, ci sarà resistenza alla sua visione del Medio Oriente. L’Iran rimarrà ostile a Israele e agli Stati Uniti. I vicini dell’Arabia Saudita nel Golfo non saranno mai contenti del dominio del regno. Anche Israele e la Turchia calcoleranno cosa significa per l’Arabia Saudita accumulare così tanto potere e cosa significa per i loro interessi l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dei sauditi. Reagiranno di conseguenza, e probabilmente in modi che Washington non si aspetta” scrivono gli autori dell’articolo. “Ma anche se tutti questi Paesi vorranno più potere, ciò che più desiderano è preservare la stabilità dei loro regimi. Vogliono aderire a una visione che ponga fine ai conflitti locali, promuova la crescita economica e riduca in altro modo la pressione interna. Se un patto tra Stati Uniti e Arabia Saudita è valido, alla fine lo accetteranno”.

“Gli Usa ora sono molto concentrati sulla diplomazia degli ostaggi, che è sì importante, ma non necessariamente può portare ad una soluzione per questo conflitto. Anzi, potrebbe addirittura contribuire a prolungarlo. Washington continua a portare avanti un’azione sul breve periodo, non guidata da una visione più grande che abbraccia l’intera regione”, è il commento di Maria Fantappiè, che si è resa disponibile per commentare gli ultimi sviluppi a Formiche.net.

Gli Usa devono ripensare il loro approccio verso la regione. Quello impiegato negli ultimi anni non ha funzionato perché il processo di normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita, pur essendo una linea di lavoro importante, non ha incluso al suo interno, o non lo ha fatto abbastanza, la questione palestinese. E questa mancanza si è ritorta contro gli Stati Uniti, perché è stata poi sfruttata da altri attori locali e regionali non solo per affossare il processo di normalizzazione, ma per mettere in crisi il progetto di stabilità regionale a cui Washington stava lavorando. Stabilità che serve agli Stati Uniti perché si traduce in meno commitment militare, permettendo loro di riconcentrarsi altrove, ma soprattutto perché offre a Washington la possibilità di assumere il ruolo di vera potenza pacificatrice, ruolo a cui ora ambisce la Cina.”

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