L’adesione al fondo per aiutare i Paesi maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici da parte dell’Italia è un segnale politico importante, che indica un chiaro interesse del nostro Paese a questo tema. Conversazione con Angelo Riccaboni, professore di Economia aziendale all’Università degli studi di Siena e presidente della Fondazione Prima di Barcellona

L’adesione dell’Italia, con cento milioni di euro, al fondo creato per aiutare i Paesi maggiormente colpiti dal riscaldamento globale è un segnale “molto importante” sia sul piano interno, ma soprattutto “sul versante europeo”. La partecipazione del premier Giorgia Meloni alla Cop28 traccia una rotta molto chiara, che dal contrasto alla vendita della carne sintetica – nel giorno in cui il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, firma il ddl Lollobrigida sullo stesso tema – tocca uno dei punti più sensibili: il sostegno, concreto, alle realtà più colpite dai cambiamenti climatici. “Un segnale politico molto importante”, dice a Formiche.net Angelo Riccaboni, professore di Economia aziendale all’Università degli studi di Siena e presidente della Fondazione Prima di Barcellona.

Al di là dell’impegno economico, cosa rappresenta la direzione assunta dall’Italia alla Cop28?

È la prova di un interesse reale a uno dei temi più attuali, ossia il cambiamento climatico. Anche la cifra che il nostro Paese ha deciso di stanziare nel Loss and damage non è affatto di poco conto. Anzi, ci colloca al momento tra i player più importanti.

Forse questo è anche un modo per scardinare una serie di pregiudizi che alcuni nutrivano sull’effettiva volontà di questo esecutivo di contrastare il climate change. 

I numeri sono molto più forti delle chiacchiere politiche. E la dimostrazione concreta dell’Italia la si è vista molto chiaramente. Tra l’altro, la nostra linea rappresenta un segnale forte anche a livello europeo.

Come è da leggersi in chiave europea?

L’Unione ha intrapreso, con il Green deal, un percorso molto importante in ordine al contrasto ai cambiamenti climatici e alla limitazione dei suoi effetti sotto tanti punti di vista. Questo è uno sforzo collettivo, che necessita di continuità. Questo posizionamento dell’Italia alla Cop28 ci fa ben sperare che questa sarà la direzione anche dopo le elezioni europee di primavera.

Oltre all’impegno economico deciso dai Paesi, quali sono a suo giudizio le azioni più urgenti da mettere a terra per tentare di invertire la tendenza sui cambiamenti climatici?

In prima istanza occorre intervenire sulla situazione debitoria dei Paesi in via di sviluppo, se vogliamo che ci sia in effetti un’inversione di marcia.

Cioè vanno risanati i debiti dei Paesi emergenti?

Se è vero che sono necessarie risorse per sostenere la transizione e la lotta agli effetti prodotti dai cambiamenti climatici, è altrettanto vero che i Paesi con una forte situazione debitoria difficilmente potranno sostenere questo percorso senza prima aver ripianato il loro debito interno.

Qual’è il rapporto tra salute e cambiamenti climatici?

Questa è l’altra frontiera sulla quale, a mio modo di vedere, occorre agire con più urgenza. Occorre chiarire un aspetto: tra gli effetti dei cambiamenti climatici c’è senz’altro quello legato alla creazione o all’accentuazione delle vulnerabilità. La salute pubblica, così come la corretta informazione (che si traduce in consapevolezza), è strettamente legata quindi ai cambiamenti climatici.

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